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    In breve

    • La Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso due mandati di cattura per Omar al-Bashir, accusato di crimini contro l’umanità e genocidio perpetrati durante il conflitto del Darfur.
    • Il dittatore era rimasto libero grazie al supporto di alcuni Paesi africani e a una generale indifferenza, fino a quando il colpo di Stato dell’aprile 2019 non ha ribaltato le sorti del Sudan.
    • Il processo rimane ad oggi in stallo. L’opzione preferibile sarebbe la creazione di una corte ibrida – sudanese e internazionale – per non lasciare impuniti i crimini e contestualmente ripristinare il ruolo della CPI.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 Sorsi A circa un anno di distanza dal colpo di Stato che ha destituito il trentennale dittatore del Sudan, il processo ad al-Bashir per i crimini in Darfur rimane ancora in fase preliminare.

    1. GLI ANTEFATTI

    Nel giugno 2005 il Primo Procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI) Luis Moreno-Ocampo aprì un’indagine sui crimini commessi durante il conflitto del Darfur su rinvio delle Nazioni Unite (risoluzione 1593). La guerra che sconvolse il Paese dal 2003 al 2009 vide fronteggiarsi le Forze Armate sudanesi guidate da al-Bashir e coadiuvate dalle milizie dei janjawid contro il Movimento per la Liberazione del Sudan e il Movimento Giustizia e Uguaglianza. A guerra finita la CPI estese la propria giurisdizione su un Paese non membro dello Statuto di Roma indagando per la prima volta su un Presidente in carica. Le accuse all’ex dittatore comprendono crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio ai danni delle popolazioni Fur, Masalit e Zaghawa. Dopo il colpo di Stato dell’aprile 2019, l’ex dittatore fu rinchiuso nel carcere di Kobar a Khartoum, dove si trova tuttora, e lo scorso maggio è stato trasferito temporaneamente in ospedale per controlli in seguito a sospetti sintomi da Covid-19, assieme al fratello e ad altri sei membri del regime deposto.

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    Fig. 1 – L’ex Presidente sudanese al-Bashir in visita a Nyala, capitale del Sud Darfur, nel 2017

    2. GLI OSTACOLI ALLA CATTURA

    Nonostante i due mandati di arresto emessi a distanza di un anno – 4 marzo 2009 e 12 luglio 2010 – la CPI non era riuscita a intervenire poiché il dittatore godeva dell’immunità come Presidente in carica e di un largo supporto presso i Paesi africani, sufficiente a garantirgli la libera circolazione. Tra i tanti il Sudafrica, che nel 2015 si è rifiutato di arrestare al-Bashir giunto a Pretoria per un summit dell’Unione Africana (UA). Tale collaborazionismo ha contribuito ad acuire i già tesi rapporti tra l’UA e la Corte, accusata di eccessive ingerenze nel Continente e parzialità, poiché gran parte delle inchieste erano rivolte contro leader africani. L’apice fu raggiunto nel gennaio 2017 con un tentativo di recesso collettivo dallo Statuto di Roma, con Burundi, Sudafrica e Gambia capifila dell’iniziativa (gli ultimi due non hanno poi confermato la notifica), ma su questo tema le opinioni dei membri dell’Unione sono contrastanti. Più controversi ancora risultavano i rapporti con i Paesi europei, che da un lato avevano menzionato al-Bashir davanti alla CPI, ma dall’altro lo ritenevano un interlocutore fondamentale per frenare le migrazioni verso il Vecchio Continente.

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    Fig. 2 – Al-Bashir durante il processo a suo carico per corruzione avviato dopo il colpo di Stato del 2019

    3. L’IPOTESI DELLA CORTE IBRIDA

    Finché l’ex dittatore non viene arrestato e trasferito all’Aja il caso rimane nella fase preliminare, essendo necessaria la presenza dell’imputato in aula. Le opzioni plausibili sono tre: un processo in Sudan, un processo all’Aja oppure la creazione di una corte ibrida. L’ipotesi del processo in Sudan è caldeggiata e il Procuratore Generale del Paese ha già annunciato l’avvio delle indagini sui crimini commessi nel Darfur dal 2002. Se il Sudan risultasse in grado di proseguire il processo contro al-Bashir e gli altri membri del suo Governo, la CPI non avrebbe motivo di esercitare la propria giurisdizione, dal momento che il suo ruolo è integrativo e non sostitutivo delle corti nazionali – si tratta infatti di un tribunale di ultima istanza. Questa opzione permetterebbe inoltre ai familiari delle vittime di assistere al processo, creando un forte impatto nella storia sudanese. Il processo all’Aja invece viene considerato l’esito naturale di un lungo corso di indagini, però bisognerebbe confermare la disponibilità del Governo di transizione ad estradare al-Bashir, come dichiarato a febbraio. Ad ogni modo si conviene che i costi e i problemi di sicurezza relativi sarebbero eccessivi. La soluzione che al momento trova maggior consenso è quella della corte ibrida, che prevede l’applicazione congiunta della legislazione sudanese e di quella internazionale, già operata in altri contesti per una migliore gestione delle specificità locali.

    Ylenia De Riccardis

    Bashir arrives” by Al Jazeera English is licensed under CC BY-SA

    Ylenia De Riccardis
    Ylenia De Riccardis

    Nata su quel ramo del lago che comprende la città di Como nel magico ’96, laureata in Lingue e Letterature Straniere nella mia amata Milano, frequento ora una laurea magistrale in Relazioni Internazionali a Gorizia, sull’estremo confine orientale. Amo la letteratura, lo sport e il mio cane. Parlo poco ma scrivo tanto. I miei occhi curiosi sono puntati sugli orizzonti africani e sudamericani dove vorrei trascorrere il resto dei miei giorni.

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