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sabato 18 Settembre 2021

Il nucleare nella cooperazione tra Mosca e Ankara

In breve

  • La politica estera espansiva di Rosatom si rivela un efficace strumento di diplomazia e soft power.
  • Anche la Turchia guarda al nucleare per la propria diversificazione energetica e nel farlo si affida al supporto di Mosca.
  • La prima centrale nucleare di Ankara si rivela un ambizioso disegno dalle grandi potenzialità, ma numerose critiche gettano qualche ombra sul piano russo-turco.

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In 3 sorsiLe relazioni energetiche tra Russia e Turchia non si limitano al solo gas naturale, ma da un decennio si stanno ampliando in un settore spesso passato in sordina, eppure tutt’altro che secondario: quello del nucleare. Ambiziosi progetti e cospicui investimenti legano ancora di più le due coste del Mar Nero.

1. I TENTACOLI DI ROSATOM

Dal Bosforo al Bangladesh, dall’Africa all’Artico, la compagnia statale russa dell’energia atomica, Rosatom, sta dispiegando in toto la sua strategia espansiva. Nell’ultimo ventennio il Cremlino ha infatti fortemente sostenuto i piani, nazionali e internazionali, della propria industria nucleare, che vanno ben oltre l’allettante prospettiva di contratti lucrativi. L’export di nuovi impianti in tutto il globo, con annesse tecnologie e know-how, rappresenta un altro strumento di influenza geopolitica per rafforzare la propria presenza in molti mercati emergenti. Non solo gas naturale, dunque, una risorsa su cui Mosca e Ankara hanno particolarmente investito con la realizzazione dei gasdotti Bluestream e Turkstream. Complessivamente, la voce “energia” rappresenta il 70% delle esportazioni russe in Turchia, coprendo circa il 60% del fabbisogno anatolico. In questo scenario decisamente attivo possiamo collocare anche il progetto della centrale nucleare di Akkuyu, la prima della storia in Turchia, disegno nato in seguito all’accordo intergovernativo tra Mosca ed Ankara del maggio 2010.

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Fig. 1 – La costruzione della prima centrale nucleare della Turchia in corso ad Akkuyu, nel sud della penisola anatolica

2. AKKUYU, IL NUCLEARE DI ERDOGAN

L’ambizioso progetto russo-turco prevede la costruzione di quattro reattori VVER1200, con una capacità di 4.800 megawatt totali e porta, ovviamente, la firma di Rosatom. Il progettista generale dell’impianto è Atomenergoproekt, la costruzione è affidata ad Atomstroyexport e l’uranio necessario ai reattori verrà fornito da TVEL, tutte succursali del colosso statale russo, mentre la supervisione scientifica spetta all’Istituto Kurčatov di Mosca. La preparazione del sito, iniziata nel 2013 nella provincia di Mersin, ha dato il via ai lavori, che non si sono fermati nemmeno durante le forti tensioni tra i due Paesi nello scenario siriano. La costruzione del primo reattore è partita nell’aprile 2018, alla presenza di Putin e Erdogan, mentre quella del secondo è iniziata esattamente due anni dopo. Per Akkuyu-3 e -4, infine, è attesa l’approvazione della licenza da parte dell’ente regolatore turco entro il prossimo autunno. Il completamento del primo impianto nucleare della storia turca è previsto per il 2023, mentre le altre tre unità dovrebbero essere pronte per il 2025.

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Fig. 2 – Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin inaugurano la costruzione del primo reattore ad Akkuyu nell’aprile 2018

3. POTENZIALITÀ E DUBBI DELL’AMBIZIONE TURCA

Le aspirazioni tecnologiche e energetiche di Erdogan restano, tuttavia, ben arginate dai vincoli contrattuali posti da Mosca e da ulteriori criticità riguardanti la sostenibilità, le garanzie e l’utilità del progetto. In primis il 93% del finanziamento è interamente garantito da Rosatom e sostenuto da banche russe, il che solleva Ankara da pesanti obblighi finanziari, ma a sua volta la obbliga a osservare un prezzo dell’elettricità fisso e doppio rispetto ad altri progetti nucleari russi ($0,12 per kWh per 15 anni), che esclude l’inflazione del dollaro e le fluttuazioni del mercato globale e del tasso di cambio. Incerta rimane anche l’effettiva domanda di elettricità dalle centrali, considerando la scarsa vocazione industriale della regione. Qualche critica proviene anche da alcuni analisti russi, principalmente in merito all’eccessiva dispendiosità del progetto ($20-22 miliardi complessivi), sull’assenza di un divieto assoluto di nazionalizzazione delle centrali nucleari e sulla rilevante sismicità della penisola anatolica. Nonostante ciò i lavori proseguono e l’interesse turco verso il nucleare è crescente. Nel recente passato Ankara aveva già annullato un accordo con un consorzio a guida giapponese per costruire una seconda centrale nucleare a Sinop, nel nord del Paese, insoddisfatta da studi di fattibilità, tempistiche e prezzi, senza tuttavia escludere la futura realizzazione del progetto con un altro partner.

Mattia Baldoni

Photo by fietzfotos is licensed under CC BY-NC-SA

Mattia Baldoni
Mattia Baldoni

Laureato in Sviluppo locale e globale presso l’Università di Bologna. Ha partecipato a progetti europei di cooperazione internazionale in Georgia (identità europea, processo di integrazione e questioni relative alle frontiere), Grecia e Bulgaria, e a una Summer School sul Partenariato orientale dell’UE a Baku (Azerbaijan). Attualmente è redattore capo per Osservatorio Russia e collaboratore di Il Caffè Geopolitico. I suoi interessi principali riguardano la politica russa e le relazioni internazionali in MENA, Caucaso e Asia centrale.

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