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domenica 18 Aprile 2021

Land grabbing, la corsa alle terre del Madagascar

In breve

  • Il land grabbing, o accaparramento delle terre, è il fenomeno per il quale Stati terzi e aziende straniere comprano e sfruttano i terreni dei Paesi più poveri a scapito dei diritti umani e della preservazione dell’ambiente.
  • Il Madagascar è un caso emblematico del fenomeno del land grabbing, in quanto qui si declina in più fattispecie.
  • Sono necessarie incisive modifiche istituzionali nei Paesi coinvolti al fine di rendere protagoniste e non vittime le popolazioni indigene coinvolte nei progetti di compravendita delle terre in cui vivono.

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In 3 sorsi – La pratica del land grabbing non favorisce lo sviluppo sostenibile dei Paesi, ma accentua il divario economico e amplia le violazioni dei diritti umani e ambientali. Tra gli Stati più interessanti dal fenomeno c’è il Madagascar, che affronta la sfida per garantire un futuro migliore alle prossime generazioni.

1. IL PARADOSSO DELLA GREEN ECONOMY

A novembre la Commissione Europea ha approvato il nuovo Piano per la ripresa dell’Europa, riservando il 30% dei fondi alla lotta ai cambiamenti climatici, con il fine di una transizione climatica e digitale equa. Su questa scia, anche la Cina e altri Paesi emergenti stanno sviluppando una strategia di green economy.
Tuttavia molti analisti sostengono che sia scorretto parlare di green economy fino a quando l’intera catena del valore per l’approvvigionamento delle materie prime nei Paesi più poveri non sarà “responsabile”.
Uno dei fenomeni più evidenti di investimento di imprese straniere in Paesi “target” è il land grabbing, l’accaparramento dei terreni. Il Comitato Economico Sociale Europeo (CESE) descrive tale pratica come “il processo di acquisizione su vasta scala di superfici agrarie utili senza prima aver consultato la popolazione locale o aver ottenuto il suo consenso”.
Il land grabbing si è sviluppato soprattutto dai primi anni Duemila in Africa, Sudamerica e Asia a causa di una coincidenza di fattori, tra cui la globalizzazione, la crisi alimentare del 2008 e l’aumento di richiesta di biocarburanti per le nuove tecnologie.
Importanti attori statali e privati, provenienti in particolare da Cina, USA, Corea del Sud, da alcuni Paesi europei e di recente anche dai Paesi del Golfo, stanno comprando vasti terreni a prezzi irrisori nel continente africano con la promessa di condividere i benefici delle tecnologie e gli investimenti in infrastrutture con i Governi locali, oltre che a coinvolgere nei progetti le popolazioni.
Oggi il continente africano detiene il 60% delle terre non coltivate nel mondo e, secondo il rapporto della Federazione Organismi Cristiani Servizio Nazionale Volontario (FOCSIV), sono 79milioni gli ettari concessi a grandi imprese straniere.
Il fenomeno del land grabbing dunque coinvolge diversi ambiti giuridici: non solo il diritto alla terra, ma anche il diritto alimentare, di autodeterminazione dei popoli e della sovranità nazionale. Questi principi sono spesso violati, come sottolineato dalla Dichiarazione di Tirana dell’International Land Coalition, che evidenzia la frequente assenza di informazione delle popolazioni indigene per lo sfruttamento delle terre, le violazioni dei diritti umani e gli ingenti danni ambientali.

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Fig. 1 – Una risaia nei pressi di Antananarivo, capitale del Madagascar

2. IL PATRIMONIO DEL MADAGASCAR A RISCHIO

La peculiare biodiversità del Madagascar è la ricchezza del Paese e fu tramandata per secoli di famiglia in famiglia nelle comunità locali grazie a pratiche di coltivazione rispettose dell’ambiente. Negli anni Novanta la Banca Mondiale favorì la riforma del settore agrario e sostenne una nuova legislazione sulla proprietà privata dei terreni agricoli.
Dopo l’indipendenza dalla Francia nel 1960, i Governi continuarono a riconoscere il diritto sulle terre dei malgasci, ma cedettero anche molti appezzamenti a compratori stranieri, favorendo il land grabbing e una graduale distruzione dell’ecosistema.
Nel corso degli anni si svilupparono diversi scenari di accaparramento di terreni in Madagascar, a seconda degli interessi degli investitori.
Le aziende straniere si specializzarono soprattutto nello sfruttamento agricolo e minerario. A tal proposito il caso più emblematico fu quello della società coreana Daewoo Logistics Corporation, che nel 2008 tentò di accaparrarsi 1,3 milioni di ettari per produrre olio di palma. Le proteste della popolazione locale furono così intense da indurre la società ad abbandonare il progetto, oltre a diventare un catalizzatore del golpe contro l’allora Presidente Ravalomanana.

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Fig. 2 – Una piantagione di vaniglia in Madagascar, principale coltura del Paese

3. UNA GREEN ECONOMY PER TUTTI

A seguito di numerose proteste e denunce delle popolazioni, sono molti gli organismi internazionali che si stanno impegnando per un cambiamento del paradigma sviluppista-estrattivista, al fine di creare un modello ecosostenibile sia per gli enti investitori che per i Paesi target.
In prima linea ci sono le Nazioni Unite, che hanno emanato una serie di principi guida per l’acquisto di porzioni di terre con lo scopo di rispettare, proteggere e realizzare i diritti dei popoli indigeni. L’ONU raccomanda agli Stati investitori di garantire negoziazioni trasparenti e il coinvolgimento delle popolazioni locali in tutte le fasi dell’accordo, fornendo anche posti di lavoro.
Nel 2012 anche la Commissione sulla Sicurezza Alimentare Mondiale della FAO ha adottato delle linee guida volontarie a tutela dei diritti di proprietà sulle terre e volte a diffondere uno sviluppo sostenibile.
Non bastano però documenti e codici di condotta senza vincoli per garantire il rispetto del diritto internazionale: sono necessarie concrete modifiche istituzionali al fine di garantire investimenti responsabili e meccanismi di tutela per l’ambiente e i lavoratori.
Solo in questo modo, in futuro, le popolazioni locali non subiranno più in modo passivo i progetti nelle loro terre, ma vi parteciperanno da protagoniste.

Alessandra De Martini

Allee des Baobabs” by Rod Waddington is licensed under CC BY-SA

Alessandra De Martini
Alessandra De Martini

Classe 1996, mi sono laureata in Relazioni e Organizzazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Trento e al momento frequento il corso di laurea magistrale in investigazione, criminalità e sicurezza internazionale presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma. Sono appassionata di geopolitica, ma amo anche imparare nuove lingue e viaggiare. Per questo motivo, durante il percorso universitario, ho cercato di combinare le mie passioni partecipando all’Erasmus, ad alcuni progetti della Diplomatic  Academy e ad un progetto di volontariato in Colombia. Nel tempo libero mi piace leggere thriller, fare jogging ma soprattutto giocare con il mio cagnolino!

 

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