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    India, questo non è un Paese per donne (III)

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    Sono 40 milioni le donne vedove nell’India moderna, per lo più senza soldi né diritti. Cacciate dagli stessi figli che le chiamano ‘Radha’ (madre), ma che non vogliono sobbarcarsi la loro vecchiaia. Affamate, dormono per strada o fuggono nelle città sante di Vrindavan e Varanasi, dove pregano e chiedono l’elemosina spesso sfruttate negli ashram. Nell’antichità, la pratica del sati, l’immolazione della vedova sulla pira funeraria del marito, era il compimento della devozione e sottomissione della donna. Terzo e ultimo atto di ‘India, questo non è un Paese per donne’.

     

    (Qui la seconda parte dell’articolo)

     

    RADHA, MADRE SFRATTATA – Le vedove in India sono 40 milioni, il 10% della popolazione femminile del Paese, e la loro vita è ben definita da alcuni con il termine “sati vivente”, con riferimento all’antica pratica, ora vietata, della vedova che si immolava sulla pira funeraria del marito, invece che restare in vita. La maggior parte di esse sono donne in età avanzata, sofferenti di depressione per il 93% dei casi e di varie patologie geriatriche per l’88%: vengono messe alla porta sia dai figli che dimenticano gli anni di cure e devozione di queste donne per loro, sia dai parenti, che ne vedono solo il costo di sostentamento. Oltretutto, la pratica delle spose bambine conduce a casi di vedove giovanissime, addirittura ragazzine di 10 anni che, dopo la morte del marito, sono costrette a trascorrere il resto dei loro giorni in isolamento o a guadagnarsi da vivere anche sopportando abusi. Alla mercé dei padroni degli ashram (luoghi di meditazione), le più carine si danno alla prostituzione, prendendo il nome di sevadasis.

    Purtroppo le vedove non soffrono solamente l’ostracismo nella vita privata da parte delle loro famiglie, ma vengono anche escluse dalla società, considerate indegne di partecipare alle cerimonie religiose e agli eventi comunitari, fino a divenire vere e proprie paria, disprezzate anche solo nella presenza, perché nefasta e portatrice di cattivi presagi. È questa la triste condizione delle vedove indiane, che alla morte del marito perdono qualsiasi diritto e dignità e sono costrette a rifugiarsi in ghetti privi anche dei servizi più elementari, in città sacre come Vrindavan e Varanasi per chiedere la carità e recitare litanie di preghiera, sopravvivendo miseramente.

     

    Circa il 93% delle anziane indiane soffre di depressione, l’88% di problemi geriatrici vari (copyright Maria Sole Zattoni)
    Circa il 93% delle anziane indiane soffre di depressione, l’88% di problemi geriatrici vari
    (copyright Maria Sole Zattoni)

    IL SATI, SALTO NEL FUOCO – Ma la condanna all’isolamento delle vedove indiane non è un problema legato all’attualità, avendo infatti una forte radice storica risalente all’antico rito del sati, l’immolazione “volontaria” della vedova sulla pira funeraria del marito defunto. Secondo la tradizione, la moglie deve seguire il coniuge nell’altro mondo per ribadire l’eternità del vincolo matrimoniale (che si crede perduri per sette generazioni) e per assicurare fortuna e prosperità alle famiglie di entrambi gli sposi. Scortata dai parenti, spesso drogata o sotto la minaccia di armi, la vedova non ha altra scelta che obbedire alla volontà della famiglia, anche perché l’alternativa sarebbe peggiore della morte immediata. La sventurata finisce sulla pira che arde e le sue urla strazianti vengono coperte da rulli continui di tamburi che accompagnano l’atto. Nonostante una serie di leggi varate già durante il dominio inglese e poi dal Governo indiano per prevenire l’odioso rito, soprattutto nelle zone rurali, il suicidio della vedova è ancora occasionalmente praticato. L’alternativa moderna alla reclusione e all’ostracismo obbligato, anche se meno cruenta, resta una pratica infamante e disumana che porta le donne a passare il resto della vita in condizioni d’indigenza, senza alcuna protezione e alla mercé di ogni tipo di violenza.

     

    PENSIONI, SUSSIDI, EREDITÀ – In India per la vedova l’accesso a una pensione o eredità non è per nulla cosa certa: solo il 28% delle vedove in India può essere ammessa a un sussidio, e meno dell’11% riceve effettivamente i pagamenti, benché avente diritto. La consuetudine della residenza presso la famiglia del marito e quella dell’eredità per via patrilineare sono tra le cause principali della povertà e dell’emarginazione delle vedove indiane. L’eredità patrilineare priva le donne dell’eredità dei beni del padre, che restano all’interno della famiglia, mentre i diritti sugli averi del marito, come quelli dotali, vengono spesso violati dai parenti acquisiti, che ne vogliono mantenere il possesso. Poiché una moglie indiana diventa proprietà della famiglia del marito, una volta che questo viene a mancare, sono i suoceri e i congiunti del defunto che di fatto decidono cosa darle e come trattarla fino all’estrema conseguenza dell’abbandono: il matrimonio è visto come la rottura dei legami stretti con la propria famiglia d’origine e il passaggio a quella del consorte, quindi la vedova non è nemmeno libera di tornare dai genitori, che potrebbero rifiutarla. Inoltre l’ipotesi che una vedova si risposi continua a essere del tutto estranea e fortemente osteggiata in buona parte del Paese, riducendo le possibilità che questa trovi una nuova famiglia e il sostentamento. L’aiuto finanziario è fondamentale per le vedove che vogliono condurre una vita autosufficiente, ma il Governo non riesce a fornire tale sussidio: sono le organizzazioni del terzo settore locali e internazionali a cercare di supportare queste donne attraverso progetti d’assistenza.

    La città sacra di Vrindavan è chiamata la Città delle vedove (copyright Maria Sole Zattoni)
    La città sacra di Vrindavan è chiamata la Città delle vedove
    (copyright Maria Sole Zattoni)

    Un esempio è la Sulabh International, che ha intrapreso un progetto d’adozione di 150 donne presso la Città delle Vedove, Vrindavan, e farà lo stesso a Varanasi, altra meta delle diseredate, assicurando loro assistenza sanitaria e un piccolo vitalizio per poter vivere con dignità. Benché il supporto del Governo indiano sia fondamentale per delle riforme strutturate a tutela di tali soggetti, nondimeno la vita delle vedove pare l’epilogo di una serie di sofferenze e discriminazioni che iniziano dalla loro nascita, con il compimento di una vita ai margini della società che il concetto di “women empowerment” così caro all’Occidente non riesce a scalfire. L’augurio è che possano essere varate riforme non basate su divieti e sanzioni, ma sull’educazione della società indiana al rispetto della donna, affinché questa non debba più soffrire di aborti selettivi, abusi sessuali e di una vecchiaia in abbandono.

     

    Maria Sole Zattoni

     

    Maria Sole Zattoni
    Maria Sole Zattoni

    Desk Officer Assistant in progetti sanitari in Africa per una Fondazione italiana e masterizzanda presso la Scuola di Management SDA Bocconi. Un background giuridico e studi in emergenze umanitarie. Ho maturato esperienze lavorative a livello internazionale nel terzo settore e governativo . Appassionata di cooperazione allo sviluppo e di lingua e cultura araba, non dimentico l’importanza degli elementi macro economici e finanziari nell’analisi e nella risoluzione delle emergenze internazionali complesse.

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