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    Mulan: la fallita unione tra Disney e Cina

    In breve

    • L’uscita del nuovo remake di Mulan è stata colpita da un’ondata di proteste internazionali sotto lo slogan #BoycottMulan. La Disney ha infatti girato il film nella provincia dello Xinjiang, dove sono presenti circa 400 “campi di rieducazione” per gli Uiguri.
    • Liu Yifei, star del film, ha anche espresso più volte il suo sostegno alle azioni repressive della polizia di Hong Kong.
    • Il film non ha avuto successo in Cina, e nemmeno all’estero, ma ciò potrebbe essere il risultato di fattori non solo politici.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsiRecentemente la Disney ha rilasciato il live-action del tanto amato cartone animato per bambini Mulan. Ma la pellicola è stata travolta da parecchie controversie, portando addirittura alla campagna di boicottaggio internazionale #BoycottMulan. Vediamo perché.

    1. UN SET CONTROVERSO

    La Disney ha scelto come location per girare la maggior parte delle scene quella che forse è la provincia della Cina tristemente più nota in questi ultimi tempi, cioè quella dello Xinjiang, dove già nel 2018 (anno delle riprese del film) le minoranze etniche di religione musulmana, in particolare gli Uiguri, erano vittima di quello che molti hanno definito un “genocidio culturale” e di innumerevoli episodi di violazione dei diritti umani. Come si vede anche nei titoli di coda del film, sono stati ringraziati il Dipartimento per le Relazioni Pubbliche del Comitato del Partito Comunista Cinese per la Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang e l’Ufficio per la Sicurezza Pubblica della città di Turpan. Proprio quest’ultimo è a capo della gestione dei “campi di rieducazione” per gli Uiguri presenti nella provincia. Se la Disney si è rifugiata nel silenzio stampa dopo lo scoppio della controversia, il film è stato accusato di essere diventato quasi uno strumento propagandistico utilizzato abilmente dalle Autorità della provincia e dallo Stato cinese per far dimenticare al mondo – o almeno tentare – l’esistenza di questi campi. Non solo i campi sono indubbiamente presenti, ma recenti immagini satellitari mostrano la costruzione continua di nuovi centri, ormai circa 400, contrariamente a quanto aveva sostenuto in precedenza il Governo cinese, dicendo che la maggior parte delle persone aveva fatto ritorno a una vita normale.

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    Fig. 1 – Una sostenitrice del boicottaggio internazionale di Mulan di fronte a un cinema sudcoreano, settembre 2020

    2. LE PAROLE DELLA PROTAGONISTA

    Inoltre la protagonista Liu Yifei ha inflitto il colpo “iniziale” al film e fornito ulteriori ragioni al movimento per il boicottaggio, andando adesprimersi sulla decennale questione Cina-Hong Kong, dimostrando il suo supporto alle azioni della polizia nell’ex-territorio britannico. Infatti, ancora ad agosto 2019, l’attrice ha ricondiviso un post su Weibo, l’equivalente cinese di Facebook, che difendeva la polizia di Hong Kong, aggiungendo le parole di Fu Guohao, noto giornalista a servizio di un giornale di Stato cinese assalito da dimostranti all’aeroporto di Hong Kong. Il post di Liu Yifei è stato invece positivamente ricevuto in Cina, dove si è venuto a creare un movimento quasi opposto a quello di condanna, sotto l’hashtag #supportmulan, inneggiando a Liu Yifei come a una Mulan moderna, eroina e rappresentante della Cina contro il resto del mondo. Non è raro comunque che gli artisti cinesi esprimano opinioni politiche pro-PCC, in quanto la loro carriera è legata inevitabilmente al loro sostegno al Governo centrale, o meglio alla mancanza di dissenso, come abbiamo visto nel caso del cantante Lay Zhang Yixing o del cantante Jackson Wang, addirittura nativo di Hong Kong.

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    Fig. 2 – L’attrice Liu Yifei, star del nuovo Mulan finita al centro delle polemiche per il suo sostegno alla polizia di Hong Kong

    3. LA MANCATA PROMOZIONE IN CINA

    Le problematiche che hanno destato tanto oltraggio e scalpore a livello mondiale non hanno provocato chiaramente la stessa reazione tra la popolazione cinese. Il film racconta la storia di un’eroina cinese di etnia Han (della quale fa parte circa il 90% dei moderni cinesi), è stato girato in Cina, con attori cinesi, ma non è stato promosso dai media di Stato cinesi. La richiesta, apparentemente pervenuta da un’agenzia statale, voleva andare a bloccare la diffusione delle controversie legate al film da parte delle principali agenzie di stampa. Non tutti i media cinesi però si sono astenuti dal commentare, con il Global Times che ha espresso poco velatamente l’opinione del Partito centrale, definendo l’accaduto come un altro esempio degli estremismi ideologici americani nei confronti della Cina. A fronte di un budget di circa $200 milioni, finora Mulan ha guadagnato all’incirca $60 milioni. Rispetto agli standard dell’industria, il film ha riscontrato poco successo in Cina, dove i guadagni già bassi sono calati ulteriormente del 72% dalla prima alla seconda settimana. Se negli Stati Uniti la diffusione del film ha dovuto affrontare la mancanza di proiezioni fisiche nei cinema, in Cina il film non ha saputo competere con i prodotti cinematografici locali. Anche se non si sa ancora quanto impatto abbiano avuto sui profitti né #BoycottMulan né l’eccessivo prezzo di vendita del film su Disney+, il risultato è chiaro: la Disney si è esposta, tentando di creare un film perfettamente confezionato per il mercato cinese, non solo fallendo in tale obiettivo, ma anche inimicandosi il pubblico internazionale.

    Natasha Colombo

    Disney” by ezhikoff is licensed under CC BY

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    Natasha Colombo
    Natasha Colombo

    Nata e cresciuta in Italia, ho potuto trascorrere diversi periodi di studio e lavoro negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Corea del Sud. Tali esperienze mi ha portato ad interessarmi alla politica americana e asiatica, con particolare focus sulla Corea del Sud e la Corea del Nord. Ho appena conseguito la laurea magistrale in Relazione Internazionale Comparate presso l’Università Ca’ Foscari  di Venezia, focalizzandomi sulla politica americana. In seguito, ho potuto svolgere un tirocinio come analista politico presso l’Ambasciata Italiana a Seoul.

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