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    Assalti alle ambasciate, esplosioni in siti militari e nucleari, rottura di rapporti diplomatici. L’Iran dopo la pubblicazione del rapporto AIEA risulta sempre più isolato e preda di conflitti anche all’interno del suo stesso establishment politico-religioso. Guardiamo i retroscena: mentre la Guida Suprema continua a minare il potere del Presidente per impedirne la rielezione e trasformare il paese in una teocrazia ancora più rigida, il dialogo rischia di essere sacrificato e Israele aumenta la sua campagna sotterranea contro il programma nucleare

     

    MINACCE – L’assalto alle ambasciate è un leit-motiv comune a molti regimi non democratici per cercare di porre pressione o intimidire le diplomazie occidentali. E’ successo in Libia e in Siria, succede ora in Iran. Raramente tali dimostrazioni sono del tutto spontanee e generalmente vengono volute o favorite dai leader locali;ricordiamoci infatti che si tratta di paesi dove le manifestazioni non autorizzate che possano ledere interessi vengono spesso represse con forza e senza rispetto per la popolazione. Altrettanto raramente esse dimostrano di avere successo, in quanto la reazione che si ottiene è piuttosto di maggiore chiusura e ostilità. Così in Iran la manifestazione davanti all’ambasciata britannica appare essere stata opera principalmente di Basiji, con la polizia intervenuta solo dopo la presa in ostaggio di sei membri dell’ambasciata, a rimarcare il tono di minaccia dell’intera azione: “stavolta è finita bene, ma se continuate con la vostra ostilità…” Eppure esistono alcuni temi da approfondire al riguardo.

     

    LOTTA DI POTERE – Innanzi tutto anche questo episodio va a inserirsi all’interno dello scontro Presidente-Guida Suprema del quale abbiamo già parlato in precedenza. Dall’analisi delle dichiarazioni e degli atteggiamenti, pare che Amahdinejad abbia sì autorizzato la protesta, ma non il suo esito violento. Quest’ultimo potrebbe dunque essere stato facilitato dall’Ayatollah Ali Khamenei, nel tentativo di porre ulteriore discredito internazionale sul Presidente. Per quanto tale ipotesi vada ulteriormente verificata, la sfida tra le due massime figure della repubblica islamica continua tra mosse, contromosse e, soprattutto incriminazioni e arresti di esponenti dell’entourage del Presidente. Il risultato è una sempre maggiore instabilità interna che non favorisce il dialogo con l’esterno ma anzi tende a farlo precipitare ulteriormente. Infatti la forte risposta internazionale (chiusura delle sedi diplomatiche britannica e norvegese, minaccia di chiusura di altre tra cui quella italiana, proteste da parte dell’alleato russo), unite alle recenti nuove sanzioni, mostrano come l’intera questione sia stata controproducente proprio nel momento in cui la fiducia nell’Iran è ai minimi e convincono sempre meno la comunità internazionale della possibilità di una soluzione diplomatica a breve termine.

     

    CON CHI PARLARE? – Tutto questo è peggiorato dal secondo tema da analizzare, ovvero un ulteriore interrogativo: nell’attuale situazione di conflitto politico interno, in sede diplomatica qual è il vero interlocutore? Chi, ora, rappresenta davvero l’Iran? Se i negoziati avvengono con esponenti del Presidente, non è detto che qualunque accordo o tentativo di dialogo venga poi ratificato anche dalla leadership religiosa e, anzi, nel clima attuale potrebbe venire annullato proprio per screditare l’avversario interno. Oppure ora sono gli uomini di Khamenei a gestire i rapporti internazionali? In tal caso sono da aspettarsi risposte più intransigenti e maggiori richieste di garanzia del regime. Queste domande non hanno una facile risposta dato il livello di confusione esistente ora, dove le lealtà di tutti vengono messe alla prova; sono però quesiti fondamentali: a livello diplomatico implicano la necessità di operare in maniera diversa e con approcci negoziali differenti a seconda della situazione e, appunto, dell’interlocutore. E’ evidente che qualora non vi sia chiarezza in tal senso, lo sforzo diplomatico internazionale rischi di bloccarsi.

     

    SHADOW WAR – Che la diplomazia comunque venga valutata insufficiente lo dimostrano anche le recenti esplosioni avvenute in Iran. In particolare la base di Bid Kaneh vicino Teheran (dove è morto anche un alto esponente dei Pasdaran) e il sito nucleare di Isfahan (probabilmente l’Uranium Conversion Facility, uno dei luoghi chiave dell’intero programma). Abbiamo già parlato della guerra nascosta tra Iran e Israele/USA/Occidente che mira a sabotare il programma nucleare e missilistico iraniano. Quello che si evince da questi eventi è che il recente rapporto dell’AIEA, i continui blocchi a soluzioni diplomatiche e le ipotesi di ulteriori passi in avanti in tale campo abbiano spinto le agenzie di intelligence (in particolare il Mossad) a intensificare la propria azione. Questo non deve sorprendere perché se la diplomazia si dimostra insufficiente e l’intervento armato viene giudicato troppo rischioso, il sabotaggio rimane l’unico mezzo per cercare di risolvere la situazione in maniera meno scoperta e, come abbiamo scritto noi stessi in passato, l’intensificazione di una tale campagna è necessaria per ottenere effetti che non siano unicamente un breve – e dunque poco utile – ritardo del programma.

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    NON CONTA CHI – E’ davvero stato il Mossad a causare le esplosioni? Forse sì, forse no, ma non è questo il punto che conta. Potrebbero anche essere stati incidenti, ma Israele, pur non confermando niente, non fa nulla per smentire il proprio coinvolgimento e anzi invia continuamente indizi in tal senso. Qual è lo scopo? Creare insicurezza e senso di vulnerabilità nell’apparato militare e scientifico iraniano, instillando la paura che qualunque bersaglio possa essere raggiunto e colpito, fatto questo al quale contribuiscono le spiegazioni spesso parziali e contraddittorie degli stessi media iraniani. In questo modo non importa più che l’azione sia stata davvero un sabotaggio e non un caso, perché rimarrà sempre il dubbio che un qualsiasi incidente abbia in realtà cause esterne, minando il morale e la fiducia degli uomini coinvolti. Inoltre le esplosioni e l’eliminazione mirata di scienziati possono effettivamente danneggiare siti e tecnologie chiave per il programma nucleare, rallentandolo. E’ da prevedere dunque che tali azioni continueranno e si intensificheranno.

     

    SPERANZA PER IL FUTURO – Per quanto drastica possa sembrare tale strada, è comunque meno diretta di un conflitto che coinvolgerebbe poi l’intera regione; inoltre è da considerare che una tale strategia può di rimbalzo favorire una soluzione negoziale. Ogni ritardo, soprattutto se consistente, può contribuire a fornire nuovi spazi per una risoluzione diplomatica poiché sposta più in avanti la data limite oltre la quale l’Iran potrà disporre finalmente di un ordigno nucleare. Una leadership iraniana sfinita dalla propria conflittualità interna e contemporaneamente impossibilitata a trovare una soluzione nucleare al proprio senso di accerchiamento potrebbe (condizionale d’obbligo naturalmente, vista l’attuale chiusura) risultare più malleabile. La domanda però rimane: quale leadership iraniana?

     

    Lorenzo Nannetti

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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