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    L’11 settembre in Libia

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    A un anno dalla morte dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens a Bengasi, la situazione in Libia continua a essere drammatica: violenza, scontri tra fazioni, elevato numero di armi in circolazione e scioperi negli stabilimenti petroliferi.

     

    1. L’ATTACCO AL CONSOLATO DI BENGASI – Un anno fa, l’11 settembre 2012, l’ambasciatore statunitense in Libia, Christopher Steven, e altri tre diplomatici furono uccisi a Bengasi, ufficialmente durante l’assalto alla sede consolare condotto da manifestanti che protestavano contro il contestato film “Innocence of Muslims”. Nel corso dei mesi si sono succedute varie versioni e interpretazioni dei fatti, dalla sottovalutazione del pericolo per i diplomatici statunitensi, fino a una serie di errori nelle investigazioni successive all’accaduto, passando per le voci circa una vera e propria esecuzione dell’ambasciatore e dei suoi collaboratori tramite un’iniezione letale e per la posizione incerta della Casa Bianca. Stevens, tuttavia, non era un ingenuo, né uno sprovveduto: sapeva muoversi nel tessuto libico, conosceva le parti del conflitto e aveva legami con esponenti dei vari schieramenti. La sua morte è da inserirsi nella transizione violenta che la Libia continua ad attraversare e che già nel medio periodo potrebbe porre in seria difficoltà l’unità del Paese, una situazione di totale frammentazione del tessuto politico e clanico nel quale a dominare è l’uso delle armi. Non è un caso se, stamani, un’autobomba sia esplosa di fronte a una sede del ministero degli Esteri libico a Bengasi, distruggendolo per gran parte, anche se, al momento, non è chiaro se vi siano state delle vittime.

     

    2. VIOLENZA FUORI CONTROLLO – In Libia la violenza continua a restare all’ordine del giorno: la guerra civile non è mai davvero terminata. Nel Paese circola un quantitativo di armi difficilmente stimabile, ma senz’altro incontrollabile, considerato che gran parte degli arsenali dell’epoca di Gheddafi è finita tra la popolazione, oppure è stata immessa nelle reti combattenti africane (soprattutto nel Sahel) e mediorientali. Molte città e zone libiche sono tuttora controllate da milizie parastatali o, addirittura, fedeli a Gheddafi. Bengasi, per esempio, è difesa dall’ambiguo “Libya Shield”, una formazione composta da almeno 30mila uomini e che il Governo ha più volte, ma senza successo, tentato di regolamentare e inquadrare nel sistema di sicurezza nazionale. Nella regione di Tripoli, invece, agiscono circa 100mila combattenti della “Supreme Security Committee”, guidata da Hashim Bishr, che secondo alcuni mirerebbe all’instaurazione della shari’a. A questi grandi gruppi devono essere aggiunte le truppe a essi affiliate e quelle del tutto indipendenti, che spesso sono veri e propri eserciti clanici che amministrano il potere per proprio conto e, in alcuni casi, continuano la guerra contro il Governo.

     

    3. GLI SCIOPERI – In questo contesto, il primo ministro Ali Zeidan non riesce a ricomporre la frattura tra la Tripolitania e la Cirenaica, la regione dalla quale si mosse la rivolta contro Gheddafi. Le divisioni, infatti, non si basano solo sui rapporti precedenti al 2011, ma anche sulle nuove divergenze tra i salafiti della Cirenaica e le componenti ispirate alla Fratellanza Musulmana, in maggioranza all’Assemblea costituente. Il principale fronte di scontro negli ultimi tempi è la questione petrolifera, con gli esponenti di Bengasi che accusano il Governo di Tripoli di non voler acconsentire a modifiche in senso federalistico dell’Ordinamento per mantenere il controllo sui proventi delle attività estrattive. Da parte sua, la capitale replica che la Cirenaica ambisca a gestire unilateralmente il commercio dell’oro nero, senza alcuna ripartizione dei guadagni con il resto del Paese. In luglio, per esempio, la compagnia che – spesso senza alcuna autorizzazione statale, né mandato – sorveglia i pozzi petroliferi nelle regioni orientali libiche ha indetto una serie di scioperi per protestare contro il mancato pagamento degli stipendi da parte del Governo, il quale, per evitare che ci fossero vendite di greggio abusive da parte dei miliziani, ha ordinato alla Marina di attuare un blocco navale. Il risultato è stato che, con l’interruzione delle attività in importati siti, la produzione nazionale di petrolio è crollata da 1,5 milioni di barili il giorno a una cifra oscillante, secondo le varie fonti, tra i 100mila e i 300mila barili il giorno: la situazione è tale che la Libia, tra i maggiori produttori di petrolio e gas al mondo, adesso è costretta a importare energia.

     

    Beniamino Franceschini

    b.franceschini@ilcaffegeopolitico.net

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    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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