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    Parliamo di sanzioni (3)

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 5 min.

    Concludiamo il nostro focus sul tema delle sanzioni internazionali. I regimi mostrano di avere un’alta resistenza alle sanzioni. E’ curioso invece come si continui a fare grande affidamento su di esse sperando possano avere effetti anche a breve termine. In realtà il problema è che le alternative sono o peggiori oppure non più applicabili. Quando si arriva ad applicare sanzioni infatti la situazione è già critica e lunghi tempi per cambiare approccio possono non essere più disponibili

     

    Terza parte CHE FARE? – Nel momento in cui ci accorgiamo che le sanzioni, delineate come lo sono ora, non funzionano, bisogna però anche chiedersi che alternativa esista. Ovviamente esiste il conflitto, che non a caso è risultato essere l’unico sistema capace di operare un regime change laddove siano state implementate sanzioni: Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia. Tuttavia i problemi diplomatici, politici, umanitari e operativi sono indubbi, soprattutto nei casi in cui il conflitto potrebbe non limitarsi al singolo paese ma essere foriero di maggiori instabilità regionali (è proprio il caso di Siria e Iran). Eppure la scelta militare continua ad essere quella di preferenza qualora infine ci si accorga che le sanzioni non hanno avuto effetto. Perché? Il motivo va ricercato probabilmente nel fallimento della diplomazia.

     

    MEGLIO SENZA? – Si potrebbe dire che le sanzioni funzionano solo quando non vengono usate, ovvero quando la semplice minaccia di imporle basta a provocare un cambio di rotta al governo affetto. Questo non deve sorprendere perché se un regime si sente sufficientemente forte da non volersi piegare davanti alla comunità internazionale prima che scattino le sanzioni, probabilmente è perché sa proprio che può sopportarle, almeno per qualche tempo. Inoltre, ammettere di cedere davanti alle sanzioni viene visto come cedere all’intimidazione straniera, cosa che molti regimi, applicando una politica di potenza che si presenta capace di sfidare il mondo, non possono o non vogliono accettare. Al contrario, se quel governo si sente vulnerabile alle sanzioni, probabilmente cederà prima di vedersele comminare.

     

    FORSE E’ GIA’ TARDI – Dunque se l’imposizione di sanzioni è essa stessa l’espressione della capacità di resistenza del paese bersaglio (mi sanzionano perché non ho intenzione di cedere e so che non avrò bisogno di cedere perché ho tutte le contromisure), la guerra diventa poi l’unico esito plausibile per risolvere la questione dopo l’applicazione delle sanzioni. Cosa significa? Significa che una volta arrivati alle sanzioni è già un po’ troppo tardi e che perciò la comunità internazionale lo spazio di manovra dovrebbe trovarlo PRIMA.

     

    DIPLOMAZIA – Le motivazioni per le quali la diplomazia non riesce a trovare tale spazio o arrivare a dei risultati prima dipende molto caso per caso, ma spesso manca la volontà di osservare il problema da più angolazioni e cercando soluzioni non sempre ortodosse. In molti casi questo implica il cercare di capire le motivazioni (non solo politiche, economiche e diplomatiche, ma anche culturali, sociali e psicologiche) dietro a determinate politiche di potenza o posizioni ostili, oppure l’offrire vie d’uscita che non risultino umilianti (quest’ultimo metodo ad esempio fu alla base della liberazione degli ostaggi USA in Iran dopo la rivoluzione del 1979). Spesso la diplomazia occidentale, indipendentemente da quanto giustificate possano essere o meno le sue richieste , si pone in posizione di esigere che l’altra parte accetti le sue condizioni senza offrire sufficienti contropartite, o meglio supponendo (spesso sbagliando) che le contropartite offerte abbiano un valore adeguato. A volte non viene nemmeno offerta la riduzione delle sanzioni. A questo si associ il clima di sfiducia che spesso si viene a creare dopo decenni di contrasti e che a volte rende impossibile una ridefinizione dell’intero processo negoziale: se tu hai cercato di danneggiarmi e ingannarmi in ogni modo fino ad ora, come posso crederti? Creare un nuovo negoziato che porti ad accordi seriamente accettati da tutti gli attori coinvolti diventa così molto più complesso, a volte impossibile.

     

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    TEMPISMO – Il processo diplomatico deve perciò iniziare il prima possibile e puntare a comprendere meglio l’altra parte per trovare punti di contatto subito, prima che la situazione degeneri oltre situazioni difficilmente recuperabili. La situazione attuale invece vede spesso un considerevole spreco di tempo in iniziative diplomatiche non appropriate. Meno tempo disponibile significa meno chance di un accordo in tempi rapidi. Dunque va continuato lo sforzo negoziale sempre e comunque? Le porte non vanno mai chiuse totalmente (almeno per permettere una soluzione davvero last-minute), ma non bisogna però neanche essere ingenui: proprio perché in alcuni casi (come in Iran) la situazione diplomatica appare già molto compromessa e difficilmente revisionabile, il dialogo rischia di diventare un’arma nelle mani di quei regimi che cercano solo di guadagnare sufficiente tempo per raggiungere i propri scopi prima di una risposta più seria. Fu il caso di Milosevic in Serbia durante i massacri in Kosovo ed è il caso di Teheran ora per quanto riguarda il programma nucleare. Perfino lo stesso Bashar Assad ha recentemente affermato di accettare il piano di pace della Lega Araba per poi invece continuare la repressione. In tali casi, lo spazio diplomatico è quasi nullo e per ricrearlo ci vorrebbe tanto tempo, che a questo punto forse manca. Ecco perché l’opzione militare diventa più appetibile.

     

    COMUNQUE SERVONO – Badate, questo non significa che non vada eseguita nessuna sanzione. Come già detto, se si arrivano a considerare sanzioni, la situazione è già compromessa. Inoltre le sanzioni militari sono spesso efficaci davvero a ridurre le capacità belliche dei regimi (anche se non ne eliminano la pericolosità), e quelle personali ed economiche sui patrimoni esteri strettamente legati alla leadership possono comunque, in alcuni casi, ridurre la loro capacità di usare fondi per scopi pericolosi. Ma non bastano e non basteranno, dunque non stupiamoci se nuove sanzioni non risolveranno i dossier diplomatici siriano e iraniano. Rimane importante il supporto di quella parte della società civile che, quando prende coscienza, può determinare essa stessa dall’interno un cambio di rotta o addirittura un regime change. E’ avvenuto in Tunisia ed Egitto, e altrove ha permesso riforme. Ma perché ciò avvenga questa parte di società civile deve esistere ed essere interessata a migliorare la propria condizione e guidare il proprio destino. Può accadere in Iran, mentre in Siria di fatto è già iniziata la guerra civile, fattore che aumenterà quel processo di disgregamento interno della società e delle istituzioni di cui abbiamo parlato in precedenza.

     

    GUARDIAMO LA REALTA’ – Era meglio affrontare diversamente la situazione in passato, perché ora l’alternativa, il BATNA dell’Occidente in questi casi, è poco favorevole: se non si trovano accordi diplomatici (ora compromessi), che alternativa esiste? Le sanzioni appaiono inefficaci, non risolvono il problema ma lo pospongono solo, spesso aggravandolo. Accettare che la situazione evolva da sola vuol dire prepararsi alle conseguenze che questo può comportare (dalla totale repressione della rivolta siriana, all’Iran armato di bomba atomica…). Siamo disposti ad accettarlo? Se sì ci stiamo preparando a tale opzione? La terza alternativa invece è la guerra, prospettiva certo non allettante.

     

    Voi quale scegliereste?

     

    Lorenzo Nannetti

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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