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    Brasile e il 2014: anno ‘mondiale’ o di declino?

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    Il Giro del Mondo in 30 Caffè – È finalmente arrivato l’anno della Coppa del Mondo di calcio in Brasile. Tutti gli occhi saranno puntati sul colosso sudamericano, che rischia però di affrontare un periodo di declino e di instabilità. Vediamo quali saranno le sfide per la presidente Dilma Rousseff.

    1. Pronti per i Mondiali?

    Il 12 giugno si comincia: il Brasile ospiterà i Mondiali di calcio e l’attenzione di tutto il mondo si sposterà verso il gigante sudamericano. Ben più di un evento solamente sportivo, per le implicazioni economiche e sociali che una manifestazione del genere comporta. Ancor di più se si ricorda che tra due anni a Rio de Janeiro si terranno le Olimpiadi. Il Brasile è pronto per organizzare eventi di tale portata? È di pochi giorni fa l’affermazione di Sepp Blatter, “padre-padrone” della FIFA, secondo il quale «nessun altro Paese organizzatore è mai stato così indietro con i lavori» a pochi mesi dal calcio di inizio. Sei stadi su dodici sono ancora incompleti (in violazione della scadenza “ufficiosa” del 31 dicembre scorso) e, allo stesso modo, anche molte infrastrutture di supporto (alberghi, aeroporti, strade) necessitano di ulteriori lavori oppure sono state modificate o cancellate. Molto probabilmente uno sforzo finale consentirà il completamento dei lavori e un corretto svolgimento della manifestazione – come del resto è sempre accaduto, anche in Sudafrica, che partiva da livelli decisamente inferiori rispetto al Brasile, – ma la reputazione del Paese agli occhi della comunità internazionale potrebbe risultare danneggiata se non tutto andrà come previsto.

    2. Quanto è alto il rischio che si ripetano proteste?

    Quattordici miliardi di dollari spesi per i Mondiali fino a ora? La cifra non è piaciuta ai brasiliani, non tanto per l’ammontare della spesa in sé, quanto per la situazione precaria in cui versano sanità ed educazione pubbliche. Alla base delle proteste esplose lo scorso giugno durante la Confederations Cup vi erano rivendicazioni per servizi migliori: non da parte dei poveri che abitano nelle favelas, bensì da parte di brasiliani della classe media, che da pochi anni a questa parte rappresenta la maggioranza della popolazione. Persone che hanno potuto godere – e continuano a farlo – di un netto e costante miglioramento delle proprie condizioni di vita e della ricchezza individuale, ma che, oltre a questo, ora chiedono anche cure migliori e una istruzione di buon livello. Il Brasile è ancora molto indietro nelle classifiche della performance scolastica a causa di una anomalia molto strana: nonostante l’università pubblica sia gratuita e di buon livello, le scuole secondarie sono invece in pessimo stato. Così, i ricchi possono iscrivere i loro figli a licei privati “by-passando” il problema, che rappresenta uno dei tanti “colli di bottiglia” del sistema istituzionale brasiliano che strozzano lo sviluppo del Paese. È dunque possibile attendersi nuove proteste, che quasi sicuramente ci saranno anche per sfruttare il ritorno mediatico dei Mondiali. In Brasile, tuttavia, non c’è un clima da scontro sociale e le conseguenze saranno limitate.

    3. Economia: dall’astro nascente… alla stella cadente del Sudamerica?

    Probabilmente tale definizione è troppo pessimistica. Sta di fatto che il Brasile sta affrontando un periodo critico dal punto di vista economico: la crescita del PIL è troppo bassa (2,5% nel 2013 e uguale la stima prevista per il 2014 secondo il Fondo Monetario Internazionale), mentre l’inflazione rimane moderatamente elevata (intorno al 5%), cosa che costringe la Banca Centrale a mantenere il tasso di interesse molto alto (l’ultimo aumento è avvenuto a novembre 2013, riportando il tasso al 10%). Il Brasile ha risentito fortemente delle decisioni di politica monetaria dagli Stati Uniti: prima con il Quantitative Easing, che ha favorito un afflusso di capitali in dollari in grande abbondanza, ora con il ”tapering’, ovvero con l’inizio di una fase meno espansiva. La Federal Reserve inizia soltanto ora a diminuire i propri acquisti di titoli di Stato e, quindi, a ridurre la quantità di dollari in circolazione: cosa che porterà la valuta USA a un progressivo apprezzamento e le altre (soprattutto quelle dei Paesi emergenti) a un deprezzamento. Basti pensare che a maggio era bastato solo l’annuncio di un possibile inizio del tapering da parte della Fed per ridurre il valore del real brasiliano del 20% in soli tre mesi. Un vantaggio per le esportazioni? Sì, ma non per l’afflusso di capitali. Inoltre il Brasile non è un’economia particolarmente aperta, la sua crescita è trainata maggiormente dal mercato interno che dall’export. Serve un aumento di competitività, dunque, che non può arrivare dalla leva valutaria, bensì da riforme strutturali: infrastrutture, educazione, semplificazione della burocrazia e lotta alla corruzione. Tutti impegni onerosi e di lungo termine che, in un anno di elezioni, difficilmente verranno intrapresi.

    Dilma e i suoi rivali: Aecio Neves ed Eduardo Campos
    Dilma e i suoi rivali: Aecio Neves ed Eduardo Campos

    4. Le elezioni: vittoria in tasca per Dilma?

    A ottobre si svolgeranno le elezioni presidenziali. Dilma Rousseff, candidata del Partito dei Lavoratori (PT) e successore di Lula, è decisa a ricandidarsi per un secondo mandato, che potrebbe ottenere senza troppe difficoltà. Secondo gli ultimi sondaggi, infatti, la Rousseff è in testa con oltre il 40% delle intenzioni di voto, mentre gli altri candidati (Aecio Neves del Partito Socialdemocratico, Eduardo Campos del Partito Socialista) non sembrano in grado di superare il 20%. Neppure il gradimento popolare di Marina Silva, l’ambientalista confluita recentemente nel Partito Socialista, sarà probabilmente sufficiente per concludere quasi quindici anni di dominio PT. Le incognite di un’economia in affanno e delle proteste sociali (così come delle associazioni di categoria imprenditoriali) potrebbero rimescolare le carte, ma non abbastanza da negare la vittoria alla Presidente in carica.

    5. Le relazioni internazionali: un Brasile meno forte?

    Il Brasile è un grande recettore di investimenti diretti esteri, il quarto al mondo (65,3 miliardi di dollari solo nel 2012). Tuttavia, incertezze economiche e sociali e un sistema burocratico deficitario potrebbero ridurre l’attrattività del Paese negli anni a venire. A trarne vantaggio potrebbe essere il Messico, da molti analisti descritto come la nuova stella dell’America Latina. Al di là degli investimenti, a livello geopolitico il Brasile da Lula in poi non ha potuto – o voluto fino in fondo – affermare la propria leadership nella regione, lasciando spazio ai programmi socialisti del Venezuela di Hugo Chávez. È l’Africa il vero continente dove il Brasile ha deciso di puntare, in particolar modo grazie agli investimenti energetici di Petrobras e infrastrutturali con la banca pubblica di sviluppo (il BNDES). Difficilmente il 2014 sarà un anno di svolta per il Brasile in campo diplomatico: come per le riforme economiche, anche alla voce “diplomazia” vi suggeriamo di ripassare nel 2015. Nel frattempo, però, godetevi lo spettacolo dei Mondiali.

    Davide Tentori

    Davide Tentori
    Davide Tentori

    Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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    2 Commenti

    1. da brasiliano, che vive in Brasile dal 2006 e che ha vissuto prima tutta la vita in Europa, e che vive a Brasilia, la Versailles subtropicale, vicino al potere, sono in parte d’accordo con le Sue affermazioni. Infatti, io sono piú critico, piú duro e piú pessimista di Lei. Il paese, da sud a nord è ancora in preda ad una mentalità dura a morire, quella della “Casa Grande e della Senzala (la senzala erano i locali degli schiavi)”. Il paese pare appartenere a qualche fondo di pensione apolide, in cui grazie alla sua natura di altissima speculazione finanziaria, é sempre stato un paradiso per far quattrini. Dopo le politiche finanziarie dei presidenti Franco e specialmente Cardoso, l’economia si é stabilizzata, tenendo a freno l’inflazione, con l’introduzione di una nuova moneta: il Real. Finalmente le famiglie potevano pianificare le loro spese, e il credito venne quindi “democratizzato” verso il basso. Ecco il boom di elettrodomestici e automobili, fabbricati da filiali di multinazionali che offrivano (ed offrono) prodotti giá obsoleti a prezzi elevati, tra margini di guadagno  e tasse. La stragrandissima maggioranza delle transazioni avvengono a rate, difficle acquistare cash. Intanto, s’insedia il regime del PT, il partito dei lavoratori dei Lula, con le sue connessioni coi vari movimenti di una sinistra sudamericana, che poco ha a che fare con la socialdemocrazia scandinava. Vengono mantenute le politiche economiche e fatte proprie quelle sociali, tra cui il Bolsa Familia, una specie di obolo mensile dello stato che sembra vagamente un voto di scambio alla Achille Lauro di buona memoria. 
      Quello che Lei definisce classe media brasiliana, é ben lontana ai standard europei, americani e del “Primo mondo”, mi creda!

      I mondiali di calcio sono stati annunciati con gran squillare di trombe da parte del regime dei vari Lula. Mentre si pagano fior fior di tasse, i prezzi aumentano. I generi alimentari subiscono aumenti a due cifre con regolare periodicitá. I servizi sonoa dir poco pessimi e cari. Riguardo Educazione e Sanitá, siamo a livelli africani, ma a costi scandinavi. Ora comunque s’è allargata la fascia di popolazione che si vede ridurre pesantemente le proprie entrate per poi dover ricorrere a servizi privati perché quelli pagati dai contribuenti sono pessimi. Tutti sapevano fin dall’inizio che i mondiali di calcio avrebbero arricchito i soliti quattro gatti e figliocci ed amigos-dos-amigos del regime. Per questo é scoppiata la rivolta del mese di Giugno 2013. Ora deputati del partito al governo stanno giá proponendo leggi e norme per soffocare eventuali proteste durante i mondiali. Con pene pesantissime contro chi osa protestare in quell’occasione (è ancora vivo il ricordo dei fischi alla Rousseff, con Blatter accanto che ha sbottato, di nuovo, con una frase fuori luogo: “dov’è il rispetto per il governante?”).

      Sono più di 200 anni che il Brasile é il paese del domani, o del dopodomani. Non esiste alcuna industria di peso nazionale (sono tutte filiali di multinazionali, e meno male che ci sono, garantendo tasse e posti di lavoro), non ci sono grandi centri d’eccellenza accademica (se ce n’erano, ora sono in fase calante), niente. Il paese  rimane un produttore agricolo e di materie prime, cui prezzi vengono detrminati fuori dal paese. Questo dopo oltre dieci anni  di populismo socialista.

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