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    Hugo e la corsa all’oro

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    Dopo la decisione di agosto di nazionalizzare l’industria aurifera e le attività estrattive, il primo carico di lingotti d’oro è arrivato a Caracas nella notte di venerdì 25 novembre. La mossa del presidente venezuelano Hugo Chávez ha evidenti implicazioni propagandistiche e simboliche, in vista delle elezioni presidenziali previste per la fine del 2012, ma ha provocato anche importanti ripercussioni sul prezzo internazionale del metallo giallo

    LA NAZIONALIZZAZIONE – Il governo venezuelano stima le proprie riserve aurifere in 18 miliardi di dollari, su un totale di 29: ciononostante, la quasi totalità di queste riserve era conservata in banche estere fin dalla fine degli anni ‘80, quando i governi di Lusinchi e Peréz avevano offerto l’oro come garanzia per ottenere prestiti dal FMI. Ogni anno il Venezuela estrae tra le 5 e le 10 tonnellate di oro in compartecipazione con imprese estrattive estere: fino all’anno scorso il 50% del metallo estratto veniva esportato ed il 50% ceduto alla Banca Centrale Venezuelana. Va detto che lo stesso Chávez, appena un anno fa, aveva alzato la percentuale d’oro esportabile dal 30 al 50%: ciononostante, ad agosto il presidente Chávez aveva annunciato la completa nazionalizzazione dell’industria aurifera ed il rientro delle riserve conservate all’estero. Nonostante non vi siano comunicazioni ufficiali sulla quantità di lingotti arrivati in Venezuela con questo primo carico, alcune fonti parlano di quasi 17.000 lingotti, per un totale di 30 tonnellate d’oro. Lo spostamento ha richiesto l’impiego delle forze armate con blindati e aerei, per garantire la sicurezza di un carico con un valore senza precedenti. VERSO LE ELEZIONI –  Le implicazioni propagandistiche e simboliche di questa decisione sono evidenti. Da un lato Chávez evidenzia ancora una volta come la priorità del suo governo sia quella di restituire sovranità internazionale al Venezuela ed al suo popolo, come dichiarato in molte occasioni. Il presidente ha sottolineato il valore storico di questo atto: la quantità di oro da rimpatriare è notevole, e per la prima volta dai tempi di Pizarro e Cortés la destinazione è il suolo sudamericano, e non quello europeo. Per Chávez, “quell’oro viene da un luogo da cui non sarebbe mai dovuto uscire: la Banca Centrale del Venezuela”. Sono chiare anche la rinnovata critica verso il sistema finanziario internazionale e la sfiducia verso le banche ed i governi esteri e “capitalistici”: in un momento di difficoltà dell’economia mondiale e di grave crisi politica ed economica dei governi europei, Chávez ha annunciato la ferma intenzione di trasferire maggiori riserve verso paesi considerati più sicuri e soprattutto politicamente amici, come Brasile, Cina e Russia. Ovviamente vi sono anche ragioni interne: le risorse aurifere garantiranno maggiori fondi da investire nella spesa pubblica, ma presumibilmente anche nella campagna elettorale verso le presidenziali dell’ottobre 2012. In quest’ottica, il presidente ha sottolineato come proprio i governi della IV Repubblica siano i responsabili dell’affidamento delle riserve venezuelane in mano straniera: considerando che la retorica chavista identifica l’attuale opposizione come diretta discendente dei governi precedenti, appare chiaro come questa mossa abbia evidenti finalità elettorali.

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    LA RISPOSTA DEI MERCATI – L’oro venezuelano era stato depositato principalmente nei forzieri di banche inglesi, statunitensi, canadesi e svizzere: quel che ha provocato una reazione dei mercati e un aumento del prezzo dell’oro già da agosto è il fatto che l’oro non si trovava più fisicamente nelle banche dove era stato depositato. Le banche, infatti, conservano solo una certa parte di riserve aurifere, commerciando l’oro senza spostarlo ogni volta da una banca all’altra, ma semplicemente cambiando voci di registro. Cambia il proprietario, ma la cosa si traduce generalmente in un semplice cambio di cartellino sui lingotti, anche per evitare spostamenti fisici estremamente difficoltosi da un punto di vista logistico. Spesso, poi, le banche centrali cedevano i l’oro a “banche dei lingotti” come JP Morgan, dove era conservata metà dell’oro venezuelano contabilizzato dalla Banca d’Inghilterra.  La stessa JP Morgan, d’altra parte, non sarebbe in grado di soddisfare la richiesta venezuelana mantenendo allo stesso tempo la presenza di uno stock aureo sufficiente nei propri caveaux. Da agosto, quindi, le banche hanno dovuto rivolgersi al mercato per ricomprare lingotti, contribuendo al rialzo dei prezzi. Francesco Gattiglio redazione@ilcaffegeopolitico.net

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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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