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    Negli ultimi anni il Bangladesh ha sviluppato intense relazioni bilaterali con le maggiori potenze asiatiche, cercando nuovi modi per soddisfare le proprie tradizionali esigenze di sviluppo economico e sicurezza nazionale. Da questo punto di vista il Governo Hasina ha stabilito forti legami militari con India e Russia, mentre le aperture finanziarie di Cina e Giappone sembrano promettere risorse significative per la futura crescita economica di Dacca. I rapporti con gli Stati Uniti segnano invece il passo, anche per via delle continue interferenze di Washington sulla politica interna bengalese.

    Rileggi qui la prima parte

    INDIA – Considerate posizione geografica e relazioni storico-culturali, la centralità dell’India nella politica estera del Governo Hasina non sorprende affatto, rappresentando forse la maggiore continuità con i precedenti esecutivi civili e militari di Dacca. Una partnership stretta con New Delhi, soprattutto nel settore sicurezza, è infatti vista da sempre come una delle garanzie essenziali per l’indipendenza dello Stato bengalese ed è stata perseguita con alterne fortune sin dalla guerra contro il Pakistan del 1971, dove l’India è intervenuta direttamente a supporto del movimento nazionalista guidato da Sheikh Mujibur Rahman, padre dell’attuale premier Hasina. Tuttavia i rapporti tra India e Bangladesh non sono mai maturati pienamente, rimanendo instabili e precari sino ai giorni nostri. Il carattere confuso e arbitrario dei confini tra i due Paesi, eredità drammatica della grande Partizione del subcontinente indiano nel 1947, ha dato a vita a feroci schermaglie diplomatiche, mentre la massiccia immigrazione clandestina di lavoratori bengalesi nell’India nord-orientale ha scatenato campagne xenofobe e incoraggiato l’attività di gruppi radicali islamici, soprattutto in Assam e nell’area di Calcutta. Nel 2001 le tensioni sull’immigrazione hanno quasi portato India e Bangladesh sull’orlo del conflitto armato, provocando brevi scontri alla frontiera tra unità militari dei due Paesi.

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    Fig. 2 – Soldati indiani pattugliano il confine con il Bangladesh (giugno 2013)

    Da allora la situazione è però parzialmente migliorata e la vittoria elettorale dell’Awami League nel 2008 ha aperto la possibilità di una maggiore cooperazione militare tra Dacca e Delhi. I servizi di sicurezza dei due Paesi collaborano infatti da tempo contro la minaccia del terrorismo islamico, scambiandosi informazioni e organizzando operazioni congiunte contro gruppi radicali attivi sul confine indo-bengalese. Inoltre, il Governo indiano ha recentemente promesso di fornire equipaggiamento pesante all’Esercito bengalese, inclusi cannoni Bofors, mortai OFB e carri armati Arjun. Le Autorità di Delhi hanno anche accettato di buon grado alcune modifiche dei confini marittimi tra i due Paesi a favore di Dacca, con la speranza di promuovere una maggiore cooperazione navale indo-bengalese nel prossimo futuro. Queste aperture diplomatiche verso il Bangladesh sono dettate dal desiderio indiano di contenere la crescente influenza cinese in Asia meridionale e potrebbero fare da preludio a una solida alleanza difensiva tra i due Paesi, favorita anche dalla crescente interdipendenza delle rispettive economie nazionali. Non a caso il premier indiano Narendra Modi sta spingendo per aprire formali negoziati con Dacca per una risoluzione pacifica sia delle annose questioni di confine che del problema dell’immigrazione clandestina, sfidando l’oltranzismo di molti membri del suo stesso Partito, il Bharatiya Janata Party (BJP).

    Interscambio commerciale tra Cina e Bangladesh (Fonte: thedailystar.net)
    Interscambio commerciale tra Cina e Bangladesh | Fonte: thedailystar.net

    CINA E GIAPPONE – A dispetto di tali sforzi l’India è però in serio svantaggio rispetto alla Cina, che continua a essere uno dei principali partner commerciali e militari del Bangladesh. Pechino resta infatti il maggiore fornitore di prodotti per la Difesa di Dacca, soprattutto nel settore aeronautico, e negli ultimi anni ha anche accresciuto la propria influenza finanziaria sull’economia bengalese, concedendo prestiti sostanziosi alla locale industria tessile e promuovendo ambiziosi progetti infrastrutturali, come il ponte di Padma e la centrale elettrica a carbone di Patuakhali. Grazie all’intenso lavoro diplomatico del ministro delle Finanze Abul Maal Abdul Muhith, il Bangladesh ha anche strappato alla Cina l’importante promessa di ricevere grossi investimenti economici dalla nuova Banca per lo sviluppo fondata dai BRICS lo scorso luglio a Fortaleza. Si tratta di una mossa volta a sbarazzarsi dei tradizionali vincoli finanziari imposti dal Fondo monetario internazionale, giudicati troppo restrittivi dal Governo Hasina, e ad accelerare l’integrazione del Bangladesh con l’area economica dell’Asia orientale. In tal senso Muhith spera anche di incrementare l’interscambio commerciale con la Cina nei prossimi due-tre anni, portandolo oltre la cifra record di 6,7 miliardi di dollari registrata nel 2013.
    Per la Cina, il Bangladesh rappresenta una base d’appoggio importante per l’espansione dei propri interessi strategici nell’Oceano Indiano ed è probabile che Pechino continuerà a investire grosse somme nello sviluppo dell’economia locale, soprattutto nel settore tessile e nella cantieristica navale. Il Governo cinese dovrà però ben guardarsi dalla competizione attiva del Giappone, che negli ultimi tempi ha lanciato una vera e propria offensiva diplomatica verso Dacca, forte anche del favore personale di Hasina e del ministro degli Esteri A.H. Mahmood Ali. La scorsa primavera il Governo giapponese ha varato ben 6 miliardi di dollari di aiuti economici al Bangladesh e, nel corso di una successiva visita a Dacca, il premier Shinzo Abe ha promesso ulteriori investimenti per l’ammodernamento delle infrastrutture locali, specialmente in campo energetico. In cambio Hasina ha accettato di sostenere la candidatura giapponese per un seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per il biennio 2015-2016. Allo stesso tempo le Autorità bengalesi si sono anche impegnate a sostenere la posizione giapponese nei negoziati internazionali sul nucleare nordcoreano, rompendo la propria tradizionale neutralità sull’argomento. Per Tokyo una relazione privilegiata con Dacca rappresenta quindi sia un promettente mercato di sbocco per le proprie esportazioni che un tassello importante della propria strategia diplomatico-militare in Asia orientale.  La sfida con la Cina per avere maggiore influenza sul Bangladesh promette scintille e il Governo Hasina è intenzionato a sfruttare al massimo tale rivalità per raddoppiare la propria crescita economica, svincolandola dai rigidi controlli imposti dalle Istituzioni finanziarie internazionali.

    RUSSIA E STATI UNITI – Ma India, Cina e Giappone non sono le uniche potenze asiatiche interessate a stabilire buone relazioni diplomatiche col Bangladesh. Anche la Russia di Vladimir Putin ha avviato interessanti contatti militari con le Autorità bengalesi, promettendo assistenza tecnica e investimenti significativi per lo sviluppo della flotta sottomarina di Dacca. Nel corso dei prossimi anni Mosca dovrebbe fornire pure nuovi caccia MIG-29 ed elicotteri MI-17 all’Aviazione bengalese, rompendo di fatto il monopolio cinese sulle forniture aeronautiche militari del Bangladesh. Un evento visto con particolare favore dall’India, che si è già offerta di ospitare la manutenzione dei velivoli di fabbricazione russa nelle proprie basi aeree, in virtù del comune utilizzo di caccia MIG da parte dell’Aviazione di New Delhi. Una stretta cooperazione militare fra i tre Paesi è dunque assai probabile nel prossimo futuro e il Governo Hasina non sembra affatto indifferente a tale prospettiva, rafforzata dalla crescente ostilità delle Istituzioni bengalesi verso gli Stati Uniti.

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    Fig. 4 – Visita di Sheikh Hasina a Mosca nel gennaio 2013

    Con Washington, le Autorità di Dacca sono infatti in rotta quasi completa, soprattutto dopo le contestate elezioni dello scorso gennaio, vinte facilmente dall’Awami League grazie al boicottaggio ufficiale dei partiti d’opposizione. L’Amministrazione Obama ha contestato duramente l’esito di tale consultazione elettorale, chiedendo la formazione di un Governo di unità nazionale con il Bangladesh Nationalist Party (BNP) di Khaleda Zia, ma Hasina si è rifiutata di includere esponenti dell’opposizione nel proprio esecutivo, subendo un taglio drastico degli aiuti economici americani come ritorsione. In risposta, Dacca ha appoggiato implicitamente l’annessione russa della Crimea in sede ONU e il ministro delle Finanze Muhith ha criticato apertamente le pressioni indebite di Washington sulla politica interna bengalese, giudicandole un «errore» inaccettabile. Media vicini al Governo hanno iniziato anche una dura campagna pubblica contro l’ambasciatore americano Dan Mozena, accusandolo di intrattenere rapporti illegittimi con il BNP e chiedendone più volte il richiamo in patria.
    L’ostilità di Hasina verso Washington è di vecchia data, risalendo all’assassinio di suo padre Mujibur negli anni Settanta durante un colpo di Stato militare supportato probabilmente dalla CIA, ed è cresciuta notevolmente dopo il 2012, quando la Banca mondiale ha negato al Bangladesh un prestito di 1,2 miliardi di dollari per la costruzione del ponte di Padma, progetto finanziato poi da investitori cinesi. Inoltre, molti membri dell’Awami League sospettano che le attività della Grameen Bank di Muhammad Yunus, premio Nobel per la Pace nel 2006, siano una sorta di cavallo di troia utilizzato dal Governo statunitense per controllare la scena politica bengalese, stabilendo un protettorato informale su un Paese strategico per i futuri assetti geopolitici dell’Oceano Indiano. Da qui la decisione di privilegiare le relazioni con India e Russia a scapito di quelle con l’America, dando vita a un grande gioco diplomatico dalle conseguenze imprevedibili.

    Simone Pelizza

    [box type=”shadow” ] Un chicco in più

    Gli Stati Uniti si sono opposti inizialmente all’indipendenza del Bangladesh nel 1971, privilegiando la stabilità del loro alleato pakistano in Asia meridionale. Inoltre, l’Amministrazione Nixon ha spesso trattato il nuovo Stato bengalese con sufficienza, vedendolo solo come un misero «cesto di pane», per usare la cinica espressione di Henry Kissinger. Nonostante ciò, Washington ha riconosciuto ufficialmente il Bangladesh nell’aprile 1972 e i rapporti tra i due Paesi sono notevolmente migliorati durante la presidenza di Bill Clinton negli anni Novanta. La Marina statunitense ha anche giocato un ruolo chiave nelle operazioni di soccorso alla popolazione bengalese dopo il devastante ciclone Sidr del 2007. [/box]

     

    Simone Pelizza
    Simone Pelizzahttp://independent.academia.edu/simonepelizza

    Piemontese doc, mi sono laureato in Storia all’Università Cattolica di Milano e ho poi proseguito gli studi in Gran Bretagna. Dal 2014 faccio parte de Il Caffè Geopolitico dove mi occupo principalmente di Asia e Russia, aree al centro dei miei interessi da diversi anni.
    Nel tempo libero leggo, bevo caffè (ovviamente) e faccio lunghe passeggiate. Sogno di andare in Giappone e spero di realizzare presto tale proposito. Nel frattempo ho avuto modo di conoscere e apprezzare la Cina, che ho visitato recentemente per lavoro.

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