Israele, Marocco, EAU: la convergenza di tre strategie di potenza

Analisi – Piuttosto che un’alleanza, l’asse tra Israele, Marocco ed Emirati Arabi Uniti contribuisce a strutturare una rete di relazioni nella quale strumenti eterogenei – cooperazione militare, tecnologia, investimenti, infrastrutture portuali e partenariati diplomatici – servono ad accrescere la capacità di proiezione dei singoli attori. Ne deriva una progressiva saldatura tra spazi diversi che si integrano all’interno di un unico orizzonte strategico.

GLI OBIETTIVI STRATEGICI E LE DIRETTRICI D’AZIONE

Ciò che accomuna il Marocco e gli Emirati Arabi Uniti è, in particolare, l’attenzione primaria attribuita all’ambito della sicurezza interna. La dimensione nazionale, che vede i due Paesi impegnati a impedire l’affermazione dei presupposti per una messa in discussione dell’ordine costituito, è al contempo causa ed effetto delle decisioni strategiche assunte dalle due Monarchie per tutelare i propri interessi particolari.
La modalità attraverso la quale entrambe hanno agito, negli ultimi anni, consiste in un progressivo rafforzamento del sistema di repressione del dissenso esistente nelle due società di riferimento. Nel caso del Marocco, un rapporto di Amnesty International del 2025 attesta l’arresto di circa 2.480 persone e l’avvio di 1.473 procedimenti giudiziari o misure di detenzione preventiva nei confronti di figure impegnate in proteste pacifiche volte a contestare le politiche del Governo in materia economica e sociale.
La strategia degli Emirati si inserisce nella stessa logica del Marocco: contenere il dissenso interno in funzione di conservazione del potere. Tale proposito viene alimentato, nel caso di Dubai, attraverso il ricorso a una definizione estensiva di “terrorismo”, utilizzata anche per reprimere il dissenso a livello transnazionale. Arresti, detenzioni amministrative, scioglimento di associazioni: con queste misure, gli Emirati hanno sanzionato qualsiasi condotta – anche posta in essere all’estero – definita come “volta a rovesciare il Governo”.
Diversamente dal caso del Marocco e degli Emirati, il principale obiettivo strategico di Israele afferisce alla dimensione esterna. In questo scenario, Tel Aviv concepisce l’attuazione della politica della “massima pressione” come il presupposto ineludibile per consolidare la propria egemonia nel quadrante mediorientale. È così che dev’essere interpretata l’opposizione al graduale ritiro dalla “Yellow Line” a Gaza prima del totale disarmo di Hamas, così come l’applicazione delle medesime strategie viste nella Striscia anche nel Sud del Libano. Nell’ottica di una dottrina di sicurezza che combina deterrenza militare e libertà operativa preventiva, creando “zone cuscinetto” da sottoporre al proprio controllo.

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Fig. 1 – Il Presidente emiratino Mohammed Al Nahyan a Berlino per incontrare i leader politici e discutere di cooperazione economica, 2026

DALLE SINGOLE STRATEGIE ALLA LORO INTERSEZIONE

La divergenza degli obiettivi strategici non impedisce, tuttavia, l’emersione di alcune direttrici comuni. È soprattutto sul terreno della sicurezza che le strategie di Israele, Marocco ed Emirati Arabi Uniti tendono a sovrapporsi, attraverso una rete di cooperazioni bilaterali che, pur non configurando un’alleanza trilaterale, contribuisce alla progressiva integrazione dei rispettivi sistemi di sicurezza. Nel gennaio 2026, Israele e Marocco hanno sottoscritto un nuovo piano di lavoro militare congiunto, consolidando una cooperazione che comprende il confronto strategico, la pianificazione e i rapporti con l’industria della difesa. Il piano, formalizzato a seguito del terzo incontro della Commissione di Cooperazione Militare Congiunta svoltosi a Tel Aviv, si fonda su due direttrici d’azione: un incremento delle esercitazioni militari condivise e un’integrazione industriale e nella difesa. Dal primo punto di vista, l’impegno comune è quello di incrementare la cooperazione tecnica e operativa, concentrando il proprio sguardo su scenari bellici simmetrici e sulla condivisione di informazioni di intelligence per affrontare le comuni minacce regionali. Per quanto concerne la seconda direttrice, le ambizioni delle parti convergono nel momento in cui si considera il disegno strategico che ciascuna coltiva: il Marocco aspira a diventare l’hub industriale della difesa nel Nord Africa, mentre Israele punta a trasferire competenze e know-how per favorire la produzione in loco. In questo quadro si inseriscono due iniziative concrete promosse dai due Paesi: l’avvio di impianti per l’assemblaggio e la manutenzione di droni tattici direttamente sul territorio marocchino e la creazione di centri locali, gestiti da ingegneri marocchini addestrati in Israele, aventi la finalità di provvedere alla riparazione di elicotteri, droni e sistemi d’artiglieria senza dover far fronte a dipendenze esterne. L’integrazione è, inoltre, anche di natura dottrinale: così deve leggersi l’inserimento di ufficiali marocchini nei vari centri d’addestramento delle Forze Armate israeliane (come nei settori della cybersicurezza e dell’intelligence), ma anche l’opera di ausilio svolta dai consiglieri tecnici israeliani all’interno dei centri operativi del Marocco. 
Parallelamente, il rapporto tra Israele ed Emirati si è progressivamente esteso dalla normalizzazione diplomatica del 2020 alla cooperazione in materia di sicurezza e alla gestione delle principali crisi regionali. La visita di Benjamin Netanyahu ad Abu Dhabi del 27 settembre 2026, durante la quale le parti hanno discusso del rafforzamento delle relazioni bilaterali e delle sfide regionali, con particolare attenzione all’Iran, rappresenta l’ultimo sviluppo di questa traiettoria.
È proprio la questione iraniana a costituire un secondo punto di intersezione, sebbene secondo modalità differenti. Per Israele, il contenimento della capacità iraniana rappresenta una componente centrale della propria strategia di sicurezza regionale; per gli Emirati, l’Iran costituisce contemporaneamente un fattore di pressione strategica e un interlocutore con il quale mantenere canali di comunicazione, in ragione della prossimità geografica e degli interessi economici. La convergenza, pertanto, non coincide con una comune politica nei confronti di Teheran, ma si manifesta nella condivisione di alcuni interessi securitari e nella crescente interdipendenza dei rispettivi apparati di sicurezza. Il Marocco occupa una posizione più periferica rispetto a questa dinamica, ma la sua crescente cooperazione con Israele sul piano militare e tecnologico inserisce Rabat all’interno di una rete di partenariati che oltrepassa il tradizionale perimetro maghrebino.
Un’ulteriore area di sovrapposizione è rappresentata, infine, dallo spazio africano, seppure attraverso direttrici differenti. Il Marocco ha rafforzato negli ultimi anni la propria proiezione verso l’Africa occidentale e il Sahel, anche attraverso una crescente attenzione alla dimensione atlantica e alla sicurezza marittima; gli Emirati hanno invece sviluppato una presenza significativa lungo il Mar Rosso e nel Corno d’Africa, combinando investimenti, infrastrutture e relazioni di sicurezza. Israele, attraverso le proprie capacità tecnologiche e securitarie e i rapporti costruiti con Rabat e Abu Dhabi, si inserisce in questa più ampia rete di relazioni. Ne deriva uno spazio nel quale interessi distinti possono incontrarsi senza necessariamente tradursi in un coordinamento politico unitario: la sicurezza, la tecnologia, le infrastrutture e le connessioni marittime diventano così strumenti attraverso cui i tre attori ampliano la propria capacità di proiezione oltre i rispettivi confini.

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Fig. 2 – Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu parla durante la cerimonia commemorativa ufficiale per il terzo anniversario dell’attacco del 7 ottobre, nel cimitero militare del Monte Herzl a Gerusalemme, 5 ottobre 2026

LA NUOVA GEOGRAFIA DELLA PROIEZONE DI POTENZA

La progressiva sovrapposizione delle strategie di Israele, Marocco ed Emirati Arabi Uniti produce effetti che oltrepassano la dimensione dei rapporti bilaterali e contribuisce a modificare gli equilibri di alcuni degli spazi strategici nei quali i tre attori sono presenti. Il fenomeno appare particolarmente evidente lungo l’asse che collega il Mediterraneo al Mar Rosso e al Corno d’Africa, dove sicurezza, infrastrutture e controllo delle principali direttrici marittime costituiscono ormai dimensioni difficilmente separabili. Proprio il Corno d’Africa rappresenta, in questo senso, un osservatorio privilegiato: gli Emirati hanno consolidato una presenza economica e securitaria nell’area, mentre Israele ha progressivamente rafforzato il proprio coinvolgimento nel Mar Rosso e nel Somaliland. La presenza emiratina a Berbera e i rapporti sviluppati con le Autorità del Somaliland hanno costituito un elemento importante nel progressivo avvicinamento tra quest’ultimo e Israele, mentre Abu Dhabi mantiene relazioni significative anche con il Puntland.
Il Marocco contribuisce a questa riconfigurazione secondo una direttrice differente, ma complementare: la crescente proiezione di Rabat verso l’Africa occidentale e il Sahel consente infatti di estendere il raggio d’azione del triangolo verso l’Atlantico, attraverso una combinazione di partenariati diplomatici, investimenti e infrastrutture.
La conseguenza non è, tuttavia, la formazione di un blocco politico unitario. Al contrario, la sovrapposizione delle diverse proiezioni di potenza tende a moltiplicare gli attori coinvolti e a rendere più articolata la competizione regionale. La presenza degli Emirati nel Corno d’Africa si confronta infatti con una crescente iniziativa dell’Arabia Saudita, che mira a rafforzare il proprio ruolo nel Mar Rosso e nei rapporti con gli Stati della regione. Riyadh e Abu Dhabi, pur avendo condiviso in passato alcuni obiettivi strategici, perseguono oggi direttrici differenti rispetto all’ordine regionale e alla gestione delle crisi nel Corno d’Africa. La competizione tra i due Paesi si riflette anche nella scelta degli interlocutori africani: mentre gli Emirati hanno sviluppato rapporti con Somaliland e Puntland, l’Arabia Saudita ha intensificato i propri rapporti con il Governo federale somalo e con altri attori regionali.
È in questo quadro che la convergenza tra Israele, Marocco ed Emirati assume una portata geopolitica più ampia. Più che determinare la nascita di una nuova alleanza, essa contribuisce alla costruzione di una rete di relazioni nella quale strumenti differenti – cooperazione militare, tecnologia, investimenti, infrastrutture portuali e partenariati diplomatici – vengono impiegati per aumentare la capacità di proiezione dei singoli attori. Il risultato è una progressiva saldatura tra spazi precedentemente analizzati come distinti: Mediterraneo occidentale, Nord Africa, Medio Oriente, Mar Rosso e Corno d’Africa vengono così inseriti all’interno di un unico spazio strategico, caratterizzato non da un equilibrio stabile tra blocchi contrapposti, ma dalla sovrapposizione di reti di influenza, cooperazione e competizione.

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Fig. 3 –  Il Re Mohammed VI del Marocco partecipa alla firma degli accordi bilaterali al Palazzo Reale di Agdal, Rabat, Marocco, 13 febbraio 2019 

TRA IL CONSOLIDAMENTO DELL’ALLEANZA E UN ANELLO MANCANTE: LO SCENARIO

Il triangolo d’interesse multilivello, cementato dagli Accordi di Abramo e consolidato negli anni attraverso il ruolo attivo del partner comune rappresentato dagli Stati Uniti, non può però dirsi ancora pienamente operativo. L’elemento che difetta per rendere l’alleanza produttiva di effetti più significativi è rappresentato dalla presenza di rapporti formali tra Arabia Saudita e Israele.
L’integrazione di Riad nella rete di sicurezza e sviluppo, costituita attraverso gli impegni comuni definiti dalle parti in vari quadranti strategici, avrebbe il potenziale di ridisegnare la fisionomia dell’alleanza e i rapporti interni ai Paesi coinvolti.
Con l’ingresso dell’Arabia Saudita negli Accordi di Abramo, Israele aspira a chiudere il cerchio diplomatico, militare ed economico su cui intende costruire un futuro di piena integrazione nello scacchiere regionale. Al totale dispiegarsi delle sue possibilità, Tel Aviv associa anche un ulteriore obiettivo strategico che può essere compreso solo in termini di “esclusione”: il progressivo isolamento dell’Iran attraverso l’asse costituito con i propri partner arabi. Per conseguire tale disegno, Israele necessita di estendere gli Accordi di Abramo all’Arabia Saudita e agli altri attori del Consiglio di Cooperazione del Golfo, così da rimuovere ogni ostacolo di fondo al quadro di potenza che ambisce a disegnare sul piano politico, economico e militare.
In questo scenario, Emirati Arabi Uniti e Marocco si pongono in una posizione di attesa, consapevoli che i propri interessi convergono sul dossier iraniano. Entrambe gli attori coltivano un’ostilità nei confronti di Teheran che trova la sua ratio nel supporto – più o meno cruciale – del Governo iraniano alle cause rappresentate dagli Houthi, nello Yemen, e dal Fronte Polisario, nel Sahara Occidentale.
Per quanto concerne Abu Dhabi, l’avanzata degli Houthi verso la costa occidentale dello Yemen viene percepita come una minaccia diretta alla sicurezza della navigazione commerciale. Gli investimenti significativi posti in essere dagli Emirati in alcuni dei porti più importanti della regione – tramite il gigante economico DP World – sono sempre più esposti al rischio di essere danneggiati da un attacco degli Houthi, sulla falsariga di quelli effettuati verso alcune città emiratine e di altri Paesi del Golfo. Da qui la convergenza d’interessi con Israele sul ridimensionamento della proiezione di potenza dell’Iran nella cornice della regione mediorientale, nell’ottica di configurare uno scenario favorevole al soddisfacimento dei propri interessi economici e commerciali.

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Fig. 4 – Il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, osserva mentre partecipa a una cerimonia di firma di accordi commerciali all’Eliseo, Parigi, 24 agosto 2026

IL DOSSIER IRANIANO E GLI INTERESSI MAROCCHINI

Il medesimo quadro di interessi securitari assume una declinazione specifica nel caso del Marocco, la cui ostilità nei confronti dell’Iran è strettamente connessa alla questione del Sahara Occidentale. Rabat ha infatti interrotto le relazioni diplomatiche con Teheran nel 2018, accusando l’Iran, attraverso Hezbollah, di avere fornito sostegno militare e addestramento al Fronte Polisario; accuse che Teheran e il Movimento libanese hanno respinto e che non hanno trovato, nelle evidenze pubblicamente disponibili, una piena conferma indipendente. Al di là della fondatezza delle singole contestazioni, il dossier evidenzia come, nella percezione strategica marocchina, l’Iran possa rappresentare un fattore di sostegno indiretto alla principale minaccia alla propria integrità territoriale. La competizione con Teheran assume pertanto per Rabat una dimensione differente rispetto a quella israeliana o emiratina: non riguarda soltanto gli equilibri mediorientali, ma investe direttamente il tentativo marocchino di consolidare il controllo sul Sahara e di isolare il Polisario sul piano regionale.
È in questa prospettiva che la convergenza con Israele e Emirati può risultare funzionale agli interessi marocchini. La cooperazione militare e tecnologica con Tel Aviv consente a Rabat di accrescere le proprie capacità di sorveglianza, intelligence e difesa, mentre il riconoscimento israeliano della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, formalizzato nel luglio 2023, ha rappresentato un rilevante risultato sul piano diplomatico. Gli Emirati, dal canto loro, hanno sostenuto in maniera esplicita la posizione marocchina, fino all’apertura nel 2020 di un consolato a Laayoune. La convergenza tra Rabat, Abu Dhabi e Tel Aviv assume così un significato ulteriore: se per Israele il contenimento dell’Iran costituisce un obiettivo strategico regionale e per gli Emirati una necessità legata alla sicurezza del Golfo e delle proprie reti economiche, per Rabat esso si intreccia con una questione eminentemente territoriale, vale a dire la possibilità di ridurre il sostegno esterno al Polisario e consolidare la propria posizione sul Sahara Occidentale.

Florjn Recchia
Michele Maresca

TaBaZzz, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Indice

Perchè è importante

  • Pur non costituendo un’alleanza formale, l’asse tra Emirati Arabi Uniti, Israele e Marocco sta contribuendo a disegnare una rete di relazioni nella quale spazi diversi si integrano in un unico orizzonte strategico.
  • Analizzando i rapporti tra i Paesi coinvolti si può registrare l’assenza di un elemento formale necessario per dar vita a un’alleanza pienamente operativa.

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Chi lo ha scritto

Michele Maresca
Michele Maresca

Classe 1998, ho conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli e il Master in “Derecho Internacional y Relaciones Exteriores e Internacionales” all’Instituto Europeo Campus Stellae. L’idea di raccontare, informare e approfondire le vicende di politica internazionale rappresenta ciò che mi spinge a dedicarmi con passione ed enorme interesse a queste tematiche. Inoltre, svolgo analisi, in lingua spagnola, per il Think Tank Geopol21.

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