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giovedì 29 Luglio 2021

L’eco della rivoluzione dei gelsomini

In breve

  • A dieci anni dall’inizio della rivoluzione dei gelsomini le attuali crisi politiche, economiche e sanitarie hanno indotto la popolazione tunisina a ripetere le gesta di protesta.
  • In un’ottica di democratizzazione del Paese, nonostante questi miglioramenti, la Tunisia non può essere considerata come una storia di successo in termini assoluti, bensì relativi
  • Le Istituzioni tunisine fino ad oggi non sono riuscite a mantenere le promesse della rivoluzione, causando una pericolosa sensazione di tradimento misto a rassegnazione

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In 3 sorsi – Sono passati 10 anni dall’inizio della Primavera Araba, ma a distanza di questo decennio la Tunisia sembra non trovare soluzione ai suoi problemi sistemici, primi tra tutti disoccupazione, stagnazione economica e malcontento generale, aggravati dalla pandemia.

1. UNA RICORRENZA IMPORTANTE

Dieci anni fa un commerciante tunisino in preda all’esasperazione si diede fuoco in segno di protesta contro il regime autoritario di Ben Ali per poter essere ascoltato dalle Autorità. A dieci anni da quella data storica per il Paese, le attuali crisi politiche, economiche e sanitarie hanno indotto la popolazione tunisina a ripetere le gesta di protesta. L’annuncio pubblico da parte del Primo Ministro Mechichi di un lockdown totale per la durata di quattro giorni ha scatenato un’ondata di proteste nel Paese. I manifestanti, convinti di essere stati privati della facoltà di commemorare pubblicamente il decennale della rivoluzione dei gelsomini e di denunciare il dissenso attuale, si sono riversati prima nella strade di Tunisi e poi nelle altre città. Proteste intercettate dalle Autorità con l’uso della forza che hanno dato luogo a scontri veementi e portato all’arresto di oltre 1.400 persone, di cui il 30% composti da minori, e tre morti. Gli interventi delle forze di sicurezza hanno generato una spirale di violenza e alimentato il dissenso e lo scetticismo della popolazione tunisina verso le Istituzioni democratiche.

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Fig. 1- Un supporter del partito Ennhada durante una manifestazione del 27 febbraio 2021

2. UNA STORIA DI SUCCESSO?

La popolarità e il successo della rivoluzione dei gelsomini si sono basati sulla disperazione dei tunisini nei confronti della stagnazione economica cronica e della mancanza di partecipazione nella cosa pubblica. Le proteste erano infatti guidate dall’ideale di poter migliorare la società tunisina attraverso politiche di sviluppo e inclusione nelle Istituzioni dello Stato nordafricano. A distanza di un decennio la rivoluzione tunisina ha sicuramente portato dei miglioramenti, soprattutto nel campo politico, con la formazione di un assemblea parlamentare, partiti politici e una lenta progressione sul campo dei diritti. In un’ottica di democratizzazione del Paese, nonostante questi miglioramenti, la Tunisia non può essere considerata come una storia di successo in termini assoluti, bensì relativi. Rispetto ad altri Stati nella regione, come ad esempio Yemen, Siria, Iraq e Libia, dove la Primavera Araba ha portato solamente a cruenti conflitti intestini, la Tunisia rappresenta un modello “virtuoso”, il quale però deve ancora superare molti problemi sistemici per poter garantire la propria esistenza democratica. Le proteste dei cittadini esprimono la rabbia della delusione della loro esperienza politica degli ultimi anni, che necessita di una svolta per poter percorrere appieno la via della democrazia.

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Fig. 2 – Durante le proteste del 27 febbraio 2021 nella capitale tunisina si è vista anche una partecipazione femminile a sostegno di Ennhada e del premier Hichem Machichi

3. LE PROMESSE NON MANTENUTE

Le Istituzioni tunisine fino ad oggi non sono riuscite a mantenere le promesse della rivoluzione, causando una pericolosa sensazione di tradimento misto a rassegnazione. Analizzando i fattori politici, la polarizzazione unita alla frammentazione dei partiti dell’Assemblea dei cittadini ha causato specialmente negli ultimi mesi una forte paralisi a livello istituzionale. Lo scorso gennaio una ripartizione dei ministeri chiave voluta dal Primo Ministro ha messo in conflitto Mechichi stesso contro il Presidente Saied e il leader di Ennhahda Ghannouici, che dopo settimane di negoziazioni e compromessi ancora non ne sono venuti fuori, il tutto a discapito della popolazione che è travolta dalla diffusione della Covid-19. In merito alle proteste, le promesse non mantenute a detta dei manifestanti sembrano essere la mancata prosperità e l’inesorabile impennata della disoccupazione in seguito all’esplosione della pandemia.
In questo scenario l’Europa resta uno degli interlocutori e sostenitori principali del Governo tunisino e della sua transizione sin dall’inizio della rivoluzione. Attraverso l’European Neighbourhood Instrument il Paese ha ricevuto un’ingente quantità di aiuti al fine di implementare strumenti di good governance e Stato di diritto. Il compito dell’Europa però non dovrebbe fermarsi al sostegno finanziario, ma dovrebbe promuovere il miglioramento della società tunisina attraverso un approccio top-down e bottom-up.

Augusto Sisani

Immagine di copertina: “20110810 Tunisian protesters demand judicial reform | المتظاهرون التونسيون يطالبون بالإصلاح القضائي | Les manifestants tunisiens demandent une réforme de la justice” by Magharebia is licensed under CC BY

Augusto Sisani

Nato ad Assisi nel 1996 da padre italiano e madre neozelandese, sono cresciuto a Perugia e mi sono laureato attraverso un programma di doppia laurea magistrale in Relazioni Internazionali  presso la LUISS Guido Carli e Université Libre de Bruxelles. Durante i miei soggiorni accademici all’estero negli Stati Uniti, Regno Unito e Belgio ho maturato un forte interesse per il Medio Oriente e Nord Africa, con particolare attenzione per la Penisola Arabica e la storia moderna dell’Iran. In aggiunta, sono appassionato del ruolo della NATO nella sicurezza internazionale, avendo participato al ‘International Model NATO 2020’ a Washington D.C.

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