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venerdì 23 Ottobre 2020
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    Punto di non ritorno: pandemia e transizione in Sudan

    In breve

    • A partire da marzo il Governo sudanese ha reagito all’espansione del virus mettendo in atto numerose restrizioni adesso in fase di allentamento.
    • L’impatto della pandemia potrebbe risultare fatale per un Paese privo di un sistema sanitario efficiente e accessibile a tutti, in cui inoltre il distanziamento sociale non viene rispettato e le risposte governative accendono il dissenso politico.
    • Nell’immediato è il settore economico a scontare le principali difficoltà, ma le criticità sembrano minare il processo di pacificazione del Paese.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 Sorsi Il post al-Bashir continua a essere segnato da diverse sfide, prima tra tutte la pandemia: il Sudan è il Paese più colpito dell’Africa orientale. Le misure di contenimento del virus si protraggono con ripercussioni economiche notevoli: l’inflazione è alle stelle e il prezzo dei principali beni alimentari continua a lievitare. Quali saranno le conseguenze politiche?

    1. IL GOVERNO SI ATTIVA

    Al 12 luglio il Sudan contava 10.250 contagi e 650 morti, risultando tra i Paesi più colpiti del Continente. Il Governo di transizione guidato da Abdalla Hamdok ha preso fin da subito una serie di misure per fronteggiare l’epidemia. Infatti, dopo il primo caso di infezione e morte registrato il 13 marzo, il 15 marzo vengono chiuse scuole e università e il giorno dopo si dichiara lo stato di emergenza sanitaria con blocco immediato dei confini aerei, marittimi e terrestri, fatta eccezione per gli aiuti umanitari. Dal mese di marzo gli ingressi dai Paesi a rischio vengono monitorati al fine di ridurne il numero ed comincia il processo di rimpatrio dei sudanesi trattenuti all’estero, tutti comunque sottoposti alla quarantena obbligatoria. Il 24 marzo è indetto anche un parziale coprifuoco nazionale esteso poi a coprire le ventiquattro ore nello Stato di Khartoum. Oltre a ciò continuano le restrizioni ai movimenti delle persone in città e mercati, misure puntualmente disattese dalla popolazione – soprattutto nelle aree suburbane e rurali, – per la quale la necessità di lavorare e mangiare è davvero una questione di vita o di morte. Le limitazioni sono rimaste effettive fino al 7 luglio, per poi essere allentate gradualmente.

    2. L’INSOSTENIBILE EREDITÀ DI AL-BASHIR

    Il sistema sanitario sudanese risente della trascuratezza di tre decadi dittatoriali, durante le quali i fondi pubblici sono stati destinati al settore militare e alla sicurezza. Ad oggi i pochi servizi di base sono a pagamento, il personale medico insufficiente, le infrastrutture carenti, i farmaci essenziali limitati. Tale precarietà si innesta su un terreno politico-economico sempre più instabile, che mina l’effettività di programmi di prevenzione e l’accessibilità alle cure mediche fondamentali. Un dato positivo di questi mesi riguarda l’iniziativa del Ministro della Salute, che appare giornalmente in annunci pubblici per dare informazioni sull’espansione del contagio e ripetere le misure di prevenzione domestica. Alcuni sudanesi vedono in ciò la vicinanza dello Stato, che peraltro ora può godere degli aiuti umanitari internazionali – tra cui i sostanziosi aiuti europei, dal momento che il Sudan non è più nella lista degli “Stati canaglia”. Mentre altri, seguaci di al-Bashir, protestano all’urlo di “il Corona non uccide, le file per il pane sì”, strumentalizzando la gestione dell’epidemia da parte del Governo di transizione per chiederne la rimozione. Tra i vari motivi, è piuttosto avversato il divieto di assembramento per le funzioni religiose del 13 aprile, largamente trasgredito, che ha visto rispondere Hamdok con un atto di emergenza che prevede multe e reclusione per chi viola le regole.

    3. COLPO DI GRAZIA PER L’ECONOMIA?

    Sono le ripercussioni economiche a destare le maggiori preoccupazioni. Difatti l’epidemia si scaglia contro un Paese in cui alta malnutrizione, scarso accesso al cibo e alta mortalità sono solo alcuni degli aspetti ostili. La concorrente crisi macroeconomica rende il panorama ancora più variegato: enorme debito pubblico, scarsa valuta estera e aumento dell’inflazione, che ad aprile raggiunge il livello record di 98,81%. I prezzi degli alimenti base (sorgo, miglio e grano), più che raddoppiati dall’anno scorso, continuano ad aumentare, passando dal 20% al 50% in più tra aprile e maggio 2020. Allo stesso modo lievita il costo delle altre risorse alimentari ed energetiche. A ciò si aggiungono le riduzioni dei salari, conseguenza inevitabile in un Paese dove gran parte del reddito deriva dal lavoro informale realizzato in strada a contatto con la gente e in cui il concetto di distanziamento sociale è innaturale nonchè impossibile in tanti contesti. Il Governo ha cercato di sopperire all’emergenza distribuendo più di cinquemila carte a supporto delle famiglie colpite dal lockdown. La situazione però appare ancora complessa e incerta sotto più fronti, soprattutto per il silenzio con cui l’epidemia si espanderà quando (e se) l’economia tornerà a girare. Una cosa però è sicura: il virus sta rendendo alquanto difficoltoso il processo di stabilizzazione del Sudan e il suo cammino verso la democrazia.

    Ylenia De Riccardis

    Photo by David_Peterson is licensed under CC BY-NC-SA

    Ylenia De Riccardis
    Ylenia De Riccardis

    Nata su quel ramo del lago che comprende la città di Como nel magico ’96, laureata in Lingue e Letterature Straniere nella mia amata Milano, frequento ora una laurea magistrale in Relazioni Internazionali a Gorizia, sull’estremo confine orientale. Amo la letteratura, lo sport e il mio cane. Parlo poco ma scrivo tanto. I miei occhi curiosi sono puntati sugli orizzonti africani e sudamericani dove vorrei trascorrere il resto dei miei giorni.

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