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    Il prossimo 24 di novembre l’Honduras voterà per eleggere il Presidente della Repubblica. Si tratterà della prima elezione presidenziale dal 2009, quando con un colpo di Stato Manuel Zelaya fu destituito.

     

    da Santiago del Cile

     

    DAL ‘BANANAGATE’ AL GOLPE – Agli occhi dei Paesi che promuovono il socialismo del XXI secolo in America Latina, in particolare il Venezuela, l’Ecuador e la Bolivia, l’Honduras appare come una nazione vittima delle potenze occidentali “imperialiste”. La storia contemporanea di questo piccolo attore centroamericano (8 milioni di abitanti, un PIL di 18,5 miliardi di dollari, uno dei più poveri del continente) è infatti contraddistinta dall’instabilità politica, che spesso è stata il prodotto del braccio di ferro tra Stati Uniti e Russia ai tempi della Guerra Fredda. Un susseguirsi di colpi di Stato, guerre limitrofe, corruzione, povertà (che colpisce il 70% della popolazione) e ingerenze delle multinazionali negli affari del Paese. La più conosciuta di queste intromissioni fu lo scandalo del “Bananagate”, nel quale all’inizio degli anni Settanta i dirigenti della statunitense United Brands Company, corruppero il Governo honduregno per bloccare l’introduzione di una tassa sulle banane, la principale produzione.
    L’ultimo colpo di Stato avvenne nel 2009, quando il presidente Manuel Zelaya, fautore per l’appunto del socialismo esportato dal Venezuela, viene deposto dal Parlamento con l’aiuto delle Forze Armate. In questo senso, le elezioni presidenziali del prossimo 24 novembre sono viste come uno spartiacque tra le forze conservatrici, affini al Partito nazionalista, che si sono imposte al comando del Paese dopo il golpe, e le forze riformiste. Lo scontro ha anche le facce di Xiomara Castro, moglie di Manuel Zelaya – che così torna alla ribalta della scena politica – e Juan Orlando Hernández, il candidato filogovernativo.

     

    GLI ANTEFATTI – Il pareggio, che nei sondaggi affianca i due principali aspiranti al potere a una settimana dal voto, è il riflesso di un colpo di Stato la cui vicenda non è stata ancora del tutto chiarita. All’inizio del 2009 Zelaya cercò di promuovere la convocazione di un’Assemblea costituente, indicendo un referendum in corrispondenza con le elezioni generali previste per il mese di novembre di quell’anno. Un atto che i suoi detrattori qualificarono come un tentativo di mantenersi al potere. Le Forze Armate si rifiutarono di distribuire le cartelle che sarebbero servite a realizzare la consultazione. Di lì alla scomunica dei generali dell’esercito da parte di Zelaya e la successiva risposta dei militari con il golpe, il passo fu breve. Prima ancora di questo episodio, le principali forze politiche si erano divise sulla nomina dei giudici della Corte costituzionale da parte del Governo, che l’opposizione aveva qualificato come un’ingerenza nel potere giudiziario.

    Questi motivi però appaiono come pretesti per giustificare un atto che la comunità internazionale nel suo complesso ha considerato illegittimo. Poco tempo prima dell’esplosione del confronto, Zelaya aveva preso l’iniziativa d’assegnare le terre ai contadini che le avevano occupate nei tre anni precedenti, rispondendo a un’esigenza presente in gran parte della popolazione da molto tempo. Purtroppo Zelaya suscitò anche l’ira dell’élite latifondista, attorno alla quale si è costituito l’Honduras.

     

    LA DELUSIONE DI LOBO – Il conservatore Porfirio Lobo, giunto al potere sei mesi dopo il colpo di Stato in elezioni giudicate irregolari e svoltesi senza la presenza di osservatori, ha impiegato molto tempo per conquistare il riconoscimento internazionale del suo Governo. Nel 2011 l’Honduras viene riammesso in seno all’Organizzazione degli Stati Americani, dalla quale era stato estromesso (unico precedente era quello di Cuba). Nell’attualità, comunque, la maggior parte dei Paesi latinoamericani continua a non riconoscere questo esecutivo.

    Ciò però non è servito, per il momento, all’opposizione riunita nel Partito del Libre, cui fa capo – nelle vesti di coordinatore – lo stesso Zelaya (al quale è stato concesso di ritornare nel Paese dopo un lungo esilio), a posizionarsi alla testa dei sondaggi, e nonostante persino l’ex presidente del Brasile Lula sia sceso in campo a sostegno di Xiomara Castro. Va detto che gli organi d’informazione sono in gran parte controllati dal Governo e che l’Honduras si caratterizza, oltre che per la grande povertà, anche per il numero elevato di analfabeti.

     

    Gli sfidanti: Juan Orlando Hernández e Xiomara Castro
    Gli sfidanti: Juan Orlando Hernández e Xiomara Castro

    DIFFICOLTÀ ECONOMICHE – Impermeabile all’esterno, ciò che potrebbe influenzare l’esito dei prossimi comizi – i primi veramente liberi dal 2009 – sono le promesse incompiute del Governo Lobo, che quattro anni prima aveva basato la propria campagna sui temi del lavoro e della sicurezza. In campo economico, l’Honduras negli ultimi tre anni ha compiuto un balzo all’indietro, tornando ai livelli dell’inizio degli anni Duemila, quando la Banca mondiale lo introduceva nel novero dei Paesi poveri altamente indebitati. Concretamente, Lobo non è riuscito a sollevare lo Stato dalla crisi della disoccupazione e dall’insicurezza, nonostante una crescita spinta dall’esportazione dei prodotti agricoli, su tutti il caffè e le banane. Nel 2012 il Paese registrava oltre 7mila omicidi, il numero più alto di violenze registrato da decenni, in una zona – quella dell’America Centrale – già dilaniata dalla criminalità.

    Le misure di Lobo sono state in molti versi un ritorno verso le politiche neo-liberali e pro-mercato innescate da Ricardo Maduro, il primo presidente dell’Honduras nel nuovo millennio: sospensione del salario minimo, introduzione del lavoro temporaneo, smantellamento dello statuto degli insegnanti, privatizzazione dell’educazione, concessioni per lo sfruttamento delle risorse naturali (acqua inclusa). Nel gennaio del 2013, il progetto di punta della gestione Lobo, la creazione di città modello finanziate con capitali privati, aree destinate a diventare veri e propri enclaves dentro lo Stato (dotate di una legislazione indipendente e piena autonomia con nessun tipo di legame con il Governo centrale, e perciò considerate come dei paradisi fiscali) è stato bocciato dalla Corte Suprema di Giustizia.

    Nel 2011 il 74% degli honduregni considerava che il Governo Lobo faceva poco o nulla per far uscire il Paese dalla crisi e dalla povertà. All’inizio del 2013 i risultati erano classificati a livello 4 su una scala da zero a dieci. Parallelamente, il Partito nazionalista di Hernández ha perso consensi a favore dell’oppositrice Xiomara Castro. Domenica si conoscerà chi sarà il vincitore.

     

    Gilles Cavaletto

    Gilles Cavaletto
    Gilles Cavaletto

    Vivo a Santiago ma ho studiato temi europei. Ho lavorato in America Latina, in agenzie legate all’ONU attive nel tema della cooperazione internazionale. Per il “Caffè Geopolitico” seguo il Cile e Haiti, bellissima isola martoriata dal terremoto e dalla povertà nella quale ho lavorato.

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