In 3 Sorsi – Il rafforzamento della cooperazione fra Nigeria e USA nella lotta al terrorismo prende forma gradualmente, ma ci sono perplessità sulla strategia nigeriana nel suo complesso.
1. L’ATTACCO DI NATALE
Gli ultimi mesi del 2025 sono stati particolarmente difficili per il Governo nigeriano, che ha dovuto occuparsi degli atti di terrorismo da parte di banditi e jihadisti nel nord del Paese, oltre a intervenire per mantenere l’ordine in Benin in occasione del fallito colpo di Stato.
Per quanto riguarda la sicurezza interna, il Presidente Bola Tinubu ha rafforzato in novembre la security partnership con gli Stati Uniti, prendendo atto dell’intensificazione delle violenze e della denuncia da parte di Donald Trump sulla scarsa protezione delle vittime di religione cristiana.
Le Forze Armate statunitensi, previa autorizzazione delle Autorità locali, hanno lanciato un appariscente attacco verso lo Stato di Sokoto, a nord-ovest, utilizzando missili Tomahawk e droni MQ-9 Reaper. La decisione di avviare l’operazione la notte di Natale non è casuale, bensì contribuisce a rilanciare il valore simbolico di protezione dei cristiani. Stando alle dichiarazioni ufficiali, il bersaglio sarebbe stato il gruppo islamista Lakurawa, sospettata di facilitare l’ingresso di jihadisti provenienti dal Sahel e di intrattenere legami con lo Stato Islamico.
Lo sforzo statunitense non si limita ad altre operazioni militari dirette in territorio nigeriano. Il primo incontro di uno specifico Joint Working Group si è tenuto il 22 gennaio 2026 ad Abuja, occasione in cui le parti si sono accordate su principi e obiettivi della collaborazione. Il giorno successivo è stata annunciata la consegna di materiale militare statunitense, parte di un piano quinquennale di approvvigionamento. Infine, il 3 febbraio è stato ufficializzato il dispiegamento di 200 addestratori presso le Forze Armate nigeriane.
Fig. 1 – Un murale che comprende i ritratti del Presidente nigeriano Bola Tinubu (il terzo da sinistra) e del Presidente statunitense Donald Trump, Lagos, Nigeria, 21 febbraio 2025
2. LA PROSECUZIONE DELLE VIOLENZE
Gli atti di violenza verso civili e soldati non si sono fermati davanti all’accresciuta capacità di risposta governativa. Decine di militari sono rimasti coinvolti in imboscate, venendo feriti o uccisi, nei primi mesi del 2026. Rapimenti ed esecuzioni di civili hanno interessato chiese e villaggi: l’episodio più sanguinoso riguarda la morte di almeno 170 persone nell’abitato di Woro, nello Stato di Kwara, che si trova nella parte centro-occidentale della Federazione nigeriana, non proprio uno degli hotspot dei gruppi jihadisti. La percezione, quindi, è che, anziché regredire, la portata dell’azione islamista appaia ancora più ampia. Tinubu ha dispiegato un battaglione dell’esercito nell’area: un gesto prevedibile per rassicurare uno Stato meno abituato alla penetrazione anti-governativa. Il Presidente nigeriano ha inoltre recentemente ribadito l’importanza strategica dell’alleanza con gli Stati Uniti.
Embed from Getty ImagesFig. 2 – Un soldato nigeriano della Multinational Joint Task Force (MNJTF), la coalizione internazionale contro il jihadismo composta da Benin, Camerun, Ciad, Niger e Nigeria, durante un addestramento nello Stato di Borno, Nigeria, 5 luglio 2025
3. COSA ASPETTARSI NEL PROSSIMO FUTURO?
Ciò che si ricava fino a questo momento è un approccio securitario di tipo tradizionale, focalizzato cioè sugli aspetti puramente militari e di intelligence – paradigma utilizzato sin dall’inizio della lotta su vasta scala contro Boko Haram, risalente al 2009. Per comprendere la resilienza dei gruppi terroristici – o delle bande criminali che ne emulano le modalità – radicati nel territorio, occorre risalire alle cause economico-sociali all’origine di questi fenomeni. Una campagna militare quantitativamente e qualitativamente appropriata può offrire sollievo alla popolazione nell’immediato, ma è sufficiente un allentamento delle misure di sicurezza straordinarie perché i medesimi gruppi riprendano le attività. Solo un approccio multidimensionale, che abbia l’ambizione di migliorare le condizioni di vita dei cittadini e potenziare la governance mentre si combatte con le armi, può essere veramente efficace nel colpire il terrorismo alle fondamenta.
Ad aggravare la situazione è la natura transnazionale del terrorismo saheliano, che richiede uno sforzo da parte di tutti i Paesi interessati. I colpi di Stato in Mali, Niger e Burkina Faso hanno allontanato diplomaticamente i propri vicini di casa al pari delle potenze occidentali (USA, ma anche Francia e Regno Unito), rendendo più difficile cooperare a livello regionale.
Per tutti questi motivi la Nigeria e i suoi partner (USA compresi) dovrebbero aggiornare le proprie politiche di sicurezza, abbracciando ogni aspetto della sicurezza umana. Altrimenti, il timore che il Paese possa collassare sul peso delle proprie divisioni etnico-religiose e di una forte crisi economica è una possibilità concreta.
Antonio Magnano
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