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    ‘Li Beirut’. Il Libano si infiamma – Seconda Parte

    In breve

    • La visita di Macron e gli interessi internazionali in Libano aprono diversi possibili scenari futuri.
    • Un nuovo premier, un nuovo Governo, e possibili riforme. Quali prospettive per il Libano?
    • Riforme economiche e legge elettorale punti di partenza per un cambiamento reale.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 6 min.

    Analisi – Le dimissioni del Governo di Hassan Diab sotto i duri colpi di piazza, establishment e ingerenze internazionali in seguito all’enorme esplosione che ha distrutto Beirut aprono un ventaglio di possibilità. La questione spinosa di eventuali prospettive è legata a tanti “se” e “allora” che potrebbero concretamente indirizzare il Paese verso sentieri tortuosi.

    Qui la prima parte dell’analisi.

    IL RICATTO E LE INGERENZE ESTERNE

    La proposta di nuove elezioni avanzata dall’ormai ex premier Hassan Diab all’indomani della deflagrazione ha avuto vita breve. Infatti la forza della piazza e l’establishment stesso hanno portato prima alle dimissioni di vari ministri e poi allo scioglimento del Governo. Eppure, in un panorama già complesso si aggiunge un altro tassello fondamentale, ossia la partecipazione internazionale agli affari interni del Libano, non una novità, ma un fattore fondamentale per il destino del Paese e del popolo libanese, con conseguenze controverse. Non sorprende che il piccolo Stato all’estremità orientale del Mediterraneo sia fonte di appetiti geopolitici e interessi economici esterni. La visita del Presidente Macron all’indomani dell’esplosione ne è un esempio – che sembra ricordare i tempi del mandato francese sul Paese forse mai veramente concluso, ma trasformatosi col tempo adattandosi alle nuove dinamiche geopolitiche. Tuttavia altri attori coinvolti nelle dinamiche libanesi sono indubbiamente l’Iran, l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti e, immancabile nella lista, ma in sordina questa volta, la vicina sorella Siria. L’ingerenza internazionale negli affari libanesi così palese e tracotante ricorda in un certo senso la crisi del 1958, considerata da alcuni storici come il preludio della guerra civile, e l’operazione Blue Bat, prima applicazione della dottrina Eisenhower. Anche in quella circostanza, sebbene con premesse differenti, l’intromissione – che in quel caso sfiorò l’intervento militare – portò a una de-escalation degli attriti, ma al protrarsi del conflitto. Naturalmente all’epoca, in piena Guerra fredda e con dei presupposti regionali totalmente diversi, le condizioni erano differenti, ma alcune similitudini, come le pressioni socio-economiche, possono mostrare dei parallelismi.
    In ultima istanza la forte ingerenza estera cela indubbiamente un aiuto economico di cui il Libano ha disperatamente bisogno. E qui entrano in gioco gli interessi geopolitici di cui sopra. Nebih Berri, Walid Jumblatt e gli altri esponenti dei partiti storici delle stanno cominciando a valutare le possibilità di governo in concerto con quelle potenze, regionali e non, interessate alla questione libanese. Il Parlamento ha dichiarato lo stato di emergenza già dal 7 agosto, poi esteso fino al 18 settembre prorogando quindi lo stato di polizia e conferendo all’esercito pieni poteri di intervento. Questione inevitabilmente scomoda per i manifestanti, che speravano e chiedevano la de-militarizzazione della capitale, e che porta al rischio concreto e reale di abusi da parte delle Forze Armate.
    Il 31 agosto, un giorno prima della visita di Macron per “lanciare” un nuovo accordo politico, è stato scelto il nuovo Primo Ministro libanese e le pressioni francesi per accelerare il processo non sono mancate. La scelta è ricaduta su Mustafa Adib Abdul Wahed, eletto con una maggioranza di 90 voti parlamentari su 120. Già consulente dal 2000 al 2004 dell’ex premier Najib Mikati, Mustafa Adib è un accademico, membro della rete delle università in Francia, diventato nel 2013 ambasciatore in Germania. Supportato dal Movimento Futuro dell’ex premier Saad Hariri, che aveva contestato a gennaio l’elezione di Diab, Adib non ha ottenuto il sostegno dell’ultra-destra cristiana rappresentata dalle Forze Libanesi. Il neo premier, dopo aver visitato i quartieri più colpiti dalla deflagrazione del 4 agosto, ha dichiarato che è necessario formare un Governo in tempi record e composto da esperti per cominciare sin da subito a elaborare le riforme economiche necessarie a far ripartire il Paese. Già si comincia a parlare di una soluzione francese ai problemi endemici del Libano, una Francia che spinge per la formazione di un Governo in due settimane e fa pressioni per l’elaborazione e implementazione delle riforme necessarie. L’ingerenza della vecchia potenza mandataria però potrebbe significare il mantenimento dello status quo in termini di cambiamento della classe politica, considerando che parte dell’establishment ha legami molto stretti con la Francia, a partire dal Presidente Michel Aoun, e adesso anche dal Primo Ministro.
    In conclusione è necessario capire se il nuovo Governo e l’iniezione di capitale, qualora si trovi un accordo e si mettano in cantiere le riforme richieste, sarà o meno un vantaggio per i libanesi sia a breve che lungo termine. Infatti il Libano rischia, come già successo in passato, di essere “venduto” al migliore offerente. Questo processo si snoda su un do ut des, ossia una dinamica che permette al Paese di ricevere gli aiuti necessari a garantire un’effimera e immediata sicurezza economica per calmare gli animi e al Governo di procedere a un riassetto di facciata dell’economia, tutelando quindi la stabilità. Tuttavia a lungo termine le riforme implementate, poiché cosmetiche e non strutturali, potrebbero rivelarsi tossici sintomi di una politica non volta al bene comune dei cittadini.
    Anche al Palazzo di vetro, infine, si è parlato di Libano e più precisamente dell’UNIFIL, ossia la missione sancita dalle risoluzioni n. 425 e n. 426 nel 1978 e dalla risoluzione n. 1701 del 2006, presente nel Sud del Libano. La missione, alla quale l’Italia partecipa con un importante contingente, è stata rinnovata dopo diverse trattative con piccole modifiche che non risultano significative. La missione stessa è stata più volte criticata, visto e considerato lo scambio di razzi e provocazioni avvenuto tra i due Paesi ancora in conflitto, ma nonostante tutto è stata confermata con la volontà da parte delle Nazioni Unite di aumentarne l’efficacia nel ridurre le tensioni al confine.

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    Fig. 1 – L’ex Primo Ministro Hassan Diab durante una conferenza stampa in cui annuncia le sue dimissioni. Beirut, 10 agosto 2020

    SCENARI FUTURI O UNA STORIA CHE SI RIPETE?

    Considerando questo panorama è necessario sottolineare che l’esplosione di Beirut non è stata un incidente, ma l’espressione e il punto più basso di un sistema fallito, guidato da una leadership egoista e poco lungimirante. Adesso il Governo, o meglio l’intera classe politica, è anche sotto accusa da parte di organizzazioni internazionali come Amnesty International. La richiesta è quella di un’inchiesta internazionale per capire le violazioni dello Stato al diritto alla vita dei cittadini libanesi, che per anni hanno svolto qualsiasi attività accanto a un deposito pieno di esplosivo che poteva deflagrare in qualsiasi momento. Allo stesso tempo Amnesty ha messo in risalto come le forze di polizia libanesi stiano violando il diritto alla protesta, utilizzando la forza per reprimere le manifestazioni.
    Eppure è fondamentale capire nelle prossime settimane che scenario si presenterà. L’iniezione di aiuti, in seguito alla formazione di un Governo esterofilo, potrebbe arrestare la rivoluzione, ma si tratterebbe di fatto di un arresto temporaneo, perché i meccanismi politici non cambierebbero. Questa volta però i libanesi potrebbero decidere di non arrendersi e continuare la loro lotta finché il sistema corrotto non sia totalmente sradicato. L’insediamento di Mustafa Adib ha portato nuovamente la popolazione in piazza, in quanto la nuova guida dell’esecutivo è comunque figlia del sistema di potere e rischia di essere l’ennesimo cambiamento di facciata. L’unica via possibile secondo i manifestanti è l’istituzione di un Governo indipendente. Questa manifestazione potrebbe dimostrare la volontà della società civile di andare fino in fondo.

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    Fig. 2 – Un’immagine del porto di Beirut dopo l’esplosione, 29 agosto 2020

    LE RISPOSTE NECESSARIE

    Tenendo conto di tutto ciò, quello che il Paese realmente necessita è di superare l’impasse economica in cui è precipitato. Visto il punto di non ritorno, la negoziazione con il Fondo Monetario Internazionale risulta cruciale per uscire dalla spirale di crisi economica peggiorata ormai un anno fa. Elezioni anticipate significherebbero la riconferma del sistema contro cui la thawra si sta opponendo e quindi la protrazione dell’agonia di un sistema al collasso che finirebbe per portare con sé nel baratro tutta la popolazione. Una nuova legge elettorale rappresenta la stipula di un nuovo patto sociale e quindi il superamento dell’opposizione “Ya nahna, ya antu” (“O noi, o voi”) necessario per la ricostruzione di un Paese allo sbando. La Francia a questo proposito si è dimostrata la principale promotrice e allo stesso tempo una spada di Damocle per il nuovo Governo. Gli stessi partiti hanno dimostrato una volontà a riformulare il patto sociale e il Presidente Michel Aoun ha avanzato la proposta di superamento del sistema settario con la dichiarazione del Libano Paese laico. Ma in questo momento è necessario procedere per priorità, tenendo conto dei bisogni delle popolazioni e delle necessità dello Stato.
    Feirouz, la cantante di Li Beirut, racconta Beirut, una città affacciata sul Mediterraneo e capitale di un Paese che ancora non ha compreso il suo ruolo geopolitico nel bacino del mare che bagna le sue coste, restando ancora alla mercé degli appetiti europei e delle rivendicazioni regionali. La diva libanese ha ricevuto Macron nella sua dimora al sua arrivo a Beirut. Tuttavia nel 1984 l’artista libanese parlava di una città che sa di fumo e fuoco, e i cui figli sono stati feriti, ma che nonostante tutto li abbraccia. Una città e punto di riferimento di un Paese che necessita di cure, di riforme e di una classe politica lungimirante e volta al bene dei cittadini. Li Beirut – Per Beirut – racconta la città che cambia, che resiste, che viene ferita, piange e reclama i suoi diritti, la sua dignità e la sua libertà.

    Antea Enna

    Immagine di copertina: Gemmayze, Beirut, 5 Agosto 2020 | Simone Scotta

    Antea Enna
    Antea Enna

    Nata nel centro del Mediterraneo era quasi inevitabile la propensione verso il nord Africa e Medio Oriente. Se a questo si aggiunge una passione nata grazie alla danza orientale e lo studio dell’arabo, iniziato precocemente già al liceo, gli ingredienti per una vera e propria dipendenza da mondo arabo ci sono tutti. Dopo l’università prima a Gorizia e poi a Milano, ho lavorato in organizzazioni non governative per diverso tempo. Sono tornata nella metropoli lombarda per un dottorato che mi ha portata in Libano, dove ormai vivo da due anni. Nella terra dei Cedri ho svolto volontariato con i rifugiati siriani e ricerche su vari temi prevalentemente legati ai micro e macro conflitti e alla situazione socioeconomica mediorientale.

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