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    Il dilemma turco

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    Ormai isolata dopo anni di politiche estere fallimentari, la Turchia si trova oggi a fronteggiare un dilaniante dilemma politico: anti-Assad, anti-ISIS, anti-curdi, ma costretta necessariamente a favorire qualcuna delle fazioni in lotta. Da che parte si schiera Erdogan?

    L’IMMOBILISMO TURCO – Militari turchi osservano impassibili colonne di fumo levarsi dalla cittadina siriana di Kobani, appena al di là del confine, dove da giorni le Unità di protezione popolare curde (YPG) sono impegnate in sanguinosi scontri per cercare di respingere l’offensiva delle milizie dell’IS. Nonostante il Parlamento di Ankara abbia già autorizzato l’invio dell’esercito in territorio siriano per fronteggiare i jihadisti, i generali non danno segno di voler intervenire. Parrebbe quasi un ritorno a quella politica “zero problemi con i vicini”, teorizzata dall’allora ministro degli Esteri Davutoglu, che faceva dell’equidistanza e del non intervento negli affari interni dei Paesi limitrofi il proprio credo. La realtà è però ben diversa, quella strategia è morta e sepolta tra le sabbie mediorientali, travolta dallo scoppio delle Primavere arabe e dai clamorosi passi falsi compiuti successivamente da Erdogan. Oggi Ankara è prigioniera delle sue stesse indecisioni, incapace di ripensare i propri obiettivi di lungo termine alla luce del turbolento evolvere della situazione in Siria e Iraq. Viene da chiedersi, riprendendo una felice formula, come la Turchia sia passata dal voler avere “zero problemi” al trovarsi con zero amici.

    ANKARA SEMPRE PIÙ ISOLATA – Per riorientarsi nel labirintico ginepraio mesopotamico occorre fare un passo indietro di almeno tre anni. Siamo nel 2011: le rivolte che infiammano il mondo arabo si espandono a macchia d’olio, arrivando a minacciare il regime degli Assad a Damasco. Il dittatore siriano è in quel momento un fidato alleato di Erdogan, coerentemente con quella politica di progressivo riavvicinamento al Medio Oriente che Ankara ha avviato da qualche tempo e che ha permesso di stringere importanti accordi commerciali proprio con Siria e Iraq. Compiendo un errore di valutazione rivelatosi in seguito tragicamente madornale, la leadership turca scommette sulla rapida caduta del regime e, abbandonando la politica non interventista (peraltro inattuabile nel momento in cui lo status quo nell’area veniva messo pesantemente in discussione), si schiera dalla parte dei ribelli. Da lì in avanti, in parte per assecondare le ambizioni neo-ottomane di Erdogan, la diplomazia turca sembra incominciare a brancolare nel buio come i ciechi del famoso quadro di Pieter Bruegel, ponendo il Paese in una posizione di progressivo, pericoloso, isolamento. Ankara rompe con Assad, nei confronti del quale oggi manca dunque di qualsiasi leva che non sia militare. Litiga con Baghdad, poiché stringe legami con la regione autonoma curda-irachena (storicamente più vicina ad Ankara che al PKK) per assicurarsi il petrolio necessario a placare la sua inesauribile sete energetica e cercare una sponda per rilanciare i negoziati con gli uomini di Ocalan. Raffredda quindi i rapporti con l’Iran, sostenitore sia del governo sciita di Baghdad che di Assad, e riesce nel contempo anche a provocare il risentimento di Washington e Bruxelles, complice la brutale repressione delle rivolte di Gezi Park. Nel frattempo l’IS, sostenuto più o meno indirettamente in funzione anti-Assad tramite il passaggio indisturbato di miliziani jihadisti attraverso le frontiere, si rivela incontrollabile e già minaccia di riportare anche Istanbul sotto il Califfato, mentre i negoziati con i curdi, aperti coraggiosamente proprio da Erdogan nel 2013, rischiano di arenarsi inesorabilmente.

    LA SCOMMESSA DI ERDOGAN – La Turchia, priva ormai di alleati nell’area, si trova infatti ora a dover compiere delle dolorose scelte, tutt’altro che strategiche, ma dettate piuttosto dalla “feroce urgenza dell’adesso”. Qual è il nemico più pericoloso: il PKK, Assad, o l’IS? Osservando l’immobilismo turco di fronte ai fuochi di Kobani, parafrasando Kierkegaard, per il quale anche non scegliere si configura come una scelta, sembrerebbe di poter concludere che Ankara continua a ritenere PKK e Assad serpi più velenose dell’IS. Erdogan è comunque immerso in un gioco estremamente pericoloso. La rinnovata crescita di importanza del PKK sullo scacchiere mediorientale, guadagnata grazie ad azioni militari efficaci contro l’IS che si sono meritate addirittura i ringraziamenti di Barzani, presidente del Kurdistan iracheno (come detto piuttosto lontano dalle posizioni del PKK), hanno spaventato la Turchia, convincendola che proseguire i negoziati ora lascerebbe i curdi a contrattare da una posizione troppo forte. La scommessa di Ankara è che l’IS ridimensioni le ambizioni del PKK, infliggendogli qualche sconfitta militare, magari addirittura spezzando definitivamente i sogni di creare una regione curda autonoma in Siria, dove il principale partito, PYD, è considerato praticamente un’estensione del PKK. Le offensive dell’IS garantiscono poi che Assad rimanga sotto costante pressione.

    Erdogan
    Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan

    UN GIOCO PERICOLOSO – Il gioco è pericoloso per almeno due ordini di ragioni. Il primo, evidente, è che i già fragili negoziati rischiano di spegnersi, mentre cresce la rabbia della minoranza curda in Turchia per l’atteggiamento pilatesco tenuto dal Governo. È un rischio che evidentemente Erdogan ha messo in conto, per quanto possa significare il tramonto di uno dei suoi sogni politici più ambiziosi. La seconda ragione, comunque, risulta essere ancora più inquietante. È vero che l’IS non rappresenta, almeno nel breve-medio termine, una minaccia territoriale credibile per un Paese che può vantare uno dei migliori eserciti della regione, integrato peraltro nelle strutture atlantiche. Tuttavia la sua invasiva presenza attorno (e all’interno) dei confini turchi rischia di minare quella stabilità e quel clima di fiducia che circondavano le sorti della penisola anatolica e che tanto bene hanno portato al regime di Erdogan, grazie al fluire di investimenti stranieri che hanno garantito una crescita economica solida e costante, il miglior biglietto da visita con cui presentarsi al Paese prima di un’elezione. Mentre il mondo occidentale sembra ormai considerare l’IS più pericoloso dello stesso Assad, la Turchia si ostina a predicare il contrario. Questo in parte per l’erronea percezione di alcuni segmenti dell’opinione pubblica turca, sunnita come l’IS, che in fondo le rivendicazioni di questi ultimi possano considerarsi legittime, ma soprattutto a causa della paura che ormai i miliziani del Califfato, penetrati in profondità nel territorio turco, possano portare il caos nelle regioni sud-orientali del Paese.

    IL FUTURO DELLA POLITICA ESTERA TURCA – Come uscire da questa impasse? Alcuni commentatori, certamente non disinteressati, già sostengono che l’unica strada disponibile per Erdogan sia quella di riavvicinarsi all’Europa e agli Stati Uniti, certificando il fallimento dei sogni di egemonia sul Medio Oriente. Tuttavia il balletto degli ultimi giorni sull’uso delle basi turche da parte delle forze americane, così come le stesse incomprensioni all’interno della coalizione anti-IS, che Ankara vorrebbe ancora ponesse la caduta di Assad tra gli obiettivi, non sembra testimoniare un ripensamento nella politica estera turca. A ogni modo l’instabilità dell’area potrebbe, come detto, trascinare nel baratro il regime di Erdogan se la fiducia degli investitori venisse meno e la crescita economica si inaridisse. Allo stesso tempo anche l’atteggiamento delle capitali UE nei confronti di Ankara deve necessariamente cambiare se si vuole ridare linfa ai negoziati di adesione. Questo sembra più urgente che mai: lasciare che un Paese importante come la Turchia continui a navigare a vista potrebbe avere conseguenze devastanti per tutti.

    Pietro Eynard

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    Un chicco in più

    Secondo l’Istituto Statistico della Turchia (TUIK), la popolazione che abita nella regione del Kurdistan turco ammonta ad oltre 15 milioni, circa il 20% della popolazione. Ciò tuttavia non significa che tutti gli abitanti della regione siano di etnia curda. In totale, i curdi che vivono tra Turchia, Siria ed Iran sono stimati tra i 35 e i 40 milioni. [/box]

    Pietro Eynard
    Pietro Eynard

    Laureando in relazioni internazionali presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. La passione per il viaggio, nonché la necessità di imparare finalmente a cucinare da solo, mi hanno condotto a vivere diverse esperienze di studio all’estero. Ho trascorso un semestre presso l’Ecole Normale di Lione, uno presso l’Università di Utrecht e ho frequentato corsi alla London School of Economics. Recentemente ho svolto uno stage all’Ambasciata italiana in Georgia, dove mi sono scoperto innamorato della politica post-sovietica in generale e di quella caucasica in particolare.

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    4 Commenti

    1. L’ambizione della Turchia pare essere quella di riuscire nel seguente capolavoro: far massacrare i curdi (i suoi, il PKK) dall’ISIS; poi far liquidare l’ISIS dalla combinazione fra il martello dei bombardamenti della NATO e l’incudine del regime di Assad; infine, trovare il modo di far cadere anche Assad (dopotutto, la guerra era scoppiata proprio per quello) e magari trovare il modo di annettersi ufficiosamente (à la Cipro del Nord, perchè no: la Turchia è del resto maestra da un secolo nel non pagare mai le conseguenze delle proprie azioni come quelle della propria inazione) qualche fettina di territorio siriano, diciamo le rovine di Aleppo e dintorni, purchè adeguatamente ripulite da ogni traccia di curdi, lealisti, tagliagole fanatici e quant’altro.
      Vasto programma, avrebbe detto De Gaulle.

    2. CafeGeopolitico Articolo molto circostanziato ed interessante. Da diffondere e pensarci su per chi si appassiona di politica internazionale

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