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venerdì 30 Ottobre 2020
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    Lo stallo di Gaza

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    Ci risiamo. Israele e Hamas stanno di nuovo affrontandosi a Gaza, come nel 2008-2009 e nel 2012. E come allora lo scontro non vede soluzioni di lungo termine.

    Israele ha recentemente lanciato l’operazione “Protective Edge” (Bordo difensivo) per fermare il lancio di razzi provenienti da Gaza, in una ripetizione dell’operazione “Pillar of Defence” di Novembre 2012 e delle fasi iniziali dell’operazione “Cast Lead” di fine 2008-inizio 2009. Cerchiamo di capirci un po’ di più, in 7 punti:

    1. Causa scatenante – Lasciamo perdere i tre giovani israeliani e il ragazzino palestinese (più le altre vittime precedenti) rapiti e uccisi nelle scorse settimane in Cisgiordania. La causa non sono loro, bensì l’ormai eterna sfida tra Hamas e Israele e la paura reciproca che si infondono l’un l’altro. I capi di Hamas temono di ritornare nel mirino, mentre Israele temeva che Hamas, in seguito all’accordo di Governo con Fatah, potesse tornare a guadagnare influenza anche in Cisgiordania.

    L’origine di questo round di conflitto risiede infatti nella decisione israeliana di trasformare la ricerca dei tre studenti di Yeshiva rapiti (Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel) in una vasta operazione di smantellamento delle strutture politiche ed economiche di Hamas nella West Bank. Avendo dato la colpa del rapimento al movimento estremista ha poi proceduto a ri-arrestare parte dei prigionieri politici liberati in precedenza e a fare lo stesso con altri esponenti del movimento.

    Hamas, militarmente impotente in Cisgiordania, come in passato ha cercato di convincere Israele a smettere la caccia all’uomo lanciando alcuni razzi da Gaza, e ricordando quindi la minaccia che avrebbe potuto portare. Israele da parte sua ha reagito anch’esso come in passato: rispondendo con raid aerei. Questa dinamica, iniziata la scorsa settimana, è poi degenerata fino ai livelli attuali.

    Il sistema C-RAM Iron Dome in azione
    Il sistema C-RAM Iron Dome in azione

    2. Perché l’escalation fino a questi ultimi giorni? – In realtà nessuno dei due attori desiderava davvero questo conflitto: Israele si accontentava di smantellare le strutture di Hamas in Cisgiordania, più semplice e meno rischioso; Hamas, fin da Cast Lead, non ha più illusioni di poter sconfiggere militarmente Israele in uno scontro diretto nemmeno a Gaza, dove pure ha il massimo della forza. Ma nessuno dei due può semplicemente rinunciare, spontaneamente, a rispondere agli attacchi dell’avversario. Questo perché per Israele smettere di attaccare mentre ancora vengono lanciati razzi significa concedere una vittoria morale all’avversario, che farebbe aumentare la popolarità di Hamas fino al rischio di tornare a far considerare la lotta armata uno strumento tutto sommato efficace. Per i leader di Hamas, invece, smettere di lottare senza un accordo che ne protegga la vita (sostanzialmente: fine degli omicidi mirati e della caccia ai suoi leader) non comporta alcun vantaggio, oltre a “perdere la faccia” davanti alla popolazione palestinese, in particolare chi ancora – sempre meno – considera la lotta armata come mezzo efficace per opporsi.

    3. Dunque a cosa si arriverà? – In tre giorni di scontro sono state effettuate oltre 800 missioni di bombardamento israeliane (quasi tutte aeree, qualcuna navale) che hanno causato, secondo fonti palestinesi, 88 morti e 400 feriti. Secondo fonti israeliane sono stati sparati tra i 250 e i 300 razzi da parte di Hamas e degli altri movimenti estremisti della Striscia, che hanno causato una decina di feriti, numero contenuto grazie al sistema antimissile Iron Dome che ha confermato (anzi migliorato) la sua efficacia dopo averlo già fatto nel 2012. Il rischio è che lo scambio di bombe e razzi continui per vari giorni, ma esiste anche la possibilità che Israele, non riuscendo a ridurre il numero di razzi lanciati dalla striscia solo con l’attacco aereo, decida di passare anche a un attacco di terra.

    Il fumo si leva da Gaza in seguito ad un bombardamento
    Il fumo si leva da Gaza in seguito ad un bombardamento

    4. E’ davvero possibile arrivare all’invasione? – Anche qui, nessuno la vuole, ed eppure potrebbe comunque accadere. Israele non mira a questo, perché combattere in un ambiente come la Striscia di Gaza, stretta, densamente popolata e molto urbanizzata significa forti rischi per le proprie Forze Armate e altissima probabilità di causare ancora più morti civili, che ovviamente, oltre alla tragedia in sé, sarebbero una vittoria morale per l’avversario. Hamas non la vuole perché nel 2009 le proprie forze armate vennero umiliate in pochi giorni, con molti dei leader uccisi.

    5. Ma qual è la strategia di entrambi? – Per Israele, l’obiettivo è smantellare la capacità militare di Hamas, in particolare il suo arsenale di razzi e missili, che però spesso sono nascosti in depositi sotterranei o in abitazioni civili. Per questo la “semplice” operazione aerea risulta difficile, e per lo stesso motivo un’operazione terrestre richiederebbe un grande dispiegamento di forze e numerose difficoltà operative.

    Per Hamas, l’obiettivo è colpire sempre più lontano in Israele e dare l’impressione di poter terrorizzare la popolazione ancora a lungo, così da convincere l’opinione pubblica israeliana a costringere il proprio Governo a cercare una tregua. Per tali ragioni, Hamas continua ad annunciare l’utilizzo di razzi sempre più sofisticati, provando a colpire sempre più lontano, anche se con poca efficacia e soprattutto mira (molti finiscono fuori bersaglio). Inoltre, Hamas spera che l’alto numero di vittime civili possa spingere le diplomazie internazionali a fermare Israele. Entrambe le strategie sono però miopi, perché continuano a basarsi su una riproposizione in eterno della situazione attuale.

    Danni provocati da un razzo di Hamas in territorio israeliano
    Danni provocati da un razzo di Hamas in territorio israeliano

    6. Lo stallo – Non importa il motivo per cui sia scoppiato questo nuovo round. Esso ripropone comunque lo stallo tra le due parti: Israele, con la sua strategia di “mowing the grass”, continua ciclicamente a colpire Hamas non appena rialza la testa, per ridurne le capacità offensive… salvo poi doverlo rifare nuovamente entro 2-3 anni, poichè la situazione si ripropone uguale.

    Hamas dal canto suo non può sconfiggere Israele, e quando si vede troppo sotto mira lo attacca, sperando sempre di intimidirlo, ma ottenendo invece solamente una reazione ancora più forte. Entrambi sanno che queste strategie, comunque vada lo scontro, non risolveranno la questione: per Hamas l’isolamento continuerà, e per Israele Hamas rimarrà una forza da non ignorare a Gaza. Eppure nessuno dei due riesce a trovare (o vuole accettare) altre soluzioni, con il risultato che la crisi attuale è in realtà figlia del fatto che entrambi i contendenti, semplicemente… non sanno che altro fare. E rimangono così sui vecchi, “confortevoli” – e inutili – metodi.

    7. Si arriverà alla tregua? – L’Egitto si è sempre proposto come mediatore, sia ai tempi di Mubarak sia a quelli di Morsi. L’Egitto del neopresidente al-Sisi sta provando a fare lo stesso ma, come riporta il quotidiano Ha’aretz, per ora con poco successo. Le due parti accetteranno una tregua quando ai leader di Hamas sarà concessa la fine degli attacchi mirati e della caccia all’uomo, e ad Israele la fine del lancio di razzi, oltre a qualche garanzia sul controllo dei gruppi più estremisti nella Striscia. Comunque vada però, sia che l’escalation si fermi tra poco sia che continui per qualche settimana, magari con un attacco di terra, rimane un forte dilemma: qualunque forma di tregua riproponga quanto sperimentato in passato, anche se vantaggiosa per salvare i civili di entrambe le parti, rischierà di far semplicemente ripresentare la stessa situazione, e lo stesso conflitto, fra altri 2-3 anni.

    Lorenzo Nannetti

    https://www.youtube.com/watch?v=rToDhwbXJCg

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    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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