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venerdì 18 Settembre 2020
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    In breve

    • Il tonfo del bilancio iracheno di quest’anno non avrà precedenti nell’era post-Saddam a causa del crollo del prezzo del greggio.
    • I tagli saranno inevitabili e investiranno almeno parzialmente il sistema clientelistico confessionale (mua’ssasa ta’ifiya) su cui si regge l,Iraq.
    • In base alla distribuzione dei tagli, le tensioni confessionali potrebbero riemergere sullo sfondo di un crescente ritorno dell’ISIS sulla scena irachena.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 Sorsi – Il crollo del prezzo del greggio dei mesi scorsi sta mettendo in seria difficoltà lo Stato iracheno e potrebbe costringerlo a tagliare nel settore pubblico. Oltre al forte malcontento, tale operazione potrebbe riaccendere le divisioni confessionali che hanno afflitto l’Iraq negli ultimi decenni. Sullo sfondo, un crescente Stato Islamico potrebbe sfruttare la temporanea debolezza delle Istituzioni.

    1. PETROLIO E CRISI DI BILANCIO

    Il crollo dei prezzi del petrolio causato dalla Covid-19 sta sconquassando tutti gli Stati che dipendono dall’export del greggio. Tuttavia uno sembra drammaticamente più esposto agli effetti negativi di questa crisi: l’Iraq. Caso da manuale della cosiddetta “la maledizione delle risorse”, il destino di Baghdad è legato a doppio filo all’andamento del petrolio dal momento che 93% delle entrate statali provengono da esso. La bozza iniziale della finanziaria 2020 prevedeva un budget totale di 135 miliardi di dollari, di cui già 40 frutto di indebitamento. Tale bozza però si basava su una previsione di $56 al barile e una media di entrate di $6,69 miliardi al mese. A fronte di questa previsione, le entrate si sono attestate a $5 miliardi a febbraio, per scendere sotto i 3 a marzo e terminare a 1,4 miliardi in aprile. Sebbene il prezzo del barile sia parzialmente risalito sopra ai 40 dollari a inizio giugno, gli esperti prevedono una ripresa lenta delle quotazioni. Infine, oltre ai prezzi ribassati, l’Iraq si vede anche costretto a ridurre la produzione da 4,2 a 3,8 milioni di barili al mese per il resto dell’anno, come previsto dal recente accordo firmato con l’OPEC. A marzo il Governo di Baghdad aveva previsto un calo degli introiti del 22%, una previsione considerata ottimistica dagli economisti.

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    Fig. 1 – Sede della compagnia petrollifera statale a Baghdad, 19 giugno 2019

    2. SISTEMA CONFESSIONALE SOTTO STRESS

    Date queste premesse e data la difficoltà del Paese a emettere bond con un rating B negativo (appena sopra i titoli spazzatura), la spesa pubblica per il 2020 andrà ridimensionata. Ora una riduzione della spesa per gli stipendi pubblici potrebbe essere inevitabile dal momento che essa ammonta a oltre il 40% del budget nazionale. Tale decisione non verrebbe presa a cuor leggero dal Governo di Al-Khadimi, entrato in carica da solo un mese. Come in altri Stati mediorientali, l’impiego pubblico non segue principi di necessità o di efficienza, ma costituisce una forma essenziale di welfare da cui dipende una larga fetta della popolazione: in Iraq si contano ben 4,5 milioni di dipendenti pubblici su una popolazione che non raggiunge i 40 milioni di abitanti. Ma per capire veramente quanto sia difficile applicare dei tagli al pubblico impiego, bisogna ricordare che su di esso si fonda la cosiddetta mua’ssasa ta’ifiya, il sistema di distribuzione delle risorse pubbliche di natura confessionale che è stato la pietra angolare dell’Iraq a partire dal 2003. Il sistema funziona tanto su base settaria quanto clientelare, poiché è quasi impossibile accedere a servizi o impiego pubblico senza un appoggio dall’interno dell’amministrazione. Se le proteste popolari del 2019 avevano portato in piazza migliaia di giovani esclusi dalla mua’ssasa ta’ifiya, e quindi contrari a essa, ora potrebbero unirsi individui che fino ad ora ne avevano beneficiato.

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    Fig. 2 – Manifestazione popolare pacifica nella città sacra di Najaf, 5 giugno 2020

    3. L’ISIS ALL’ORIZZONTE

    Un taglio al sistema clientelistico-confessionale potrebbe riaccendere le tensioni tra le tre principali comunità del Paese (sciita, sunnita e curda). Un primo esempio di questa dinamica si è visto a inizio maggio, quando l’ex premier Mahdi ha annunciato il taglio dal budget federale destinato alla regione autonoma del Kurdistan. Ma un importante campanello d’allarme adesso si alza dalla provincia a maggioranza sunnita dell’Anbar. Lì lo Stato Islamco sta riorganizzando le proprie forze e ha lanciato una scia di attacchi sempre più mirati contro postazioni militari, culminati con l’azione del primo maggio, che ha causato dieci vittime tra i paramilitari iracheni. Tali attacchi non vanno sopravvalutati dal momento che l’ISIS non possiede le stesse capacità di reclutamento, armamento e finanziamento del 2014 e resta confinato nelle aree rurali. Ciononostante la crisi provocata dalla Covid-19 gioca a favore dell’organizzazione jihadista in due modi. Da un lato l’emergenza ha indebolito la risposta dello Stato, che ha dovuto spostare numerose unità nelle città per applicare il coprifuoco. Dall’altro i possibili tagli alla spesa pubblica potrebbero spingere altri individui e tribù sunnite nelle braccia dell’ISIS. Davanti a questa sfida, le decisioni di Baghdad sui fondi per la ricostruzione delle zone riconquistate dallo Stato Islamico avranno un ruolo preponderante nei destini delle province sunnite.

    Corrado Cok

    Immagine di copertina – “Oil Field Pump Jack” by joncutrer is licensed under CC BY.

    Corrado Cok
    Corrado Cok

    Spirito mittleuropeo e cuore mediterraneo, con una triennale in diplomazia ed un master in risoluzione dei conflitti del King’s College. Dopo Rabat e Parigi, ho lavorato per un anno a Bruxelles nel settore dell’advocacy su questioni legate a conflitti e processi di pace. Ora ho iniziato a fare esperienza sul campo tramite un progetto umanitario in Gibuti. Le aree del mondo di cui sono appassionato sono Medio Oriente, Nord Africa e, da qualche tempo, anche Africa occidentale ed orientale.

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