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    Dopo l'ultimo appuntamento prima della pausa estiva, quello con “Baro romano drom”, la rubrica torna a parlare del mondo dei rom. Un mondo sconosciuto ai più, di nuovo alla ribalta delle cronache per le politiche del governo francese e le polemiche scaturite in Europa. Un argomento che, oggi più che mai, torna ad avere una rilevanza geopolitica nello scenario europeo. Ecco una testimonianza diretta dalla manifestazione dei rom svoltasi sabato scorso a Roma.

    Doveva approdare in Piazza Farnese, di fronte all’ambasciata di Francia, la manifestazione di Rom e Sinti indetta a Roma in concomitanza con le oltre 130 manifestazioni svoltesi in territorio francese, in segno di protesta contro la decisione del governo Sarkozy di espellere i Rom dal territorio, secondo i critici presa per ottenebrare alle difficoltà che attraversa il suo mandato con il solito tema della “sicurezza”. Si è fermata a Campo de’ fiori, invece, aspettando che i mercanti del mattino ritirassero la propria merce e che la piazza venisse ripulita, perché la “sicurezza” ha disposto di non oltrepassare via dei Baullari.

    “Tremblez, tyrans et vous perfides / L’opprobre de tous les partis,/ Tremblez!”, recita l’aperture di un volantino informativo datomi da una ragazza all’ arrivo, riecheggiando “La Marsellaise”, inno della rivoluzione che doveva essere di tutti e che chiedeva, proprio in quella terra, la libertà. Oggi cronache francesi e italiane non si intrecciano solo nella solidarietà: hanno visto brutture cronachistiche succedersi di pari passo dagli ultimi giorni di Agosto. Dalle decisioni di Sarkozi, del resto plaudite dal ministro degli Interni italiano Maroni, all’incendio del campo Rom della Magliana, in cui ha perso la vita un bambino di tre anni, fino a conglutinare questi eventi nella recente fobia sull’ipotetico arrivo dei “rapatiers” proprio nella zona, come sottolineato da un articolo di Elena Panarella sul Messaggero di Giovedì 2 Settembre, brandito da uno dei manifestanti come la perfetta costruzione xenofoba di una notizia sin dall’impaginazione.

    Poco più di duecento persone. Bambini entusiasti che chiedono una foto a testa; ragazzi, soprattutto adulti e qualche anziana signora, insieme ai mediatori culturali che organizzano attività culturali e sociali con e per loro: Them Romanò, l’associazione organizzatrice coordinata da Santino Spinelli (nella foto in basso) -docente di Lingua e letteratura romanì all’università di Chieti, musicista e quant’altro-, l’Arci, l’Aizo (Associazione Italiana Zingari Oggi), Accoglienza in Italia, Federazione Romanì e Rom e sinti. Supporter, la CGIL e alcuni politici dal basso profilo (come Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione e l’onorevole del PD Letizia De Torre) . Un’assenza pesa: quella della comunità Rom romana, sottolineata in un comunicato stampa dalle parole del delegato del sindaco Alemanno ai rapporti tra il comune e la comunità rom, Najo Adzovic, perché “questa è una manifestazione organizzata dai centri sociali a scopo strumentale e non ci rappresenta”. Il mormorio dei partecipanti parla di “ricatto” e “indottrinamento”; di “contentino”, come quello che ha permesso proprio all’uomo ombra della giornata, a Nicolàs, di chiamare le espulsioni “rimpatri volontari”- un modico incentivo di 300 euro- , nonchè di aggirare la direttiva europea 38 del 2004, quella che regola la libera circolazione dei cittadini europei e dei loro familiari all’interno dei Paesi membri. Alemanno, dal canto suo, si preoccuperà di inviare un messaggio stizzito -e proprio da Parigi!- definendo la manifestazione “molto ideologica e poco sostanziale” e promettendo per l’autunno “l’apertura di altri tre cantieri per la costruzione di tre nuovi campi”.

    Ma è proprio contro questo concetto, contro un confinamento in zone troppo spesso insalubri e pericolose che si scaglia il messaggio dei partecipanti. Integrazione non assimilata, ma con la speranza di una pari dignità che si denoti sin dalla scelta delle sue modalità. “Il 70 % dei Rom italiani vive nelle case e paga regolarmente le tasse grazie alle attività svolte. Ci sono artigiani, giostrai, operai. Ma un Rom integrato non ha visibilità, perché la sua immagine non interessa, non è funzionale al ruolo di capro espiatorio di cui necessità questa politica”, dice Santino Spinelli. “Rigettiamo completamente la politica della deportazione -perché di questo si tratta, non di rimpatri assistiti-, nonché quella della costruzione di nuovi campi, retaggio culturale del nazifascismo. C’è bisogno di una Consulta nazionale Romanì, scelta dalla base e non dalle amministrazioni locali, per decidere insieme le procedure da attuare. Si devono costruire delle case, e per questo non servono i soldi delle tasse italiane: ci sono fondi dell’Unione Europea elargiti proprio per questo scopo, che lo Stato italiano impiega invece per atti repressivi e discriminatori”- su quest’ultimo concetto insiste molto anche Nazareno Gualtieri, presidente dell’Associazione nazionale Rom e Sinti, dal proscenio offertogli dai gradini sotto la statua di Giordano Bruno: “Quello che chiediamo è invece un’assicurazione sanitaria, l’accesso alla scolarizzazione. E la possibilità di lavorare”.

    “Fino a otto anni fa non riuscivo a trovare lavoro, perché alla parola “rom” mi veniva detto immediatamente di no”, dice Berisa Sabahudin, rom kosovaro che ha casa a Trento, dove lavora come operaio edile. E’ informatissimo su tutte le leggi che riguardano “la sua gente” – “E’ arrivato internet anche per noi!”, afferma sorridendo. Ma poi si rivela uno studente di giurisprudenza, abile nel citare le varie direttive europee in materia, con un particolare rilievo per quella che chiama “Legge Decade” , emanata a Sofia nel 2005, che prevede appunto l’integrazione di Rom e Sinti nei territori in cui risiedono entro il 2015. E’ tenace Berisa. Ammette però che è stato “grazie alla solidarietà degli italiani”che è riuscito ad andare avanti quando era disoccupato. Questo è l’aspetto che più stupisce- e non dovrebbe- delle parole che risuonano in piazza oggi: una solidarietà sottolineata da ciascun intervistato, che cozza con il comportamento di questo governo dalle percentuali elettorali molto ampie. Le iniziative sorte nei territori del comune di Roma, e da esso parzialmente sostenute, sono qui a mostrarlo.

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    Cheja Celen, è un progetto che favorisce l’integrazione di bambine e ragazze rom nelle scuole, dalle elementari alle superiori secondarie, attraverso un laboratorio di ballo e musica volto a insegnare anche alle loro compagne gage le danze del proprio popolo. E’ un programma nato nel campo nomadi Cesare Lombroso, zona nord di Roma, che ha coinvolto diverse scuole e destato gli interessi di alcuni teatri. Cinque ragazze sono qui, cangianti nei vestiti delle danze: minute, sorridenti ma molto timide, scuotono l’interesse di tutti i presenti. Sono tutte rom italiane, le cui famiglie provenienti dall’ex Jugoslavia sono qui da almeno tre generazioni. Vania Mancini è coordinatrice del progetto (sul quale ha scritto due libri, di cui l’ultimo “Zingare Spericolate” –con le fotografie di Tano D’Amico, gode dell’appoggio divulgativo del cantante Vasco Rossi)insieme all’Arci Solidarietà Lazio per il dipartimento delle Politiche Educative del comune di Roma, racconta la loro storia: “Sono cittadine italiane a tutti gli effetti che però non hanno documenti. Per questo non possono iscriversi a scuola, godere della dovuta assistenza sanitaria, persino farsi rilasciare il certificato di nascita. Noi mediatori culturali diventiamo una sorta di “prestanome”, garanzie per enti e istituzioni affinchè una percentuale sempre più alta possa avere accesso ai servizi scolastici e ottenere il diploma alla fine del percorso. Le loro famiglie sono in Italia da almeno tre generazioni, fuggite dall’ ex Jugoslavia senza documenti in seguito all’incendio dell’ambasciata . E’ assurdo che non siano ancora iscritte all’anagrafe, sono tutte nate in ospedali come il Bambin Gesù, il Policlino Gemelli, il San Filippo”. Stella, una di esse, ha 12 anni, frequenta la prima media alla scuola Fabriani – “nessuno mi tratta male” e vorrebbe diventare una cantante. Sua madre lo scorso anno è stata trattenuta nel CPT di Ponte Galeria per 6 mesi, lontana dalla famiglia, solo perché non aveva con sé i documenti.

    Questa storia si raccorda bene alle sfumature delle discussioni di questo soleggiato pomeriggio. Le denunce, i numeri, i sorrisi e la memoria di un “riscatto” mai ottenuto per il genocidio patito, a differenza di altre popolazioni vittime della follia totalitaria novecentesca, sin dalla loro esclusione dal processo di Norimberga. “I rom non hanno mai fatto la guerra” e “Ogni popolo è una ricchezza per l’umanità” dicono le manine e gli occhi nerissimi che reggono gli striscioni. Ricordano ai passanti, all’Italia che li vedrà, cos’è stato il passato e qual è la strada che le opzioni di“Unione” e “Globalizzazione” in senso proprio avrebbero dovuto già scegliere. Ma soprattutto lo ricordano all’Europa. Una creolizzazione mai compiuta, ferma a principi populistici che sistematicamente ignorano le direttive parlamentari e la mutazione culturale già in atto. Per ancorarsi a quel passato glorioso che l’ha vista lottare e filosofeggiare “per” e “su” i diritti umani, mentre colonizzava e perseguitava i “dannati della terra”.

    E’ ora che faccia i conti.

    Con la Storia e con il futuro.

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