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    In breve

    • Il 24 luglio Santa Sofia tornerà a essere una moschea per volere di Erdogan, dopo la decisione di Ataturk di renderla un museo.
    • La questione ha ben poco di religioso: è una mossa politica e mediatica volta anche a distogliere l’attenzione dai reali problemi del Paese.
    • Con questa iniziativa il Presidente turco cerca di riguadagnare consensi tra il suo elettorato conservatore.
    • Oltre al contesto interno, le ambizioni neottomane di Erdogan mirano a un riposizionamento all’interno del mondo sunnita e dello scenario geopolitico del Medio Oriente, nel quale la Turchia è impegnata su più fronti.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    Analisi – Dalla recessione economica del 2018 il Sultano è in declino, la sua feroce politica estera e l’islamizzazione della Turchia sono una strategia per riconquistare l’elettorato.

    DA MUSEO A MOSCHEA

    Ci avviciniamo alla data del 24 luglio, quando ufficialmente l’ex basilica di Santa Sofia a Istanbul tornerà, dopo molto tempo, a essere una moschea. La mossa di Erdogan – ovvero la decisione del Consiglio di Stato del 10 luglio – ha fatto trasalire il mondo intero, abituato a vedere l’antico tempio come un monumento, appartenente alla Storia e all’umanità intera. Papa Francesco e i patriarchi ortodossi si sono dichiarati estremamente addolorati, Santa Sofia rappresenta molto per il mondo cristiano. Fatta costruire nel VI secolo dall’imperatore Giustiniano come massima basilica nell’Impero Romano d’Oriente, è il luogo dove nel 1054 Roma depose la scomunica ufficiale del patriarca ortodosso e che poi venne trasformata nel 1453 da Sultan Mehmet II in un luogo di culto musulmano, a seguito della conquista ottomana di Costantinopoli. Nel 1934 il laico generale Ataturk la aprì al mondo, rendendola un museo.

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    Fig. 1 – Santa Sofia a Istanbul, Turchia

    UN GIOCO DI SPECCHI

    Ebbene la Turchia torna indietro, secondo la strategia del Presidente Erdogan affamato di consensi dentro e fuori i propri confini. L’emergenza sanitaria scatenata dalla diffusione della Covid-19 ha indebolito molto il Sultano, che nonostante il numero elevato di contagi – attualmente oltre i 200mila casi – ha tardato molto nel dare risposte al Paese e nell’adottare misure di prevenzione come il lockdown. L’atteggiamento negazionistico, tipico di tutti i leader populisti, ha portato a scontri con la compagine medico-scientifica turca, totalmente esclusa dalle task force ufficiali e fortemente critica dei dati divulgati dal Ministro della Salute. L’economia, d’altronde già pesantemente provata, ne ha risentito così tanto che la lira turca ha raggiunto il suo minimo storico. Dal 2018 la crisi valutaria che ha colpito la moneta turca si è ripercossa violentemente sul sistema economico del Paese, segnando l’inizio del calo di consensi di Erdogan. La recessione infatti ha inciso profondamente su parte dell’elettorato in città chiave come Istanbul e Ankara, che nelle recenti elezioni ha dato un chiaro segnale, votando contro il Partito Giustizia e Sviluppo del presidente (AKP). Inoltre, ad Ankara e Istanbul i Sindaci del Partito repubblicano del popolo (CHP) hanno avviato campagne di raccolta fondi a sostegno della popolazione durante l’emergenza sanitaria, dichiarate illegittime dalle Autorità centrali. La repressione dell’alterità politica e culturale, al totale servizio della propaganda, non si è fermata dunque nemmeno per la pandemia.

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    Fig. 2 – Santa Sofia da museo tornerà ad essere una moschea dopo la decisione di Erdogan

    ERDOGAN CERCA CONSENSI

    Le promesse di convertire Santa Sofia in luogo di culto islamico sono tuttavia popolari tra gli elettori conservatori, oltre a essere un perfetto antidoto per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi dell’economia colpita duramente dalla Covid-19. Ma come ipotizza lo storico Soner Çağaptay, si tratta di un elettorato “anziano” e conservatore, che il Sultano conosce molto bene. Al potere da vent’anni, Erdogan ha imparato a fare leva sul vittimismo di questa fetta di Turchia, che da sempre è convinta di essere stata trattata come cittadino di serie B durante il XX secolo. Ma i giovani sanno perfettamente che la conversione di Santa Sofia in moschea grava pesantemente sull’immagine della Turchia e conseguentemente sulla sua attrattività nei confronti dei turisti occidentali. Erdogan vuole passare alla storia come il nuovo Ataturk, non solo facendo la mossa opposta, ovvero islamizzando la Turchia e ribaltando di fatto gli equilibri politici e religiosi, ma dichiarando attraverso di essa che il Paese è la proiezione della sua immagine. Si rende inoltre necessario osservare molto da vicino l’indebolimento sostanziale dell’AKP, sconfinato nell’abbandono di due politici di prim’ordine come Ali Babacan e Ahmet Davutoğlu – che hanno fondato a loro volta due partiti entrati nel mirino repressivo di Erdogan – e che ha costretto il partito del Sultano all’alleanza con il movimento nazionalistico di destra MHP.

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    Fig. 3 – Un poster che ritrae il Presidente turco Tayyip Erdogan e il Sultano ottomano Mehmet II, conosciuto anche come Mehmet il Conquistatore, con alle spalle Santa Sofia

    IL RIPOSIZIONAMENTO NEL MONDO SUNNITA

    Il consenso da consolidare e conquistare però non riguarda solo conservatori e nazionalisti turchi. La partita che Erdogan sta giocando da tempo si dipana tra il Medio Oriente e il Nord Africa e coinvolge direttamente il mondo islamico sunnita agitato su più fronti.
    Il sentiero teocratico che il Presidente turco sta percorrendo lo avvicina di molto a una porzione di alleanze geopolitiche. La Turchia da tempo può vantare il sostegno politico ed economico del Qatar, con cui è alleata sul fronte libico, assumendo un ruolo di primo piano a favore del Governo riconosciuto anche dalle Nazioni Unite di Fayez al-Serraj, con sede a Tripoli. Aumentano invece i dissapori con l’altra fetta di mondo arabo costituita da Arabia Saudita, Emirati Arabi ed Egitto. Qui gli interessi in ballo però si fanno tutti economici, per il controllo da parte delle fregate di Ankara dei giacimenti di gas e petrolio, contesi con il Cairo e con lo stesso Haftar, proprio al largo delle coste libiche in virtù di un patto militare e commerciale con Tripoli.
    Riguardo ai suoi rapporti con Mosca, nel recente scambio tra i leader dei due Paesi, l’appena riconfermato Presidente russo ha espresso i propri dubbi sulla questione di Santa Sofia, che avrebbe generato una “significativa reazione dell’opinione pubblica in Russia”. Putin ha comunque preferito trattare la vicenda come una questione interna della Turchia, per evitare che diventi terreno di scontro tra le due parti, già impegnate su diversi fronti nella regione, come quello siriano e libico.
    I venti fortissimi di tensione che soffiano nel Mediterraneo orientale preoccupano Francia e Italia, Grecia e Cipro, oltre che la stessa Russia e gli Stati Uniti, altri grandi alleati di Ankara.
    Ma nonostante lo sgomento del mondo occidentale, a Santa Sofia i tappeti per la preghiera sono già srotolati e in posizione, e questa è solo un’altra “promessa” che Recep Tayyip Erdogan è stato in grado di mantenere. 

    Caterina Conserva

    Immagine di copertina: Photo by onsaritas is licensed under CC BY-NC-SA

    Caterina Conservahttps://ca-mag-a.com

    Giornalista, laureata in Giurisprudenza, ho intrapreso un percorso in editoria occupandomi di redazione e comunicazione in alcune case editrici. Attualmente lavoro in agenzia di comunicazione in diversi settori. Ho fondato un blog di informazione e approfondimento culturale e per il Caffè Geopolitico mi occupo principalmente di Turchia.

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