utenti ip tracking
martedì 24 Novembre 2020
More

    Speciale COVID-19

    Stop al virus della disinformazione

    La pandemia ha offerto nuove opportunità ai gruppi criminali? Decisamente tante,...

    Australia, luci e ombre alla fine del tunnel Covid-19

    Analisi - Terzo appuntamento con "Un Caffè agli Antipodi". Melbourne esce...

    Che cosa succede in Finlandia?

    In 3 sorsi – In che modo il Paese scandinavo sta...

    La Cina e il nuovo Piano quinquennale 2021-2025

    In 3 sorsi – Si è conclusa il 29 ottobre scorso...

    Caro grande vecchio partito…

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    E' davvero partita la riscossa repubblicana negli Stati Uniti? Il contesto economico internazionale e la situazione domestica americana rendono sempre più aspro e radicale il confronto politico, in vista delle elezioni del 2012. La presenza di gruppi politici molto attivi porta l'asperità dello scontro ad un livello ancora più elevato, e proprio all’interno del Partito Repubblicano non mancano grandi fratture

    CRESCE LA TENSIONE – Secondo l’economista inglese Robbins, Hitler sarebbe stato il figlioccio dell’inflazione, esplosa durante il periodo tra le due guerre in Germania. Il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America potrebbe essere paradossalmente “figlioccio della disoccupazione”. Infatti il tema più dibattuto a Washington in questi mesi è sicuramente quello della ripartenza dell’economia americana e della conseguente diminuzione di quel 9% della popolazione disoccupata che riempie le agende tanto dei democratici quanto dei repubblicani. Il fatto che in autunno dell'anno prossimo ci siano le elezioni presidenziali non aiuta certo il raggiungimento di un compromesso sulla ricetta da adottare contro una delle più gravi crisi che gli Stati Uniti abbiano mai affrontato. Un test fondamentale, per capire il nuovo corso della politica americana, saranno le elezioni primarie del Partito Repubblicano che avranno inizio il 3 gennaio in Iowa e termineranno con la nomina del candidato ufficiale da contrapporre ad Obama. Al Partito Repubblicano serve sicuramente un uomo forte, ma allo stesso tempo capace di catturare il voto dei democratici scontenti della politica economica obamiana. Dai sondaggi, il favorito sembra rimanere Mitt Romney, governatore del Massachusetts, anche se nulla è ancora deciso, visti i continui colpi di scena che la campagna per le primarie sta riservando.

    NON SOLO PRESIDENZIALI – Esiste però un problema altrettanto importante, ma meno visibile al pubblico. Nell’autunno 2012 si voterà, infatti, per rinnovare un terzo dei seggi in Senato e per diverse poltrone da governatore. Il successo o meno del Grand Old Party, (GOP), il grande vecchio partito repubblicano, passa soprattutto per la conquista dei 4 seggi in più necessari per avere la maggioranza anche in Senato, ed è una partita tutt’altro che chiusa. Nelle elezioni di mid-term del 2010 il Partito Repubblicano riuscì a conquistare la Camera dei Rappresentanti, sei seggi in più al Senato e sei nuovi Governatori. Questa volta sembra però tutto più difficile a causa di tre fenomeni interni, tra loro collegati, che potrebbero ostacolare la corsa del GOP. Il primo fenomeno, rilevato anche da alcune inchieste del Washington Post e del New York Times, riguarda i Political Action Committee (PAC) e coinvolge da vicino anche il Partito Democratico. Negli Stati Uniti esiste una legge federale anti-corruzione, la quale vieta a una persona di fare una donazione per un singolo candidato superiore ai 2500 dollari per elezione. I PAC, al contrario, raccolgono fondi illimitati. Per fare alcuni esempi, il comitato politico di Romney ha già raccolto 12.3 mln di dollari, quello di Rick Perry (altro candidato repubblicano) prevede di raccoglierne 55 milioni e “Priorities USA”, il comitato di Obama, pensa di superare i 100 milioni di dollari di fondi raccolti. Una bella differenza… Chiaramente questo sistema è riprodotto su una scala minore, e perciò meno visibile, anche per i candidati al Senato e alla carica di governatore.

    content_941_2

    TEA PARTY E CLUB FOR GROWTH Altro fenomeno è il movimento del tea party che nell’ultimo anno e mezzo si è ulteriormente rafforzato e meglio organizzato. Basti pensare che il tea party caucus, promosso da Michele Bachmann alla Camera dei Rappresentanti, raccoglie già una sessantina di adesioni tra i parlamentari americani. È un movimento molto attivo sulla scena politica americana, soprattutto durante le primarie per i candidati al Senato tende a spostare non di poco l’ago della bilancia. Il problema per questo movimento nasce dopo aver fatto nominare il proprio candidato poiché, avendo un’idea di Stato e proposte politiche abbastanza radicali, è più difficile trovare consensi tra gli elettori con posizioni moderate. Ciò potrebbe compromettere l’elezione al seggio parlamentare di diversi candidati repubblicani. Molto simile, e in alcuni aspetti collegato, è il fenomeno inerente a gruppi di pressione che ultimamente influenzano l’agenda politica a Washington e dei candidati che si stanno sfidando per un seggio da senatore. Il caso più interessante è quello del Club for Growth, fondato dall’economista Stephen Moore nel 1999 e attualmente presieduto da Chris Chocola. Il Club ha l’obiettivo di promuovere candidati che si attengono strettamente alla sua filosofia. In particolare uno Stato-minimo, la riforma fiscale e la diminuzione della spesa sociale e dello stato federale sono tra le priorità del gruppo. Lo strumento utilizzato, oltre alla raccolta di svariati milioni di dollari, è il temutissimo scorecard. Sostanzialmente si tratta della pubblicazione del profilo dei legislatori americani con tutti i loro voti nelle questioni chiave (riduzione tasse, deregolamentazione, tagli alla spesa), e con l’indice di purezza del loro operato. In base a ciò il club decide se supportare un candidato o addirittura il suo diretto oppositore per estrometterlo dalla corsa alla ri-elezione.

    IL GOP NE FA LE SPESE? – Delle ultime 29 campagne elettorali, per primarie in cui erano coinvolti candidati sostenuti dal Club for Growth, 20 hanno avuto esito positivo, e spesso a farne le spese sono stati senatori repubblicani di lungo corso, colpevoli di non aver raggiunto un punteggio adeguato secondo i criteri del club. Le prossime vittime potrebbero essere il senatore dell’Indiana Richard Lugar e il senatore dello Utah Orrin Hatch, due veterani, e Tommy Thompson, ex governatore del Winsconsin, che ha deciso di correre per un seggio da senatore, osteggiato però dal club. Il rischio evidente, come sottolinea Jennifer Duffy al Financial Times, è avere al posto di questi senatori affidabili e favoriti nel confronto con gli avversari democratici, candidati molto meno esperti e con visioni troppo radicali da poter convincere l’elettorato moderato. La questione è cruciale per il Grand Old Party perché la conquista del Senato è decisiva per riorientare la politica americana, forse, anche più dell’insediamento di un repubblicano alla Casa Bianca.

     

    Davide Colombo redazione@ilcaffegeopolitico.it

    Davide Colombo
    Davide Colombo

    Sono laureato in Relazioni Internazionali con una tesi sulla politica energetica. Ho frequentato un master in Diplomacy. Mi interesso e scrivo soprattutto di Stati Uniti. Le opinioni espresse negli articoli sono personali.

    Articolo precedenteUn nuovo equilibrio geopolitico (2)
    Articolo successivoInstabilità persiana

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite

    LASCIA UN COMMENTO

    Inserisci qui il tuo commento
    Inserisci il tuo nome