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    In breve

    • La morte di George Floyd ha scatenato proteste in tutto il Paese, violenti scontri con la polizia, arresti e feriti.
    • Black Lives Matter“, “Justice for Floyd“, e “I can’t breathe” sono gli slogan che rappresentano queste proteste, non solo negli USA, ma molti altri Paesi.
    • Le manifestazioni dimostrano come negli Stati Uniti la discriminazione razziale sia ancora un problema da affrontare urgentemente.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    In 3 sorsi“Non riesco a respirare” sono state le ultime parole di George Floyd prima del suo decesso a Hennepin County, in Minnesota. La sua morte ha causato molto sconcerto, non solo negli Stati Uniti.

    1. GEORGE FLOYD

    George Floyd, 46 anni, afroamericano e morto il 25 maggio 2020 dopo essere stato accusato di aver pagato 20 dollari in un Deli con una banconota falsa. Dopo l’arresto, con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale, alcuni passanti hanno ripreso un poliziotto mentre soffocava George Floyd, ammanettato a terra nella rischiosa posizione a pancia sotto, con il ginocchio sul suo collo. L’uomo si lamentava dicendo “I can’t breathe” (non riesco a respirare). Sono state queste le ultime parole dell’uomo, riportate dai media e dal New York Times con immagini sconcertanti, e sono le stesse parole che da molti giorni si leggono scritte sui cartelloni delle migliaia di persone scese nelle piazze a manifestare contro l’utilizzo eccessivo della forza da parte della polizia, specialmente nei confronti delle comunità afroamericane, e per il mancato arresto degli agenti ritenuti colpevoli di queste azioni.
    Nonostante lo stato di emergenza mondiale dovuto alla Covid-19, i manifestanti non si sono fermati né negli Stati Uniti né in diverse piazze europee e del mondo, come riportato da Euronews. A oggi gli Stati Uniti rimangono uno dei Paesi più colpiti dalla pandemia, con più di 100mila morti, e le comunità afroamericane risultano essere quelle con più casi e più decessi. Questo per le basse condizioni socio-economiche in cui molti vivono, per la difficoltà nell’accedere all’assistenza sanitaria e perché in molti esercitano professioni cosiddette “essenziali” e che non godono dell’opportunità dello smartworking.

    Protesters at 38th Street and S. Chicago Avenue in Minneapolis on Tuesday after the death of George Floyd in Minneapolis, Minnesota” by Lorie Shaull is licensed under CC BY-SA

    2. BLACK LIVES MATTER VS. USA

    A soli 7 anni dalla creazione del movimento Black Lives Matter, il caso di George Floyd viene ritenuto come l’ennesimo omicidio di un uomo afroamericano senza conseguenze legali. Oltre a causare scalpore tra le comunità afroamericane, che sono scese in piazza (non da sole) all’urlo di “Black Lives Matter”, “Justice for Floyd” e “I can’t breathe”. Ciò che desta particolare attenzione è il fatto che la protesta si è velocemente tramutata in una richiesta di giustizia, non solo per George Floyd, ma per tutti gli afroamericani, i quali si ritengono vittime di persecuzioni e accuse solamente in base al colore della pelle. Una questione che, negli USA, agita anche i latinoamericani.
    Questi fatti, negli Stati Uniti, hanno infatti un doppio significato. Le comunità afroamericane, nonostante la rivoluzione civile che ha portato all’abolizione della schiavitù, alle parole di Martin Luther King, alle azioni di Rosa Parks e alla nascita del movimento Black Lives Matter, vengono in diversi casi perseguitate e perfino non considerate. In alcune città queste proteste si sono velocemente trasformate in violenti scontri con la polizia, causando arresti e feriti. In più molti reporter sul posto sono stati presi in custodia dalle forze dell’ordine, tra cui quelli della CNN, senza alcuna spiegazione e durante una diretta televisiva, causando ulteriore scalpore e motivo di protesta.
    Il Presidente Trump, come sottolinea Politico, in un tweet ha denunciato questo uso eccessivo della forza, ma non da parte della polizia, bensì dai manifestanti, autorizzando il dislocamento della Guardia Nazionale e l’uso della forza contro le proteste – questo secondo tweet è stato poi oscurato da Twitter per incitazione alla violenza. Secondo ABC News la Guardia Nazionale è stata disposta in tutte le città che protestano, e a causare ulteriori contestazioni, anche davanti alla Casa Bianca e al Museo di Storia Afroamericana a Washington DC. Il Presidente Trump ha poi dichiarato che alcuni di coloro che manifestano sono parte dei gruppi ANTIFA, un movimento non strutturato presente in diversi Paesi, ma che negli USA l’inquilino della Casa Bianca vorrebbe etichettare come terroristico. Particolare, però, è stato un recente articolo del The Indipendent, che citando fonti anonime ha dichiarato che ad “agitare” le proteste potrebbero essere stati gruppi di suprematisti bianchi – mostrando un ulteriore fattore che complicherebbe il problema.

    A protester at 38th Street and S. Chicago Avenue in Minneapolis on Tuesday after the death of George Floyd in Minneapolis, Minnesota” by Lorie Shaull is licensed under CC BY-SA

    3. MOLTO PIÙ DI UNO SLOGAN

    La morte di George Floyd non è più uno slogan da affiggere davanti casa, bensì dimostra come negli Stati Uniti la distinzione razziale sia ancora un problema. Un conflitto come questo palesa le difficoltà di una comunità stanca di vivere al margine di un contesto sociale accusato di non accettarla e che la giudicherebbe in base al colore della pelle. Nonostante le migliaia di persone che appoggiano la causa, questo sentimento va ben oltre alla politica e alla società, ma risulta come un problema fortemente radicato all’interno degli Stati Uniti d’America e difficile da affrontare e contrastare correttamente. A causare poi ulteriore destabilizzazione è la mancanza di un Governo federale che cerchi di unire la popolazione nei momenti di crisi e, come ha analizzato Politico, che non utilizzi la forza mediatica di Twitter per incitare la protesta.

    Giulia Valeria Anderson

    Immagine di copertina “Protest against police violence – Justice for George Floyd” by Fibonacci Blue is licensed under CC BY

    Giulia Valeria Anderson
    Giulia Valeria Anderson

    Laureata magistrale in Relazioni Internazionali Comparate presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, specializzando il percorso sui rapporti USA-Medio Oriente – con un focus sulla politica estera statunitense verso l’Iraq e i Curdi. Attualmente mi dedico alla ricerca e la redazione di analisi, tutto mentre bevo un buon caffè e leggo un bel libro.

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