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    Educare per crescere

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    Il Cile è il Paese sudamericano più dinamico in questo momento, ancor di più del Brasile di cui tanto si parla. L'economia viaggia a gonfie vele agevolata da un sistema efficiente. I problemi, tuttavia, non mancano: il 2011 è stato caratterizzato dalle proteste degli studenti che chiedono una riforma del sistema universitario. Atenei quasi esclusivamente privati, rette troppo alte e livello educativo generalmente basso impediscono al Cile di compiere il passo decisivo verso lo sviluppo sociale ed economico

    CILE, NUOVA STELLA SUDAMERICANA – Dalle nostre parti si parla ancora relativamente poco di America Latina. Eppure, si tratta di una regione ricca di realtà in grande crescita e fermento, non solo dal punto di vista economico ma anche sociale. Se il Brasile ricopre la parte del leone sui principali organi di informazione – e non potrebbe essere altrimenti visti i suoi duecento milioni di abitanti – non va però sottovalutata una realtà estremamente interessante come il Cile, che può essere considerato il Paese più dinamico della regione sudamericana. A vent’anni dalla fine della dittatura militare di Augusto Pinochet, si può dire che il Cile abbia intrapreso in maniera netta e definitiva il sentiero della democrazia. Da quasi due anni il Palazzo della Moneda (sede del Governo nella capitale Santiago) è occupato da Sebastián Piñera, primo esponente del centrodestra ad essere eletto dopo vent’anni al potere della Concertación, la coalizione di centrosinistra che ha avuto in Michelle Bachelet la prima presidente donna della storia del Paese. Piñera è un imprenditore prestato alla politica, e per questo è stato un po’frettolosamente definito il “Berlusconi cileno”; accompagnato da un buon sostegno popolare, tuttavia nei suoi primi due anni di Governo ha dovuto affrontare diverse emergenze che ne hanno ostacolato l’azione.

    L'EMERGENZA EDUCATIVA – Dopo aver dovuto fronteggiare l’emergenza provocata dal terribile terremoto avvenuto a fine gennaio 2010, anche il 2011 è stato un anno travagliato per il Cile dal punto di vista delle agitazioni sociali. A partire dalla primavera, infatti, Santiago e le altre principali città del Paese andino sono state lo scenario di una lunghissima serie di manifestazioni di protesta tenute dagli studenti universitari e delle scuole superiori. I giovani chiedono una riforma radicale del sistema educativo cileno, che per quanto riguarda i livelli di istruzione secondaria e universitaria prevede rette particolarmente elevate: le università migliori sono quasi tutte private e molte di esse agiscono come società con fini di lucro (sebbene sia vietato dalla legge), perciò molte famiglie meno abbienti sono costrette ad indebitarsi per far studiare i propri figli. Le cifre dell’OCSE, di cui il Cile fa parte da pochi anni, affermano che il 40% della spesa per l’istruzione ricade sulle famiglie (la cifra più alta fra i Paesi membri dell’organizzazione), mentre la spesa statale per l’educazione superiore copre appena il 15% dei costi. I disordini hanno portato all’occupazione di scuole e università, provocando l’arresto di oltre 1800 manifestanti e al ferimento di cinquecento poliziotti. Il Presidente Piñera ha cercato in un primo momento di screditare la protesta derubricandola ad un problema di ordine pubblico, ma in un secondo tempo ha dovuto concedere qualche apertura al movimento studentesco, guidato da Giorgio Jackson, presidente della Federazione studentesca dell’università cattolica del Cile, e da Camila Vallejo, presidente della Federazione studentesca dell’università del Cile. Il Governo ha promesso un’estensione delle borse di studio ai ragazzi meno abbienti e delle misure per ottenere prestiti d’onore a tassi più agevolati. Troppo poco secondo gli studenti, che chiedono invece una riforma radicale del sistema. Le difficoltà accusate dall’esecutivo nel gestire la questione sono testimoniate dalla girandola che si è verificata al Ministero dell’Istruzione. Felipe Bulnes, che a luglio aveva preso il posto di Joaquín Lavín, ha infatti presentato le dimissioni il 29 dicembre, e al suo posto il Presidente Piñera ha nominato Harald Beyer. Quest’ultimo, economista di formazione ma esperto di istruzione (fu consigliere del precedente Governo di centrosinistra), ha subito annunciato che dialogherà maggiormente con gli studenti e che si occuperà delle questioni rimaste sul tappeto. I gruppi più estremi della protesta giovanile lo hanno tuttavia criticato per le sue idee “neo-liberali”. La polemica scoppiata qualche giorno fa in merito alla scelta di “ammorbidire” i testi dei sussidiari scolastici definendo il periodo pinochettista solo come un “regime militare” e non come una “dittatura” sembra la “cliegina sulla torta” di una situazione che è ancora lontana dal trovare una soluzione condivisa e soddisfacente.

    RIFORMARE L'EDUCAZIONE PER AIUTARE LO SVILUPPO – Tralasciando le polemiche politiche, il problema dell’educazione è un tema effettivamente cruciale per il futuro del Cile, che è diventato il Paese dell’America Latina con il livello di benessere e di sviluppo umano più elevati. Una riforma dell’istruzione, che fu già tentata senza successo dal precedente Governo guidato da Michelle Bachelet, dovrebbe essere una priorità dell’agenda politica per almeno due motivi. Innanzitutto, a livello sociale, un sistema educativo più aperto ed egualitario consentirebbe al Cile il completamento del percorso intrapreso vent’anni fa verso una democrazia efficiente e partecipativa, capace di includere tutte le fasce della popolazione e di contribuire a colmare il divario ancora presente nel livello di distribuzione della ricchezza. Inoltre, tale riforma andrebbe a vantaggio anche dello sviluppo economico del Paese. Il Cile è l’economia più dinamica del Sudamerica, ma il livello dell’istruzione è ancora qualitativamente basso rispetto agli altri Paesi OCSE. La scuola, dunque, come motore di sviluppo sociale ed economico.

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    L'ECONOMIA VOLA – dispetto delle tensioni sociali, che possono però essere anche giudicate positivamente, sintomo di una democrazia partecipativa dove anche l’opinione pubblica può giocare un ruolo importante (a differenza per esempio dell’Argentina), l’economia cilena sta viaggiando a gonfie vele. Il Prodotto Interno Lordo del 2011 è cresciuto circa del 6,5% e i fondamentali macroeconomici denotano uno stato di salute invidiabile: basti pensare che il debito pubblico costituisce appena il 9% del PIL. Numeri impensabili alle nostre latitudini. I motivi di questo successo vanno ricercati abbastanza indietro nel tempo, a partire dagli anni ’80, quando il regime di Pinochet, seppur brutale e repressivo, intraprese importanti riforme in senso economico che hanno fornito la base per lo sviluppo costante di questi ultimi vent’anni. Il Cile possiede oggi un sistema economico diversificato e non più dipendente in maniera pressoché esclusiva dall’esportazione delle materie prime come il rame, di cui è uno dei principali produttori mondiali. In questo modo la nazione andina è riuscita a sfuggire al fenomeno conosciuto come “maledizione delle risorse”, per il quale molti Paesi latinoamericani eccezionalmente dotati di materie prime non sono riusciti ad intraprendere un percorso stabile e duraturo di crescita economico. Bassa corruzione ed efficienza burocratica contribuiscono a creare il clima ideale per lo sviluppo e l’attrazione di investimenti dall’estero. Il dinamismo del Cile (che da pochi anni è entrato a far parte dell’OCSE) va ricercato anche sul piano internazionale. La politica estera di Santiago è infatti svincolata dal resto dei Paesi sudamericani, che nel corso degli ultimi anni hanno dato vita ad una serie di organismi regionali poco utili a promuovere un’effettiva integrazione politica ed economica, ed è volta a stabilire numerosi accordi bilaterali con Paesi di tutto il mondo per favorire il libero commercio. In particolare il Cile, anche in virtù della propria posizione geografica (schiacciato al di là delle Ande sulle rive dell’Oceano Pacifico), guarda alla sponda asiatica dell’oceano sottoscrivendo accordi per scambi ed investimenti con Paesi come la Cina.

    CONCLUSIONI – Il governo Piñera è atteso da una sfida decisiva nei prossimi anni. Se sarà in grado di fornire una risposta in termini di una maggiore inclusione ed uguaglianza (è ancora elevata infatti la sperequazione nella distribuzione della ricchezza), così come nel senso di un’istruzione più libera e di maggiore qualità, allora il Cile riuscirà a non essere più considerato un Paese in via di sviluppo.

    Davide Tentori redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Davide Tentori
    Davide Tentori

    Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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