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    Dopo la COP25 di Madrid: tra fallimento e incertezze, quali misure adotterà l’UE?

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    Analisi – Dopo la Conferenza dell’ONU sul clima che ha suscitato delusione e pesanti critiche tra la società civile e le Istituzioni, quali saranno le conseguenze? In particolare, è interessante capire come l’Unione Europea affronterà la crisi ambientale. Quali azioni metterà in campo per sostenere la green economy?

    PERCHÉ LA COP25 È STATA UN PARZIALE FALLIMENTO

    Dal 2 al 13 dicembre dello scorso anno si è tenuta a Madrid la COP25, la Conferenza annuale sul clima organizzata dalle Nazioni Unite per affrontare il delicato tema del cambiamento climatico, che sta destando l’attenzione e la preoccupazione di tutti i Governi e i movimenti ambientalisti del mondo. Spostata dal Cile alla capitale spagnola in seguito ai turbolenti eventi politici che hanno interessato il Paese latinoamericano negli ultimi mesi, già questa decisione ha creato un grande problema logistico all’interno dell’evento, concentrando l’organizzazione in un solo mese. La cumbre sul clima non si è conclusa con le azioni previste. Il nodo principale che è sfociato nell’immobilismo decisionale dell’incontro risiede soprattutto nella questione dei cosiddetti “crediti di carbonio”.
    Secondo l‘art. 6 dell’Accordo di Parigi le misure adottate dai Paesi per stabilizzare l’aumento della temperatura terrestre sotto i 2 °C sono risultate inadeguate e si prevedeva un meccanismo secondo il quale un Paese che non riuscisse a de-carbonizzare la propria economia e a ridurre le emissioni di gas serra, avrebbe potuto acquistare la differenza di riduzione dell’emissione attraverso dei crediti di carbonio “internazionali” prodotti fuori dal proprio territorio nazionale. Il fallimento della COP25 ha riguardato proprio l’accordo sulla quantità di crediti del carbonio, decisione rimandata alla prossima conferenza che si terrà a Glasgow nel novembre 2020. I principali Paesi che si sono opposti agli accordi durante la COP di Madrid sono stati Brasile, Arabia Saudita, Australia, Russia, India, Cina e Sudafrica. Se si pensa che dopo l’Accordo di Parigi siglato nel 2015 gli obiettivi fissati per abbattere le emissioni di gas serra in maniera significativa avrebbero dovuto essere raggiunti entro il 2030 e l’obiettivo di emissioni zero aveva come limite massimo il 2050, il fallimento della COP25 rappresenta un rilevante stop alle politiche green per salvare il pianeta.

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    Fig. 1 – L’ultimo giorno di trattative della COP25, Madrid, dicembre 2019

    LA DELUSIONE DELLE ISTITUZIONI E DEI MOVIMENTI AMBIENTALISTI

    Il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha mostrato la propria delusione poco dopo la fine della Conferenza: “Sono deluso dai risultati di COP25. La comunità internazionale ha perso un’importante opportunità per mostrare una maggiore ambizione in materia di mitigazione, adattamento e finanza per affrontare la crisi climatica. Ma non dobbiamo arrenderci e non mi arrenderò. Sono più determinato che mai a lavorare affinché il 2020 sia l’anno in cui tutti i Paesi si impegnino a fare ciò che la scienza ci dice sia necessario per raggiungere la carbon neutrality nel 2050 e un aumento della temperatura non superiore a 1,5 gradi”. Più ottimista invece è stata il Ministro dell’Ambiente del Cile, nonché Presidente della COP25, Carolina Schmidt: “Terminiamo con dei sentimenti misti. Con la speranza che insieme possiamo realizzare grandi cose, come il Cile ha fatto con la Spagna mettendo in piedi questa COP in tempi record. Ma non c’è ancora consenso per aumentare l’ambizione ai livelli di cui abbiamo bisogno”.
    Più dure sono state invece le reazioni della società civile e delle ONG che hanno considerato questo risultato come un tradimento degli Accordi di Parigi del 2015 e come un pericoloso passo indietro di fronte ad una catastrofe climatica e ambientale che i Governi stanno ignorando.
    Un giovane attivista ambientale cileno, Israel, che ha partecipato alla COP25, ci ha raccontato la delusione che ha provato: “Sembrava semplicemente una fiera a sfondo ambientale, ma assolutamente non una conferenza mondiale sul clima. Non sono poche le risorse destinate a quest’ambito, non sono pochi quelli che lavorano per miglioramenti in materia ambiental, ma quanti sono i reali interessati affinché si abbiano risultati ai livelli richiesti? Riguardo la COP25 non c’è stato dialogo tra i partecipanti ed erano davvero pochi gli spazi per condividere idee e progetti. Ma soprattutto le iniziative che sono state presentate erano solo per zone e città specifiche, mentre mancavano progetti di trasformazione globale o su macro-scale”. Anche associazioni ambientaliste come Greenpeace hanno protestato contro gli interessi delle grandi compagnie che producono e utilizzano combustibili fossili e che hanno dettato, secondo la loro opinione, la linea della conferenza, facendola fallire e ignorando le sempre più gravi conseguenze ambientali e il punto di non-ritorno in cui si trova il nostro pianeta.

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    Fig. 2 – Numerosi attivisti sul clima protestano davanti alla Corte Suprema dell’Aja, 20 dicembre 2019

    L’UNIONE EUROPEA E IL “GREEN DEAL”

    Nello scenario di delusione e immobilismo della COP25 si insinua con ottimismo e proattività l’Unione Europea, che con la nuova presidente della Commissione, la tedesca Ursula van der Leyen, ha annunciato un piano di investimenti per ridurre e abbattere entro il 2030 il 50-55% delle emissioni dei Paesi dell’UE, con l’obiettivo finale di raggiungere la “neutralità climatica”, ossia la decarbonizzazione delle economie, entro il 2050. È questo il Green Deal, che si propone tramite 50 azioni di far diventare l’Europa il primo continente completamente fruitore di energie rinnovabili. Le azioni spaziano dalle politiche industriali all’agricoltura sostenibile. Tra queste sono inserite anche le politiche di inclusione sociale di tutti i lavoratori dei settori carboniferi che potrebbero vedere in pericolo i propri posti di lavoro nel passaggio a una green economy: saranno dunque previsti dei meccanismi di riconversione dei posti di lavoro. Aumentando gli standard ambientali e di processi produttivi sostenibili, non si potrebbero pertanto avere solo impatti positivi all’interno dell’Unione Europea, ma anche in tutti i Paesi che vorranno accedere al mercato europeo, facendo convergere a livello globale gli obiettivi verso più ambiziosi risultati. Si può quindi, nonostante il grave fallimento della COP25 di Madrid, cercare di scegliere quello che Guterres ha chiamato nel suo discorso il “percorso della speranza”: “Un percorso di determinazione, di soluzioni sostenibili, in cui tutti i combustibili fossili rimangono dove dovrebbero stare, sottoterra, e dove saremo a buon punto per raggiungere la carbon neutrality entro il 2050″.
    Fondamentale è la sinergia tra attori non statali e Istituzioni: la speranza è che la leadership dell’UE con il suo Green Deal possa generare azioni a livello globale in tal senso.

    Rachele Renno

    Rachele Renno

    Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università “L’Orientale” di Napoli, dopo un’esperienza Erasmus in Spagna all’Università di Jaén decido di tornare in terra iberica per specializzarmi in Relazioni Internazionali con un Master post-laurea a Madrid. Sono appassionata di politica europea e ho svolto uno stage di ricerca presso il think-tank “Real Instituto Elcano” nel campo della “Politica dell’Unione Europea e della Spagna”.
    Tra i miei principali interessi la lingua e cultura spagnola e la tutela del patrimonio artistico e culturale, motivo per il quale sono socia dell’associazione UNESCO Giovani.
    Un detto spagnolo recita: “Compartir es vivir” (Condividere è vivere) e per me scrivere per il Caffè Geopolitico significa proprio questo: condividere con i lettori la mia passione per la politica internazionale.

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