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domenica 31 Maggio 2020
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    Il volto africano della pandemia

    In breve

    • Il Covid-19 è arrivato in Africa, colpendo quasi tutti i Paesi del continente.
    • Gli Stati subsahariani non sono generalmente pronti ad affrontare l’epidemia, quindi è necessaria una rapida mobilitazione da parte della comunità internazionale.
    • L’emergenza sanitaria avrà un impatto economico rilevante a livello internazionale. I Paesi africani stanno coordinando l’azione per fornire una risposta economico-finanziaria continentale.
    • Il Covid-19 potrebbe mettere a dura prova la tenuta sociale e politica di molti Stati africani.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 6 min.

    Analisi Sviluppi attuali e impatti futuri della Covid-19 in Africa. I sistemi sanitari africani sono pronti all’urto? Quali conseguenze subiranno le economie della regione e come cambieranno gli equilibri politici?

    LA COVID-19 È ARRIVATA IN AFRICA

    Mentre la comunità globale sta correndo per contenere il contagio della Covid-19 e attrezzare gli ospedali per gestire il sovraccarico inatteso, in Africa il virus si è diffuso in decine di Paesi in poche settimane, fino a essere presente in 47 stati su 54 con 4.409 casi confermati e 136 deceduti. Fin dall’inizio dell’epidemia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha sostenuto i Governi africani attraverso la fornitura degli strumenti per la diagnosi precoce e i kit per il tampone, la formazione di tecnici di laboratorio e mezzi per rafforzare la sorveglianza nelle comunità. Quarantacinque Paesi in Africa possono ora eseguire i test per il SARS-CoV-2, un significativo passo avanti, considerato che prima solo due nazioni avevano le strumentazioni e le competenze adeguate. Di certo i numeri attuali risultano esigui se comparati ai dati europei e messi in relazione alla popolazione totale del continente, eppure sufficienti a indicare l’esistenza di alcuni focolai. Gli esperti, infatti, parlano di accelerazione del virus, che se non fermata per tempo potrebbe risultare in una vera è propria ecatombe nel continente africano, dati i pochi letti di terapia intensiva presenti. Gli Stati, però, hanno seguito immediatamente l’esempio occidentale e posto severe limitazioni al movimento di persone: chiusura di alcune frontiere, voli cancellati, quarantena imposta a chi entra nel Paese. Isolare la propria popolazione da possibili contagi dall’esterno è ovviamente la priorità. Le due maggiori potenze africane non hanno atteso a prendere decisioni significative: la Nigeria ha vietato l’ingresso a tutte le persone provenienti da uno Stato dove si contano oltre mille casi e il Sudafrica ha dichiarato lo “stato di disastro nazionale”. L’emergenza sanitaria ha già dato via a una serie di conseguenze sociali, tra cui molti casi di stigmatizzazione degli occidentali – in particolare italiani, – considerati come untori e vittime di violenza sia fisica che verbale. Questa crisi, senza precedenti nell’era della globalizzazione, cambierà le dinamiche economiche e geopolitiche del prossimo decennio, e di conseguenza dovranno essere riviste tutte le stime e proiezioni dei prossimi anni. Il 27 marzo Moody’s ha declassato il Sudafrica, segnale di come questo momento storico sarà uno spartiacque per il futuro del mondo e del continente africano.

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    Fig. 1 – A Soweto (Sudafrica) cittadini fanno la fila davanti a un punto SASSA (South African Social Security Agenty), 30 marzo 2020. Il Sudafrica ha imposto il lockdown a partire dal 27 marzo, imponendo un rigido coprifuoco e misure contenitive per fermare la diffusione del virus

    IMPATTO SANITARIO

    Secondo quanto riportato dall’OMS, solo sette Paesi sono adeguatamente pronti per l’epidemia: Algeria, Costa D’Avorio, Camerun, Etiopia, Tanzania, Kenya, Madagascar. Il restante si attesta su un livello moderato di prontezza, a eccezione di Namibia, Benin, Guinea Bissau e Gambia, sotto lo standard. La mancanza di fondi e anni di conflitti hanno distrutto infrastrutture essenziali in diverse parti del continente, che potrebbero lasciare molti Paesi incapaci di rispondere a un’ondata di infezioni, ha detto Crystal Ashley Wells, portavoce regionale del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) a Nairobi. Ad esempio, nel Sud Sudan più di 1,6 milioni di persone sono dislocate all’interno del Paese e spesso le strutture sanitarie devono essere raggiunte a piedi, impiegando ore o perfino giorni. La natura contagiosa del coronavirus, unita alla sua capacità di causare gravi complicanze, ha anche suscitato timori su ciò che potrebbe accadere se raggiungesse campi profughi densamente popolati. Oltre il 70% degli abitanti delle città africane, ovvero circa 200 milioni di persone, risiede in baraccopoli affollate, con un accesso limitato alle tubature dell’acqua o all’elettricità. In questi ambienti la distanza sociale può essere effettivamente impossibile da applicare. Circa il 40% degli africani vive in ambienti con carenza d’acqua, in cui ottenere l’accesso all’acqua pulita – per non parlare del sapone – è un ostacolo quotidiano insormontabile. Per quelle popolazioni anche semplici misure per prevenire la diffusione del virus, come il frequente lavaggio delle mani, saranno fuori dalla portata di tutti. Per l’85% degli africani che vivono con meno di 5,50 dollari al giorno, l’interruzione del lavoro rappresenterà una minaccia esistenziale. Finora il virus, però, si è diffuso più rapidamente in alcuni dei Paesi africani economicamente più sviluppati, come il Sudafrica e l’Egitto, che hanno più collegamenti aerei e commercio con l’Europa e la Cina, e hanno la capacità di effettuare i test per confermare i casi positivi. Tre settimane dopo la scoperta della prima infezione in Sudafrica, il Paese è ora l’epicentro dell’epidemia nel continente con oltre mille casi confermati. La speranza è che, come è avvenuto nei Paesi che hanno gestito efficacemente l’ebola, questa crisi contribuirà a costruire la capacità e la preparazione dei Paesi africani alle future pandemie. Questa epidemia, se ben gestita, renderà i sistemi sanitari più forti e resilienti.

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    Fig. 2 – Zimbabwe, in mascherina tra le bancarelle di verdura temporaneamente chiuse a causa dell’emergenza. Il Presidente Mnangagwa ha dichiarato un blocco di 21 giorni a partire dal 30 marzo, limitando gli spostamenti, chiudendo la maggior parte dei negozi e sospendendo i voli in entrata e uscita dal Paese.

    IMPATTO ECONOMICO

    La crisi sanitaria si trasformerà in crisi economica mondiale, creando serie difficoltà per le economie di ogni Paese. L’ impatto sull’area sub-sahariana andrà a gravare su una situazione già di per sé precaria. Del resto, il rapporto debito/PIL delle economie subsahariane è passato dal 30% nel 2012 al 95% a fine 2019. I Governi africani hanno emesso oltre 130 miliardi di dollari in bond, di cui 70 miliardi tra il 2017 e il 2019, e i costi del servizio del debito sono balzati dal 17,4% delle esportazioni nel 2013 al 32,4% nel 2019. Oggi 18 Paesi africani a basso reddito stanno già affrontando una crisi del debito o sono sull’orlo di una crisi. Gli sviluppi di una recessione globale potrebbero gravare irrimediabilmente sulle economie della regione. Per i produttori di petrolio, alcuni dei quali si stanno ancora riprendendo dal crollo dei prezzi delle materie prime del 2014-16, potrebbe essere l’ultima goccia che fa traboccare il vaso. Nelle scorse settimane il mercato del petrolio è imploso, registrando il calo più forte dai tempi della guerra del Golfo nel 1991. Gli introiti petroliferi attesi da questi Paesi sono andati in fumo, facendo apparire il debito sempre più insostenibile. Le prospettive non sono certo migliori per le economie relativamente più diversificate del continente. A gennaio e febbraio, infatti, il calo delle importazioni africane ha raggiunto il 20% e si deteriorerà ulteriormente con le restrizioni della produzioni industriale nel resto del mondo. Il probabile crollo dei proventi del turismo colpirà duramente molte destinazioni con conseguenze critiche: a Capo Verde il turismo rappresenta il 44% del PIL e il 39% dell’occupazione. Nel mini-vertice online del Consiglio dell’Unione Africana, i leader regionali hanno discusso sugli sforzi necessari per combattere la pandemia, convenendo circa l’istituzione di un fondo africano unito in coordinazione con i vari gruppi economici regionali. Ci sono, dunque, segnali positivi sulla ricerca di una risposta su larga scala, perseguendo una maggiore integrazione regionale. Il 29 marzo, inoltre, la Banca africana per lo sviluppo ha stanziato 3 miliardi di dollari per un programma di obbligazioni triennali per contribuire ad alleviare l’impatto economico e sociale che la pandemia di Covid-19 avrà sui mezzi di sussistenza e sull’economia dell’Africa. Il bond Fight Covid-19, con scadenza a tre anni, ha raccolto interessi da Banche centrali e Istituzioni ufficiali, tesorerie bancarie e gestori patrimoniali, compresi gli investitori socialmente responsabili, con offerte superiori a 4,6 miliardi di dollari. Si tratta del più grande Social Bond denominato in dollari mai lanciato finora sui mercati internazionali emesso dalla Banca africana, e pagherà un tasso di interesse dello 0,75%.

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    Fig. 3 – Un seggio elettorale a Bamako durante le elezioni parlamentari programmate per il 29 marzo 2020.

    IMPATTO POLITICO

    La pandemia e le sue conseguenze potrebbero cambiare le carte in tavola per i Paesi più poveri con risorse e mezzi di recupero limitati, e per i rifugiati e le persone in zone di conflitto – ma probabilmente non in senso positivo. L’epidemia globale ha il potenziale di scatenare il caos negli stati fragili e innescare disordini diffusi. Accettare e adattarsi alle drastiche misure sociali per limitare il contagio, infatti, richiede necessariamente un certo grado di coesione sociale e fiducia nelle istituzioni, oltre alla capacità di farle rispettare sul territorio. Elementi, purtroppo, spesso carenti in molti Paesi del continente che è da sempre caratterizzato da un apparato istituzionale fragile e da forti frammentazioni etniche. Una diffusione incontrollata del virus potrebbe mettere a dura prova la tenuta sociale di molti Stati africani e dare via a ulteriori moti di rivolta, gettando così nel caos di un conflitto civile anche Stati che ne erano finora rimasti immuni. Mentre le sfide sanitarie e le conseguenze economiche sono potenzialmente devastanti, le conseguenze politiche sono più difficili da prevedere – ma potrebbero essere le più durature. Dopo i primi errori, il Governo cinese sta lavorando duramente per trasformare IL SARS-CoV-2, scoperto per la prima volta a Wuhan a novembre, in una storia di successo nazionale. Il virus è diventato uno strumento di soft power per superare i rivali Stati Uniti, e rafforzare la posizione cinese nello scacchiere mondiale. L’Africa è per la Cina un avamposto della sua influenza mondiale e potremmo assistere a un rafforzamento di questa influenza. Ora che il mondo occidentale combatte una guerra durissima in casa, la superpotenza asiatica non avrebbe rivali nella regione.

    Arianna Colaiuta

    Arianna Colaiuta

    Classe ’96, di Roma, città dove attualmente studio e vivo. Dopo una laurea in Politics, Philosophy and Economics presso la LUISS Guido Carli, ho deciso di proseguire i miei studi in politica internazionale con una magistrale in Global Studies. Al momento vivo a Bruxelles, dove faccio parte di un double degree presso l’Université Libre de Bruxelles (ULB) e collaboro con la delegazione europea di Unioncamere.  Il mio interesse per la geopolitica e la sicurezza mi ha portato a sviluppare un particolare interesse per la regione MENA e per l’Africa sub-sahariana. Con la mia tesi triennale “ Italy and Africa: evolution of the Italian approach during the XVII legislature and a risk-opportunity analysis in light of the national interest” ho iniziato un percorso di approfondimento sulla politica del continente africano, che provo a portare avanti qui al Caffé con una serie di articoli tematici.

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