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    In breve

    • La Corte Costituzionale tedesca ha accusato la BCE di avere esteso il proprio mandato in maniera illegittima
    • La BCE e la Corte Europea di Giustizia non possono dare ragione alla Germania, in quanto enti sovraordinati
    • L’unica soluzione sembra una convergenza verso una progressiva integrazione delle politiche macroeconomiche degli Stati Membri

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    Analisi – Il conflitto giurisprudenziale tra Corte tedesca e UE rivela un problema politico che nasce dall’incompiutezza della zona euro.

    Abbiamo visto nel precedente articolo i rilievi mossi dalla Corte costituzionale tedesca alla Corte di Giustizia Europea. Oltre allo scontro con i giudici di Lussemburgo, c’è tuttavia un altro aspetto, politico, che rischia di avere conseguenze improvvide.

    L’AFFONDO CONTRO FRANCOFORTE

    Dal punto di vista politico, il problema è che i giudici tedeschi intervengono anche nel merito delle decisioni della Banca Centrale Europea, che è istituzione autonoma e indipendente sia dalle Istituzioni UE che dai Governi nazionali: essa agisce, come ogni banca centrale, esclusivamente nel rispetto dei limiti del proprio mandato statutario. E qui si annida il problema. Qual è il mandato della BCE? È quello, come detto, di esercitare la politica monetaria (mantenere la stabilità dei prezzi), che è competenza esclusiva dell’Unione. Non quello di effettuare politica economica, che come noto non è competenza UE, ma degli Stati nazionali.
    Anche qui la Corte non contesta l’azione della BCE in sé, prevista dai Trattati sottoscritti dalla Germania, ma sostiene che le modalità attraverso le quali tale azione si è concretamente svolta (in effetti una parte di tale azione) va oltre e si concreta in politica economica, per la quale Francoforte non ha competenza a norma dei Trattati stessi.
    I giudici di Karlsruhe, al netto di ogni eventuale “intenzione” politica che si voglia loro rimproverare, ci mettono comunque di fronte a un problema reale: la mancata attribuzione all’Unione di poteri in materia di politica fiscale è il grande buco nero della zona euro, proprio perché politica monetaria ed economica vanno, e devono andare, a braccetto.
    Inoltre, last but not least, se è pur vero che la sentenza in oggetto si riferisce al passato, è ovvio che potrebbe avere ripercussioni molto gravi sul presente e sul futuro, inficiando le azioni della BCE a sostegno dell’economia europea flagellata dalla pandemia in corso (750 miliardi di euro mobilitati attraverso il Pandemic Emergency Purchase Programme e altre centinaia in programma).

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    Fig. 1 – Christine Lagarde, successore di Draghi al vertice della BCE

    LA REAZIONE DELLE ISTITUZIONI EUROPEE E UNA DIFFICILE SOLUZIONE

    La reazione della Commissione europea è stata inaspettatamente dura: Ursula von der Leyen (ex ministra della Difesa tedesca, non dimentichiamo) ha preannunciato una procedura d’infrazione contro la Germania, ricordando che la politica monetaria è una competenza esclusiva dell’UE esercitata dall’indipendente Banca centrale e che l’ultima parola sulle norme UE è della sua Corte di giustizia.
    La Corte, da parte sua, ha emanato un laconico quanto chiaro comunicato stampa nel quale ribadisce la propria competenza esclusiva a giudicare gli atti di un’Istituzione UE. Da Francoforte la BCE, ancor più seccamente, si è limitata a comunicare che “prende nota” della sentenza in oggetto.
    La BCE non può che “ignorare” la Corte tedesca. Giustificare il proprio operato vorrebbe dire auto-infliggersi una menomazione insanabile, perdere la propria autonomia ed esporsi a interminabili intromissioni future. La Corte di giustizia altrettanto. Già il fatto di aver emanato un pur brevissimo comunicato stampa rappresenta un’eccezione. Si potrebbe forse auspicare per il futuro un maggiore “dialogo”, in qualche modo e in generale, con le Corti costituzionali dei Paesi membri? Probabilmente sì, ma certo sarebbe inammissibile ipotizzare una sorta di consultazione giuridica permanente con ventisette organi diversi.
    La Commissione, guardiana dei Trattati, con la sua ferma reazione ha inteso riaffermare senza tentennamenti l’autonomia delle Istituzioni e stoppare eventuali simili iniziative da parte di altri Paesi (già le “democrature” dell’est gongolavano). Ma indubbiamente una procedura d’infrazione sarebbe qualcosa di molto difficile da gestire politicamente, metterebbe in difficoltà il Governo tedesco e alimenterebbe probabilmente il sentimento di rifiuto dell’UE di molti cittadini germanici, in un Paese in cui la considerazione e il rispetto per la Corte costituzionale rasentano l’idolatria.

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    Fig. 2 – Anche la Corte di Giustizia di Lussemburgo è coinvolta nella questione

    Il problema principale sembrerebbe dunque essere tutto tedesco. Sono le Istituzioni tedesche a essere direttamente chiamate in causa dalla sentenza. Governo e Parlamento chiamati a richiedere alla BCE chiarimenti entro tre mesi, in mancanza dei quali la Bundesbank dovrebbe ridurre gli acquisti di titoli effettuati. Una bella grana per tutti gli attori coinvolti, perché se la Germania si muove con la BCE, la procedura d’infrazione è certa e d’altro canto nessun governo o parlamento può ignorare una sentenza della propria corte costituzionale.
    Una soluzione ipotizzata da alcuni potrebbe essere che la Bundesbank, e non la BCE, provveda di propria iniziativa a fornire chiarimenti, ossia informazioni comprovanti che le azioni di acquisto titoli furono proporzionate. Il problema è che il rappresentante della Banca centrale tedesca nel board di Francoforte era all’epoca contrario alle dimensioni del programma di Quantitative Easing e solo dopo faticose discussioni il board si allineò a maggioranza alle decisioni proposte dall’allora Presidente Draghi. Dunque giustificare adesso l’adeguatezza di una decisione cui si era contrari porrebbe non pochi imbarazzi alla Bundesbank e ne minerebbe l’autorevolezza, esponendola agli attacchi di chi in Germania l’ha accusata di essersi piegata alle politiche poco austere di Draghi.
    Forse, come ogni crisi, anche questa potrebbe essere l’occasione per un passo avanti storico. Sollecitata il 14 maggio in Parlamento da un esponente del partito di estrema destra AfD a commentare la sentenza, la Cancelliera Merkel, ricordando come l’introduzione di una moneta unica avrebbe dovuto essere un passo verso una sempre più stretta integrazione politica, ha serenamente replicato che la soluzione potrebbe essere di progredire verso una maggiore integrazione delle politiche economiche. D’altro canto, anche la recente proposta Merkel-Macron per un Recovery Fund di portata ambiziosa va nel senso di un sostanziale potenziamento del budget dell’Unione direttamente gestibile da parte della Commissione, nella lotta alla recessione che attende l’intera Europa nei prossimi mesi e anni: cosa che sarebbe assai utile nel caso la BCE fosse costretta a ridurre la propria potenza di fuoco.

    Paolo Pellegrini

    Paolo Pellegrini

    Nato a Terni nel 1967, laureato in Giurisprudenza, sono un funzionario della Commissione europea. Prima di diventare un euroburocrate ho svolto vari lavori ed attività, tra cui l’editore e l’istruttore di paracadutismo sportivo, ma la cosa di cui sono più fiero è l’essere stato, per un breve periodo della mia vita, operaio metalmeccanico.

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