Analisi – Nelle ultime settimane gli incendi in Australia hanno distrutto centinaia di migliaia di ettari di vegetazione, ucciso milioni di animali selvatici e minacciato grandi città come Sydney e Canberra. Sotto accusa i cambiamenti climatici, ma anche la risposta tardiva e incompetente del Governo Morrison all’emergenza.
UN DISASTRO SENZA PRECEDENTI
Alla fine la pioggia è arrivata e ha dato un po’ di insperato refrigerio agli abitanti dell’Australia meridionale, alle prese da settimane con alcuni dei peggiori incendi nella storia del Paese. Ma si tratta solo di una tregua: i meteorologi prevedono infatti un ritorno a tempo secco e temperature elevate nei prossimi giorni, cosa destinata ad alimentare nuovi roghi e a rimettere sotto pressione comunità e servizi d’emergenza locali. In molte zone l’emergenza è ormai in corso dal luglio scorso, tradizionale inizio della “fire season” australiana, e ha provocato distruzioni immani, sia a livello umano che ambientale. Se il numero delle vittime resta relativamente basso (24 morti), i danni a strutture e abitazioni sono infatti considerevoli: nel solo New South Wales sono andate in fumo oltre 1.300 case e le fiamme hanno spesso reso inagibili le strade tra costa e entroterra, ostacolando l’opera di spegnimento dei roghi e l’evacuazione dei residenti più a rischio. Gli incendi hanno anche minacciato i sobborghi di grandi città come Sydney, Melbourne e Canberra, producendo massicce coltri di fumo che hanno reso l’aria irrespirabile e raggiunto persino parte della Nuova Zelanda. Ma i danni più pesanti sono naturalmente quelli ambientali: finora sono bruciati oltre 5 milioni di ettari di territorio, cioè una superficie superiore a quella del Belgio, e le prime stime ufficiali parlano di almeno 500 milioni di animali selvatici morti, tra cui il 30% della popolazione di koala del New South Wales. E proprio i koala sono diventati il simbolo di questa tragedia, con le foto di esemplari coperti di ustioni o in fuga dalle fiamme diventate virali sui social, alimentando la rabbia e l’indignazione popolare per la risposta tardiva e inefficace del Governo all’emergenza.
Embed from Getty ImagesFig. 1 – Una foresta abitata da koala distrutta dagli incendi nell’area di Sydney. Si teme che almeno il 30% dei koala nel New South Wales non sia sopravvissuto al disastro delle scorse settimane
CAMBIAMENTI CLIMATICI
Ma che cosa ha provocato questa ondata di incendi eccezionale, che hai ormai superato per distruttivitĂ anche i roghi in Amazzonia e in Siberia della scorsa estate? Se le cause immediate dei singoli incendi sono di diversa natura, compresa l’azione dei piromani, gli scienziati non hanno però dubbi su quelle di tipo strutturale e riconducono il fenomeno agli effetti dei cambiamenti climatici, con meno piogge e piĂą fasi di caldo estremo rispetto al passato. Nel mese di dicembre, ad esempio, quasi tutto il territorio australiano ha registrato temperature nettamente superiori alle medie stagionali, con l’area di Perth addirittura per tre giorni consecutivi sopra i 40°, e venti da est hanno contribuito a intensificare il caldo e inaridire il terreno, creando le condizioni ideali per il divampare di grossi incendi come quelli visti nei giorni scorsi. Dal 2017, poi, gli Stati dell’Australia sudorientale registrano piogge invernali inferiori alla media, cosa che ha dato vita a una siccitĂ prolungata e seccato la vegetazione anche di aree tradizionalmente boschive o paludose. Nonostante l’Australia abbia giĂ sperimentato in passato condizioni di siccitĂ estrema, specialmente nel periodo tra il 1997 e il 2009 (conosciuto anche come “Millennium Drought“), quelle attuali appaiono comunque senza precedenti e stanno accrescendo lo stress idrico delle regioni piĂą abitate del Paese. Alcuni piccoli centri del New South Wales, ad esempio, hanno in media solo otto mesi di scorte d’acqua a disposizione, con inevitabili problemi per le attivitĂ agricole, e persino le riserve di Sydney hanno registrato un calo del 50% negli ultimi due anni, costrigendo la cittĂ a puntare sulla costruzione di impianti di desalinizzazione per coprire parte del proprio fabbisogno giornaliero. Inutile dire che tutto ciò ha contribuito a rendere le comunitĂ locali piĂą vulnerabili agli incendi e ad aggravare il loro impatto economico e ambientale.
Fig. 2 – Una mappa delle temperature registrate in Australia nel mese di dicembre. Fonte: Australian Government – Bureau of Meteorology
LE COLPE DEL GOVERNO MORRISON
Se i cambiamenti climatici sono il principale “colpevole” dell’attuale catastrofe, molti australiani attribuiscono comunque serie responsabilità al Governo federale di Scott Morrison, entrato in carica nell’agosto 2018. Nonostante molti incendi fossero già in corso da diverse settimane, l’esecutivo ha infatti gravemente sottovalutato il problema e lo stesso Morrison si è recato in vacanza alle Hawaii durante la fase più critica dell’emergenza, tornando in patria solo dopo la reazione polemica di social e giornali. La recente mobilitazione di 3mila riservisti dell’Esercito per aiutare nelle opere di contenimento degli incendi è parsa anche tardiva e confusa, con le Autorità del New South Wales che si sono lamentate per avere appreso della notizia solo dai media. Inoltre molti esperti denunciano la debolezza della neonata National Bushfire Recovery Agency e di altre Istituzioni preposte alla lotta anti-incendi, spesso bloccate dall’assenza di fondi e leggi adeguate.
Ma le polemiche maggiori sono sull’atteggiamento scettico, se non addirittura negazionistico, del Governo verso la questione dei cambiamenti climatici. Influenzato dall’ex premier Tony Abbott e dalla stampa di Rupert Murdoch, Morrison si è infatti rifiutato di prendere maggiori impegni per la riduzione delle emissioni e il suo ostruzionismo ha contribuito al recente fallimento della COP25 di Madrid. Per il Primo Ministro australiano i cambiamenti climatici sono sostanzialmente un problema artificiale creato dalle classi medio-alte delle grandi città per danneggiare gli abitanti delle province rurali, spesso impiegati nell’industria mineraria nazionale. Un’industria estremamente importante per la crescita economica australiana e incentrata soprattutto sull’estrazione di carbone, poi venduto a grandi produttori di emissioni come la Cina e le altre economie emergenti dell’Asia orientale. Morrison punta quindi a tutelare gli interessi dell’industria carbonifera e non sembra intenzionato ad adottare una politica energetica più ambientalista. E nemmeno gli incendi sembrano destinati a fargli cambiare idea, almeno a giudicare dalle sue prime dichiarazioni sul tema e dal suo rifiuto di riconoscere un chiaro legame tra incendi e cambiamenti climatici.
Fig. 3 – Il premier Scott Morrison visita una fattoria del Victoria distrutta degli incendi, 3 gennaio 2020. Le sue visite nei luoghi del disastro sono state spesso accompagnate da reazioni ostili da parte degli abitanti locali
L’Australia si ritrova quindi in un rischioso paradosso: da un lato è infatti brutalmente esposta agli effetti delle alterazioni climatiche, come dimostrato dall’emergenza di queste settimane e dalla parziale morte della Grande Barriera Corallina nel biennio 2016-18, ma dall’altro è guidata da una leadership politica ostile o indifferente a qualsiasi tentativo di contrastare tali effetti e di prevenire la loro causa primaria. Se non riuscirà a risolvere tale paradosso, il Paese continuerà dunque a bruciare anche in futuro, con buona pace dei tanti atti di eroismo compiuti da pompieri e semplici cittadini in queste tragiche settimane.
Simone Pelizza