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I delicati equilibri diplomatici per gli Stati Uniti nel conflitto arabo-israeliano

In 3 sorsi A seguito delle dichiarazioni di supporto incondizionato all’indomani dell’attacco del 7 ottobre di Hamas contro Israele, gli Stati Uniti stanno ora promuovendo un approccio diplomatico più cauto con gli attori della regione mediorientale per evitare un’escalation del conflitto.

1. LA POSIZIONE USA SINTETIZZATA DALLA VISITA DI BIDEN A ISRAELE

Sono ufficialmente trascorse più di due settimane dal drammatico inasprimento della crisi israelo-palestinese e la situazione continua a evolvere in una tragica escalation di violenza e terrore, accelerando la corsa nel tentativo di evitare una catastrofe umanitaria il cui culmine sembra avvicinarsi pericolosamente.
Gli sforzi diplomatici statunitensi sono testati come non accadeva da decenni, come dimostrato dal tour nella regione del Segretario di Stato Blinken della scorsa settimana e dalla visita in Israele del Presidente Biden del 18 ottobre. Dalle parole di Biden in quest’ultima visita è possibile sintetizzare l’approccio USA nel tentativo di gestire la crisi: scongiurare un allargamento del conflitto nella più estesa area mediorientale.

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Fig. 1 – L’incontro dello scorso 18 ottobre tra il Presidente USA Joe Biden e il Primo Ministro di Israele Benjamin Netanyahu

2. LE RAGIONI DELLA CAUTELA STATUNITENSE

I motivi dietro alla recente e intensa attività diplomatica USA nella regione dipendono da una serie di fattori ugualmente fondamentali per la politica estera e interna oltreoceano.
In primo luogo gli Stati Uniti non possono permettersi un impegno esteso nell’area. La richiesta di Biden di produrre un consistente pacchetto di aiuti (circa $105 miliardi) da indirizzare a Ucraina e Israele perviene a un Paese profondamente diviso, cui si aggiungono le pressioni della campagna elettorale, e a un Congresso sostanzialmente nel caos, conseguentemente suscettibile nei confronti di ulteriori politiche interventiste.
In secondo luogo gli Stati Uniti non vogliono rischiare di perdere terreno di influenza in Medio Oriente, in particolare considerando le conquiste diplomatiche ottenute negli ultimi anni, prima fra tutte il processo di normalizzazione tra Israele e i Paesi Arabi. Gli accordi di Abramo siglati nel 2020 tra Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Israele, sotto la garanzia USA, infatti, avevano aperto a un processo di normalizzazione dei rapporti tra l’alleato statunitense e il Medio Oriente arabo, arrivando fino all’avviamento di una storica distensione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele. La preoccupazione, espressa apertamente da Biden, riguarda la possibilità che un conflitto possa arrestare questo processo, già messo alla prova dai recenti avvenimenti.
Gli equilibri di influenza USA nella regione devono inoltre essere bilanciati con la presenza dell’Iran, con il quale un altrettanto labile processo di riavvicinamento avviato dall’Amministrazione Biden, a seguito del naufragio dell’accordo sul nucleare (JCPOA) sotto la presidenza di Trump, potrebbe essere allo stesso modo a rischio, considerando l’inevitabile posizione anti-israeliana della Repubblica Islamica e i presunti legami con Hamas tramite l’alleato iraniano in Libano Hezbollah.

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Fig. 2 – Il 18 ottobre il Consiglio di Sicurezza ONU ha votato per una Risoluzione volta a raggiungere una sospensione delle ostilità, a cui è andata incontro il veto USA.

3. LE PROSPETTIVE PER UN DIFFICLE MANTENIMENTO DEGLI EQUILIBRI

Lo scacchiere mediorientale sembrerebbe essere in procinto di rovesciarsi, nonostante gli sforzi a stelle e strisce per mantenere una certa stabilità, evitando di coinvolgere l’Iran nella ricerca delle responsabilità per gli attacchi, spingendo per trovare un’alternativa all’invasione da terra e le conseguenti innumerevoli perdite civili, e pur concedendo l’ambiguo margine del diritto all’autodifesa di Israele.
Questo bilanciamento tra interessi economici e strategici, responsabilità internazionale e umanitaria, rispetto delle alleanze deve inoltre continuare a tenere conto di altri importanti attori esterni alla regione, ma coinvolti in prima linea: Russia e Cina. Questi ultimi si stanno promuovendo energicamente come sostenitori della “soluzione a due Stati” e di un categorico cessate il fuoco, come evidenziato dal supporto dato alla Risoluzione votata la scorsa settimana al Consiglio di Sicurezza ONU per una sospensione delle ostilità (bocciata dal veto USA per mancato riferimento al diritto all’autodifesa di Israele).
La Cina in particolare, nell’ottica di mostrarsi come un’alternativa alla presenza statunitense, può far pesare una rilevante ingerenza diplomatica tramite i legami con Iran e Arabia Saudita, dimostrandosi ancora una volta per gli Stati Uniti come l’altra grande sfera di influenza con cui confrontarsi.

Daria Vernon De Mars

Immagine di copertina: “Vice President Joe Biden visit to Israel March 2016” by U.S. Embassy Jerusalem is licensed under CC BY

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Perchè è importante

  • La visita di Biden a Israele evidenzia la volontà USA di contenere il più possibile la crisi ed evitare un escalation estesa.
  • Il rischio di un rovesciamento dei delicati equilibri diplomatici nella regione mediorientale sono fonte di preoccupazione e conseguente cautela nella gestione della questione israelo-palestinese.
  • La necessità di bilanciare esigenze nazionali e interessi geopolitici deve inoltre confrontarsi anche con l’esigenza di non perdere terreno di influenza di fronte ad altri attori coinvolti, quali Russia, Cina e rispettivi alleati.

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