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    Terrorismo in Egitto: un’arma di distrazione di massa

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    In 3 sorsiNemici o presunti tali bussano alle porte d’Egitto. Così, presidente Al-Sisi approva lo stato d’emergenza e rilancia la lotta al terrorismo.

    1. CON LO STATO O CONTRO LO STATO

    Mentre in Libano e Iraq le proteste contro i regimi continuano, in Egitto il Governo intensifica le misure di sicurezza. Il Primo Ministro Mostafa Madbouli, mette in guardia il parlamento e l’opinione pubblica, affermando che “il suo Governo non permetterebbe mai ai manifestanti di diffondere il caos”, facendo riferimento alle recenti proteste che hanno attraversato il paese. Allo stesso tempo, il Presidente Al-Sisi in discorso pubblico in occasione del compleanno del Profeta Maometto (9 Novembre), si dichiara disposto a combattere il terrorismo al fine di impedire la distruzione fisica e morale del suo Paese. Così, a seguito delle proteste scoppiate a settembre, il Presidente ha approvato, con decreto presidenziale n. 555 del 2019, lo stato d’emergenza per un periodo di tre mesi. Sono stati quindi estesi i controlli su tutto il territorio e conferiti maggiori poteri alle agenzie di sicurezza di monitorare e arrestare soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale. L’SSSP (Supreme State Security Prosecution), agenzia di stato che si occupa della sicurezza nazionale, si trasforma quindi in uno strumento di repressione, il cui obiettivo principale sembra essere la detenzione arbitraria e l’intimidazione verso ogni forma d’opposizione al regime, il tutto in nome dell’antiterrorismo. Secondo il report di Amnesty International, l’SSSP sta sistematicamente abusando della legislazione anti-terrorismo al fine di perseguire qualunque forma d’opposizione nel paese, con il risultato che dal 2013 al 2018 ci è stato un aumento quasi triplice (da 259 a 1.739) di detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate e torture.

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    Fig. 1 – Piazza Tahrir, il Cairo, bloccata dalle forze di sicurezza egiziane, 27 settembre 2019.

    2. IL CAPRO ESPIATORIO

    Come si fa a rimanere saldi al potere quando l’indice di gradimento cala?

    Bisogna erigere dei confini interni. Bisogna creare dei nemici, oppure resuscitarli. Il Presidente Al-Sisi incolpa la Fratellanza Musulmana dell’attuale situazione in Egitto. Anche se la Fratellanza non esiste più come partito politico e movimento,  a seguito del colpo di stato del 2013 e del repressivo crack-down da parte del regime, questa continua a costituire un’arma di distrazione di massa da quelli che sono i fallimenti del regime stesso. In un’ottica che potremmo definire populista e pseudo-nazionalista, la Fratellanza viene vista come la causa di tutti i mali nel paese ed incolpata dall’attuale impasse diplomatico tra Egitto e Etiopia per la costruzione della diga sul Nilo. Infatti, uomini vicini al Presidente Al-Sisi, accusano l’ex Presidente (ormai deceduto) e membro della Fratellanza, Morsi, di aver cospirato contro la nazione al fine di impedirne una risoluzione diplomatica.  In una partita che è ancora tutta da giocare e vista la contingenza del momento, la Fratellanza viene quindi resuscita come gruppo terroristico (in realtà è considerata come tale dal 2013 e inserita in una black list del governo) , e con lei tutti coloro che vengono sospettati di affiliazione. Come il caso di quei 1.070 insegnanti egiziani che sono stati licenziati per via di presunti legami con la Fratellanza. Tuttavia, se l’immagine di una nazione costantemente assediata aiuta il regime a mantenere salda “l’unità nazionale”,  dall’altro lato mette a nudo tutte le sue fragilità. E mentre il regime incolpa la Fratellanza, capro espiatorio perfetto, l’ex contractor e ispiratore delle proteste, Mohamed Ali, guarda alla stessa come “parte essenziale della società egiziana”,  e al contempo chiama gli egiziani al voto in un  referendum popolare online che ha come obiettivo quello di far dimettere il Presidente Al-Sisi.

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    Fig. 2 – Manifestanti egiziani durante le proteste anti-governative nella capitale, 20 settembre 2019.

    3. RISTRUTTURARE LE ISTITUZIONI

    Si prospettano tempi difficili per il Governo del Cairo. Il 28 Dicembre 2019, in una conferenza tenutasi a Londra, Mohamed Ali annuncia quelli che sono i punti programmatici del suo nuovo manifesto che ha come obiettivo quello di salvare l’Egitto e abbattere il regime. Un’opposizione d’oltreoceano ormai riunificata (di cui fa parte anche la Fratellanza), minaccia il Governo del Cairo. Così, il presidente riconferma il Tenente Generale Mahamoud Hijiz per “ristrutturare i media di proprietà statale”.  Ristrutturazione che nella pratica si traduce in: controllare e bloccare i siti Web al fine di proteggere l’Egitto e impedire che la “disinformazione” (riferendosi anche ai video postati dal giovane contractor) possa mobilitare i giovani egiziani contro il proprio paese. Il processo di ristrutturazione attuato dal regime, non riguarda solo l’apparato mediatico, ma anche i ministeri.  Il presidente, ha attuato un rimpasto ministeriale che prevede l’assegnazione di 6 governatori provvisori e di 23 deputati, da lui personalmente scelti, in quello che viene definito un passo verso l’empowerment dei giovani. Infatti, la maggior parte degli eletti sono giovani politici il cui compito è quello di “servire il popolo egiziano e soddisfarne le necessità”.

    Allo stesso tempo, entro la fine del prossimo mese, verrà ripristinata la politica dei sussidi alimentari. Verranno quindi abbassati i prezzi dei generi alimentari di prima necessità e implementato “un sistema di assicurazione sanitaria a livello nazionale”. Quella attuata del governo del Cairo è una partita a scacchi. I pedoni vengono spostati al fine di mantenere salda la casta del presidente e scongiurare una nuova ondata di proteste. Ma basteranno la lotta al terrorismo e queste politiche pseudo-assistenzialiste a rassicurare il popolo?

    Valentina Ricco

    Valentina Ricco
    Valentina Ricco

    Sono nata nel 1992 a Trani. Appassionata di Filosofia e Scienze Sociali, conseguo una Laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari. Nel 2019 conseguo una laurea magistrale, presso l’Università degli Studi di Torino, in Scienze Internazionali – Politiche del Medio Oriente e Nord Africa. In questi anni mi specializzo nello studio del populismo religioso e dei movimenti islamisti, soprattutto in Egitto e Tunisia.

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