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    Ripartono i negoziati, dunque ripartono le violenze di chi si oppone fermamente a qualsiasi tentativo di accordo tra Israeliani e Palestinesi. Un agguato di miliziani di Hamas uccide quattro israeliani. La reazione dagli insediamenti:”Da oggi ricominciamo a costruire ed espanderci”. Ecco perché i negoziati di domani sembrano destinati a sicuro fallimento, prima ancora di cominciare

    IL FATTO – Un attacco definito “feroce” dai soccorritori. Un agguato in piena regola. Villaggio di Beni Nai, nei pressi dell'insediamento di Kiryat Arba, non lontano da Hebron. Quattro israeliani, tutti appartenenti alla stessa famiglia (due uomini di 25 e 40 anni, e due donne, tra cui una incinta) uccisi da miliziani palestinesi appartenenti alle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, che ieri sera ha rivendicato l’attentato definendolo “la prima operazione di una lunga serie”. Dopo aver fermato il veicolo bianco su cui viaggiava la famiglia con una raffica di colpi, i miliziani hanno estratto i quattro israeliani dall’auto e li hanno uccisi a bruciapelo. Tutto questo accade alla vigilia della ripresa dei colloqui tra Israeliani e Palestinesi a Washington, con l’assai arduo obiettivo di ripartire con i negoziati per giungere ad un accordo sullo status definitivo (addirittura entro un anno, secondo gli – utopistici? – obiettivi americani). I due avvenimenti, come vedremo, sono tutt’altro che slegati.  

    LE REAZIONI – Mentre il premier palestinese Salam Fayyad ha pronunciato parole di sdegno e condanna per l’accaduto, i Comitati di resistenza popolare palestinesi definiscono l’attacco un messaggio per i negoziatori. “Non avrebbero dovuto imbarcarsi in questa vicenda senza il sostegno del popolo palestinese – ha detto il portavoce dei Comitati, Abu Mujahid, a Ynet -. La nostra gente sposa ancora la causa della resistenza e non crede in quei fittizi colloqui”. Centinaia di persone a Gaza hanno esultato e sbandierato bandiere verdi di Hamas. In serata, decine di soldati israeliani si sono schierati nella parte palestinese di Hebron, città ad altissimo tasso di tensione, dove vivono 500 israeliani a fronte di 200mila abitanti palestinesi. Dagli insediamenti israeliani sono partiti lanci di pietre contro macchine palestinesi a Havat Gilad, Givat Assaf e nell’area di Silwad. “Per ogni nostra vittima i palestinesi dovranno pagare un prezzo”: queste le parole dei leader religiosi. Forze di sicurezza israeliane hanno inoltre fermato un tentato assalto ad una casa isolata abitata da una famiglia musulmana, mentre a Naalin, una bottiglia molotov è stata lanciata contro un’auto palestinese, senza provocare feriti.

    LE PAROLE – Dagli Usa, il premier israeliano Netanyahu afferma, direttamente e tramite il portavoce Mark Regev: “Israele non permetterà che lo spargimento di sangue di quattro suoi cittadini in Cisgiordania resti impunita. Troveremo gli assassini, puniremo i loro mandanti. Non permetteremo che i terroristi decidano dove devono vivere gli israeliani o la configurazione dei confini definitivi, e nel corso dei negoziati chiederemo misure di sicurezza destinate prevenire questi omicidi. Quanto accaduto non produce però alcun cambiamento nell’avvio dei negoziati di pace. Restiamo impegnati a raggiungere la pace ”. Queste invece le parole di Abu Mazen, Presidente palestinese: “L'’Autorità nazionale palestinese si oppone agli attacchi contro i civili di entrambe le parti, sia israeliani che palestinesi. Questi gesti hanno l’unico obiettivo di ostacolare il processo diplomatico”. La Casa Bianca ha condannato “nel modo più forte possibile” l’attentato. Il Presidente Israeliano Shimon Peres, condannando l'attacco, ha dichiarato: “I terroristi non avranno il sopravvento. Unendo le forze è possibile sopraffarli. Con i terroristi non è possibile negoziare, ma invece occorre trattare con quanti si oppongono al terrorismo e vogliono la pace”, riferendosi alla delegazione guidata da Abu Mazen.

    LE CONSEGUENZE – Al di là delle parole, assai più significativa è la decisione presa nella notte dal Moatzat Yesha, l’organizzazione che racchiude e coordina tutte le comunità ebraiche della Cisgiordania. Una delibera che, se attuata, avrà conseguenze pesantissime. Il blocco dell’espansione degli insediamenti israeliani (la moratoria di dieci mesi relativa al congelamento degli insediamenti, in scadenza il 26 settembre) non sarà più rispettato, sin da oggi. Questa la comunicazione: «Invitiamo tutti i coloni a iniziare a costruire dalle sei di mercoledì mattina. Loro ci attaccano e la risposta di noi sionisti sarà quella di costruire ovunque».

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    ECCO PERCHE’ – Nella storia del conflitto israelo-palestinese, questa scena si è ripetuta costantemente. È un film già visto: ogni volta che si tenta di fare un passo in vista di un accordo di pace, piccolo o grande che sia, ecco un attentato, puntuale come un orologio, da parte di chi la pace non la vuole affatto, a ribadire il suo no ad un accordo. Attentati da parte di estremisti palestinesi ve ne sono stati parecchi in simili situazioni; d’altra parte, non si può dimenticare come il premier israeliano Rabin, uomo che forse più di tutti ha provato a cercare un accordo, sia stato ucciso nel ’95 da un estremista israeliano. Finchè da entrambe le parti non si riuscirà a superare questi pur tragici avvenimenti, alla pace non si arriverà mai. È triste ma doveroso andare oltre i morti e gli attentati e proseguire con i colloqui, se si vuole raggiungere la meta finale. Interrompere negoziati di pace in caso di attentati, fatto avvenuto più volte negli ultimi 20 anni, rende i governanti sempre “ricattabili” da chi non vuole la pace. Certo, per riuscire ad andare oltre occorre desiderare davvero un accordo e avere una forza e un peso politico di gran rilievo. E non sembra certo questo il caso, da entrambe le parti.  

    SENZA PROSPETTIVE – I negoziati che partono domani hanno davvero scarse possibilità di successo. Le delegazioni e i governi israeliani e palestinesi non hanno un “mandato popolare” alle spalle. In questo momento, nessuna delle due parti (sia a livello di esecutivo, sia a livello di opinione pubblica) sembra avere alcuna intenzione di cedere minimamente sui punti nevralgici di un negoziato attendibile: insediamenti, confini, ritorno dei profughi, Gerusalemme capitale. Un negoziato senza punti negoziabili difficilmente può avere buone prospettive. Abu Mazen, Presidente palestinese, inizierà i colloqui nonostante il suo mandato sia scaduto da oltre un anno, senza nuove elezioni all’orizzonte, con un peso politico quanto mai ridotto, senza assolutamente poter parlare a nome del popolo palestinese, da anni diviso tra Fatah (Cisgiordania) e Hamas (Gaza). Netanyahu è il leader di un governo che cadrebbe automaticamente in caso di qualsiasi concessione ai palestinesi. La moratoria sul congelamento degli insediamenti non sarà rinnovata, come già comunicato dallo stesso premier israeliano, e stanotte negli insediamenti si è unilateralmente deciso di tornare a costruire. Insomma, manca anche la più basilare precondizione per iniziare un negoziato. L’attentato di ieri, come tanti altri nella storia recente e non, era volto a provocare il fallimento dei negoziati che inizieranno domani. Con amarissima ironia, bisogna dire che questa volta proprio non sarebbe servito: questo accordo non s’ha da fare, anche questa volta, e i negoziati sono già indirizzati sulla strada del fallimento con le proprie gambe, senza bisogno di tragici e sanguinari “aiuti” dall’esterno.

    Alberto Rossi redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Alberto Rossi
    Alberto Rossi

    Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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