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    Parliamo di sanzioni (1)

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    Di fronte a casi come la rivolta in Siria contro il regime di Bashar Assad, o nei confronti dell’Iran per la mancata piena collaborazione sul suo programma nucleare, la reazione della comunità internazionale è quella di imporre sanzioni. Ma siamo sicuri che abbiano un reale effetto? Forse sarebbe ora di rivedere l’intero approccio e ripensarlo in maniera più appropriata: in tre puntate andiamo ad esaminare i problemi del sistema sanzionatorio internazionale e, infine, a suggerire le possibili alternative

     

    Prima parte NUOVE SANZIONI? – Mesi di rivolta, pressioni diplomatiche e isolamento internazionale non hanno per ora portato alla cessazione della repressione in Siria. Damasco, per quanto stigmatizzata anche dalla Lega Araba, continua a rimanere sulle proprie posizioni, contando sull’effettiva reticenza occidentale ad impiegare la forza (v. Particolarità siriane). Mentre l’ONU discute su nuove sanzioni (con Cina e Russia contrarie) e Lega Araba e Turchia preparano le proprie, possiamo sperare che tali misure convincano Bashar Assad a cedere? Guardando ad altri casi, è facile prevedere di no. Molti analisti, tra i quali il Professor Joshua Landis, autore del famoso blog “Syria Comment”, notano come sia improbabile che il regime cada per queste sanzioni, semplicemente perché nessun leader arabo è mai caduto a causa di esse. Secondo Landis le sanzioni inoltre “distruggono le istituzioni nazionali, decimano la middle-class e degradano la società, come avvenuto in Iraq. Rendono la costruzione di democrazia ancora più difficile una volta che il regime è caduto (in altro modo)”.

     

    FALLIMENTI – Cerchiamo di approfondire questa analisi. Se pensiamo ai paesi che sono soggetti a sanzioni economiche da anni, non ne troveremo nessuno sul procinto di cadere solo per questo motivo. L’Iran è sotto sanzioni dal 1979, eppure il regime degli Ayatollah continua a esistere e controllare il paese, né, secondo l’intelligence internazionale e l’AIEA, appare aver interrotto il suo programma nucleare. La Corea del Nord è sempre più isolata ed economicamente a pezzi, con la popolazione ritenuta alla fame e in condizioni sociali molto difficili, ma ancora governata da Kim Jong Il e sempre aggressiva verso i vicini. I Talebani in Afghanistan hanno ceduto solo dopo l’invasione USA. Myanmar è sempre governata dalla giunta dei generali, mentre a Gaza il blocco e le sanzioni israeliane hanno sì isolato Hamas ma non hanno portato a un cambio di regime (regime change) e la questione della Striscia rimane aperta. La Serbia degli anni ’90 fu sottoposta a pesanti sanzioni economiche in seguito alla sua condotta nella guerra contro la Croazia e in Bosnia-Herzegovina, ma non va dimenticato che Milosevic venne cacciato solo in seguito ai bombardamenti NATO.

     

    ECONOMIE LEGATE – Soffermarsi sugli effetti non basta però per comprendere il problema, meglio dunque vedere il perché. Ci sono infatti due punti da capire. Il primo riguarda la natura dei contatti economici nel mondo attuale. Possiamo chiamarla globalizzazione o semplicemente interconnessione economica, ma la realtà è che al giorno d’oggi esistono pochissimi casi di paesi economicamente completamente isolati (forse solo la Corea del Nord). Le economie dei paesi sono così connesse da non poter più creare sanzioni che colpiscano solo quello bersaglio. In altre parole, ogni stato commercia e fa affari con molti altri, dunque punire un paese in realtà finisce per danneggiare anche tutti gli altri che con quello avevano rapporti. Risultato? Alcune nazioni si oppongono e si rifiutano di aderire alle sanzioni perché non vogliono smettere di fare affari con quello stato e se qualcuno non partecipa, l’effetto delle sanzioni viene mitigato (non commercio col paese X ma posso ancora farlo col paese Y). Inoltre si innesca un meccanismo opposto di scarsa competizione, per il quale le aziende trovano addirittura più conveniente fare affari con paesi sotto sanzioni perché questo garantisce appunto una minor concorrenza, una sorta di mercato esclusivo ove poter operare più liberamente (e spesso con maggiori ricavi, che il governo sotto sanzioni è di solito più disposto a concedere). Questo effetto disincentiva le nazioni e le aziende nel momento in cui il ragionamento di molti manager diventa: “se non lo faccio io tanto lo farebbe qualcun altro, quindi l’effetto è lo stesso, ovvero nullo. Perciò perché devo essere solo io a non guadagnarci?”

     

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    BERSAGLIO MANCATO – Il secondo punto riguarda gli effetti reali su chi è colpito dalle sanzioni. L’economia ne viene ovviamente impattata: meno commercio significa meno beni di uso comune disponibili, con conseguente rialzo dei prezzi ed esplosione del fenomeno del mercato nero. Blocco degli investimenti esteri delle banche implica meno denaro circolante in patria e svalutazione della moneta locale, oltre al rischio di mancato pagamento dei salari. Per embarghi energetici si giunge a un calo della disponibilità di benzina, gasolio per riscaldamento e nei casi più gravi anche elettricità nelle zone provinciali. Tutto ciò va a colpire la popolazione molto prima di chi governa dato che tutte queste commodities rimangono comunque disponibili per il regime semplicemente per la maggiore disponibilità di denaro. In particolare, se è vero che chi è già povero tende a restare povero – anche se molto più di prima – è vero anche che quella che potremmo definire classe media (studenti, artigiani, piccoli imprenditori, commercianti, impiegati, ovvero tutti coloro che davvero fanno tirare avanti il paese) tende a impoverirsi e, in ultimo, a scomparire perché le attività ad essa legate iniziano a chiudere una a una. Nel momento in cui questo avviene in maniera consistente, la popolazione perde ogni controllo sull’economia del paese e dunque anche sulla capacità di influenzare davvero il governo tramite la minaccia di scioperi o proteste ad alto impatto.

     

    E ALTROVE? – Non è un caso infatti che in Iran, dove tale situazione ancora non si è verificata, la maggior paura del governo sia una rivolta dei Bazarij, i commercianti dei bazar, che per numero e capacità economica può davvero mettere in ginocchio il paese come avvenne nel 1979 – quando appoggiarono la rivoluzione khomeinista. Altrettanto emblematico è il caso dell’Egitto di quest’anno, dove la rivolta ebbe il supporto di tutti i ceti popolari, incluso quello medio non piegato da alcuna sanzione e che poté bloccare l’intero paese (portando l’esercito a valutare come fosse meglio appoggiare e guidare la caduta di Mubarak e non il contrario). (Fine prima parte – Nella seconda parte vedremo come reagiscono i regimi alle sanzioni)

     

    Lorenzo Nannetti

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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