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    La guerra di Erdogan in Siria allontana la pace

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    In 3 sorsi L’operazione militare turca voluta da Erdogan sembra l’ultimo passo di un conflitto in cui le parti in causa continuano a usare il settarismo come arma contro gli avversari. A farne le spese sono le speranze di pace.

    1. LE DIVISIONI ETNICO-RELIGIOSE IN SIRIA

    Spesso considerata come la “culla della civiltà“, la Siria è sempre stata un mosaico di culture, etnie e confessioni. Attirati dalle terre fertili e dalla posizione strategica sul Mediterraneo, a partire dal 600 a.C. Persiani, Greci, Romani e Ottomani hanno invaso e conquistato questo territorio per espandere le loro attività commerciali. Nel corso dei secoli varie comunità, insieme ad altre minoranze non arabe come curdi e turkmeni, si sono stanziate facendo della Siria un autentico crogiolo di culture e identità. Prima dello scoppio della guerra nel 2011, i diversi gruppi etnici e religiosi che caratterizzano il melting pot siriano avevano una precisa collocazione geografica all’interno del Paese. Per esempio gli alawiti (una corrente minoritaria dell’Islam sciita di cui fa parte anche il Presidente siriano Bashar al-Assad) si sono maggiormente concentrati nelle zone costiere del nord-ovest, tra Tartus e Latakia, mentre i drusi nella parte meridionale, al confine con la Giordania. I curdi si sono in larga parte insediati nel nord e nell’est del Paese, vicino a Turchia e Iraq. Se, invece, i quartieri cristiani si sono diffusi a macchia di leopardo in tutta la Siria, gli ultimi ebrei rimasti vivono tutti a Damasco. Il resto della Siria è abitato dalla maggioranza sunnita. Le appartenenze alle comunità etnico-religiose sono di estrema rilevanza anche per capire la distribuzione demografica del sostegno al regime di Assad. Mentre sciiti, cristiani e drusi, infatti, hanno sostenuto – tranne in sporadiche circostanze – le politiche laiche e secolari del regime, i sunniti hanno quasi in blocco appoggiato la ribellione anti-Assad.

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    Fig. 1 – Un campo nel territorio siriano a Khirbet al-Joz ad ovest della provincia di Idlib, al confine con la Turchia, 12 dicembre 2019

    2. LA STRATEGIA DEGLI ATTORI IN GUERRA: FOMENTARE IL SETTARISMO

    Sebbene le rivolte del 2011 nascano da una domanda di libertà diffusa in tutti i gruppi senza distinzione di credo o etnia, la violenza degli attori in guerra è sembrata essere da subito motivata anche da ragioni settarie. Bashar al-Assad ha per primo messo in campo una strategia finalizzata a ergersi a protettore delle minoranze religiose minacciate dai “ribelli terroristi” e ad assicurarsi il controllo delle zone costiere, fondamentali per il consolidamento del regime. Per far ciò il regime ha condotto campagne militari contro villaggi e quartieri sunniti in mano ai ribelli. Bande di criminali fedeli ad Assad come gli shabiha, responsabili di atrocità e massacri contro comunità sunnite, sono state a lungo tollerate dal Governo per spargere terrore nel fronte ribelle. Il risultato è stato una rimozione forzata delle popolazioni sunnite da determinate aree geografiche della Siria. Anche le brigate ribelli, però, sono colpevoli di crimini settari. La varie fazioni che animano la galassia jihadista – incluso il sedicente Stato Islamico – sono state accusate di innumerevoli violazioni dei diritti umani nei confronti delle minoranze sciite, cristiane, druse e curde. Vere e proprie operazioni di pulizia etnica sono state il marchio di fabbrica delle frange più radicali collegate ad al-Qaeda. Per di più, nelle zone del nord-est sotto controllo delle forze SDF (Syrian Democratic Forces) a guida curda, i metodi di rimozione forzata della popolazione sono stati, a volte, simili a quelli usati dai jihadisti. La strategia degli attori in guerra, quindi, è stata quella di mobilitare il sostegno politico facendo leva sulle fratture settarie all’interno della società siriana.

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    Fig. 2 – Un campo di IDPs (Internal Displaced People) nei pressi si Sarmada, vicino al confine con la Turchia, 29 dicembre 2019

    3. OPERAZIONE “SORGENTE DI PACE”

    In quest’ottica si inserisce anche la strategia di Erdogan. La decisione del Presidente USA Trump di ritirare le truppe dal nord della Siria ha dato luce verde ai progetti militari del Presidente turco. Il 9 ottobre, infatti, quest’ultimo ha autorizzato un’operazione militare denominata Sorgente di pace“, che ha portato alla conquista nel giro di tre settimane delle postazioni precedentemente occupate dai curdi. Il sogno dichiarato di Erdogan è anche quello di ripopolare la zona attraverso il rimpatrio di circa due milioni di profughi siriani attualmente presenti sul suolo turco. I profughi – prevalentemente di fede sunnita – andrebbero a insediarsi in massa nelle aree della Siria del nord abbandonate dei combattenti YPG, rischiando così di alimentare una nuova spirale di odio settario già innescata dalle violazioni dei diritti umani commesse dai jihadisti filo-turchi durante l’offensiva “Sorgente di pace”. Sotto il profilo militare e politico la guerra nella Siria del nord è finalizzata alla creazione di una fascia di sicurezza che allontani i guerriglieri curdi dal confine turco-siriano. I progetti neo-ottomani di Erdogan, però, rischiano di essere un ulteriore ostacolo al raggiungimento della pace in Siria. Da una parte, infatti, le soluzioni militari continuano a essere preferite a quelle negoziali, rendendo futuri colloqui di pace un’eventualità quasi irraggiungibile. Dall’altro lato il rimpatrio di centinaia di migliaia di siriani sunniti verso zone precedentemente abitate da curdi costituirebbe l’ennesima operazione di natura etnica che nel lungo periodo rischia di alimentare l’odio settario all’interno del Paese e, quindi, di essere un ulteriore elemento di destabilizzazione del contesto siriano.

    Vittorio Maccarrone

    Vittorio Maccarrone
    Vittorio Maccarrone

    Catanese di nascita, ho conseguito la laurea specialistica all’Università di Pavia (città d’adozione) in World Politics and International Relations con tesi sulla guerra in Siria. Durante il periodo accademico colgo l’opportunità fornita dal progetto Erasmus per ben tre volte: Atene e Budapest sono le mete che scelgo per due tirocini in organizzazioni internazionali e non governative, mentre Gent mi accoglie per il periodo di studio all’estero. Seguo molto sia la politica interna che quella estera. Nelle dinamiche internazionali pongo particolare attenzione al martoriato Medio Oriente. Sono un accanito sostenitore del Calcio Catania, un fervente amante dello sport, appassionato di fotografia, aspirante giornalista e sì… bevo una modesta quantità di Caffè giornaliera!

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