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    USA: tre giorni al default

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    Negli Stati Uniti siamo ormai alla seconda settimana di shutdown, ossia la parziale interruzione delle attività federali. Le forze politiche hanno poco tempo, poiché giovedì sarà raggiunta la soglia del debito, cosicché il Tesoro avrà a disposizione i soli fondi d’emergenza per una decina di giorni prima del default automatico.

     

    1. A UN PASSO DAL DEFAULT – Mentre alcune delle più celebri attrazioni degli USA, dal parco di Yosemite alla Statua della Libertà, riaprono al pubblico grazie a misure mirate, per Washington prende il via una settimana assolutamente cruciale. Democratici e repubblicani, infatti, dovranno trovare un accordo in tempi brevi, poiché giovedì sarà raggiunto il limite massimo di debito federale, individuato da una legge specifica a 16.700 miliardi di dollari, cosicché dal 17 ottobre il Tesoro americano avrà a disposizione 30 miliardi di dollari, utili per resistere una o due settimane prima del default tecnico. Obama ha respinto la proposta dei repubblicani di estendere la soglia del debito per coprire le prossime sei settimane e, quindi, prorogare il tempo delle trattative. Secondo il Presidente, il progetto dei conservatori è inadeguato: «Non sarebbe saggio come qualcuno suggerisce – ha detto, – rinviare la crisi di un paio di mesi, correndo il rischio di un default nel mezzo delle festività di fine anno. Il Governo è chiuso per la prima volta in 17 anni e un partito politico minaccia di causare un default per la prima volta dal Settecento».

     

    2. IL DIBATTITO – Nelle ultime ore sembra che sia in fase di elaborazione una seconda possibilità, presentata da un’ala più moderata dei repubblicani, per l’estensione del tetto massimo di debito fino a gennaio 2014, con la copertura dei lavori degli uffici federali fino a marzo. Una tale proposta, inoltre, sposterebbe la sede del dibattito dalla Camera, controllata dai repubblicani, al Senato, che ha una maggioranza democratica, considerato che il progetto analizzato sinora, avanzato dai deputati conservatori, è stato dichiarato formalmente abbandonato. La nuova soluzione prevedrebbe la copertura per lo Stato federale fino a gennaio-marzo 2014 in cambio di maggiori controlli anti-truffa sui sussidi concessi dall’Obamacare e il rinvio della tassa sulle apparecchiature mediche, necessaria al finanziamento della riforma sanitaria. Il Presidente, invece, resta convinto della necessità di estendere la soglia del debito per tutto il 2014, nonostante ieri una tale ipotesi sia stata respinta al Senato. Un’intesa tra repubblicani e democratici resta, comunque, molto difficile, dal momento che tra i conservatori alla Camera gli intransigenti hanno maggiore risonanza.

     

    3. I SONDAGGI: COLPA DEI REPUBBLICANI – Secondo un recente sondaggio NBC/WSJ, per il 53% degli statunitensi, la responsabilità dello shutdown è da attribuirsi ai repubblicani, mentre per il 31% la colpa è del Governo. Per il Gran Old Party (GOP), però, la situazione è ancora più complessa, perché il gradimento sarebbe sceso addirittura al 24%: nonostante ciò, i repubblicani mantengono ferma la decisione di non approvare alcuna concessione finché non sarà il Presidente in persona a richiedere l’avvio di una negoziazione. Obama resta inflessibile sull’argomento, affermando di non aver intenzione di aprire un tavolo con la controparte senza una soluzione sulla crisi del debito. La vicenda, inoltre, sta conducendo il consenso dalla parte dei democratici a un anno dalle elezioni di metà mandato: le percentuali a favore di un Congresso guidato dal partito di Obama sono il 47% (+1% rispetto a un mese fa), contro il 39% (-4% rispetto a un mese fa) degli avversari. Tuttavia, sulla riforma sanitaria i pareri restano discordanti: il 38% (+7%) ritiene che l’Obamacare sia una buona idea, mentre il 43% (-1%) la considera una soluzione sbagliata, sebbene il 50% sia contrario all’eliminazione totale dei fondi a sostegno della legge (+4%). Il Presidente, infine, resta il personaggio politico più amato, con una percentuale di consensi e pareri negativi rispettivamente del 47% e 41%, mentre i democratici ottengono il 39% e il 40%, i repubblicani il 24% e il 53%, il leader conservatore John Boehner il 17% e il 42% e il Tea Party il 21% e il 47%.

     

    Beniamino Franceschini

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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