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    Lotta per la sopravvivenza

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    Puoi leggerlo in 5 min.

    Il Giro del Mondo in 30 Caffè 2012 – Ormai i contrasti Iran-Occidente vengono registrati continuamente e le analisi si susseguono a ritmo incalzante. Noi abbiamo osservato l’intera questione già una volta da parte iraniana e vogliamo ripetere l’esperienza oggi per capire come le mille sfaccettature del problema siano parte di un unico discorso che può essere riassunto con un solo concetto: sopravvivenza. E in particolare: sopravvivenza del regime

     

    ORIGINI – La nostra analisi parte necessariamente dalle minacce esterne, ovvero dalla generale ostilità degli attori internazionali verso gli Ayatollah. L’Iran è una nazione sciita immersa in un mare sunnita e dunque da secoli avvolta in una mentalità d’assedio; in più, la rivoluzione del 1979 ha portato a una crescente ostilità verso gli Stati Uniti – rei anch’essi di avere avuto un approccio intollerante fin dai primi giorni, contribuendo a un clima di sfiducia reciproca che si è trascinato fino a ora. Così per la leadership di Teheran l’esterno è un mondo che sostanzialmente non fa altro che pianificare la caduta del regime per sostituirlo. Come si risponde a una tale minaccia? In due modi: innanzi tutto costruendo agganci con quelle nazioni che ancora non hanno ostracizzato il paese (per motivi politici o economici). Secondariamente è necessario tutelarsi militarmente, costruendosi un’aura di deterrenza.

     

    NUCLEARE – Questo ci porta al perseguimento del programma nucleare. Oltre ai risvolti economici ed energetici dell’affare (l’Iran ha bisogno di energia a basso costo perché la sua industria petrolifera e di gas naturale è inadeguata) la possibilità di arrivare a costruire una bomba atomica costituisce per i leader iraniani il maggior deterrente oggi esistente. Nella realtà, come spesso succede, le percezioni non sono però sempre corrette e possono portare a errori di valutazione gravi: così proprio il programma nucleare è in realtà diventato il maggior stimolo per le potenze estere per disarmare e possibilmente anche operare un cambio di regime (regime change), soluzione ormai considerata dalla rivista americana Foreign Affairs come l’unica che possa rivelarsi duratura. Infatti mentre un arsenale nucleare può sicuramente contribuire a evitare una guerra convenzionale – ma come insegna la storia, a prezzo di rischi enormi sul piano della sicurezza internazionale – certamente non fermerà i tentativi esterni di portare il paese a un cambiamento. In più l’Iran ora non possiede ancora la bomba atomica e teme una campagna di bombardamento sui propri siti nucleari e sulle installazioni militari, attacco che anche nella migliore delle ipotesi causerebbe gravi danni. Dunque il concetto di sopravvivenza ora si applica anche a quella del programma nucleare, che per l’Iran come abbiamo visto è vitale, e delle sue forze di sicurezza che proteggono il regime, i Pasdaran.

     

    HORMUZ – Come garantire perciò quest’altra sopravvivenza? Cercando un altro elemento di deterrenza: lo stretto di Hormuz. La sua importanza viene descritta quasi quotidianamente dai media, ma quelle che vanno osservate sono le dinamiche in corso. E’ un gioco sottile dove il non detto e il non fatto hanno molta più importanza di ciò che viene davvero detto e fatto: bisogna infatti capire cosa c’è dietro, perché ogni messaggio ha due interlocutori: l’esterno del paese, ovvero gli avversari, e l’interno, ovvero la propria opinione pubblica. L’Iran sa bene che bloccare per davvero lo stretto in assenza di dichiarazione di guerra equivale a un casus belli che l’intera comunità internazionale condannerebbe e che nemmeno i suoi alleati russi e cinesi potrebbero accettare. Rimane quindi una mossa da paventare più che mettere in pratica, anche perché è un’arma “a colpo singolo”, in quanto le forze iraniane potrebbero sì bloccare o ridurre il passaggio di greggio dallo stretto, ma per farlo dovrebbero impegnare gran parte delle proprie forze navali e missilistiche costiere, che verrebbero poi rapidamente eliminate dalla risposta occidentale.

     

    RISCHI – Meglio allora soltanto eseguire delle manovre, che pur non cruente hanno avuto lo stesso effetto: per una giornata intera il traffico di navi civili è calato sensibilmente per paura di incidenti… e questo ci fa capire che forse il vero problema non è un blocco attivo (appunto difficilmente sostenibile per più di 1-2 giorni) ma la paura che causerebbe negli armatori e nei proprietari delle navi petroliere e che costringerebbe una numero considerevole di vascelli militari a impegnarsi in una close escort, una scorta ravvicinata per garantire il passaggio indenne. Tutto questo in aggiunta a un probabile aumento del prezzo del greggio che però verrebbe calmierato dall’uso di canali alternativi e dall’impiego delle riserve strategiche nazionali, che ricordiamo sono ai massimi livelli da un paio di anni. Del resto nemmeno l’Iran può essere felice di un’eventuale chiusura in quanto nonostante le sue riserve la capacità di raffinazione è molto ridotta e il paese deve importare gran parte del carburante per veicoli. Pertanto fare la voce grossa e minacciare è al momento l’opzione più sicura, anche perché è necessaria per conservare un’altra sopravvivenza, quella interna.

     

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    SITUAZIONE INTERNA – Il cosiddetto movimento “verde”, che aveva animato la rivolta anti-Ahmadinejad nel 2009-2010, è ormai senza forza dopo gli arresti di molti leader e la repressione delle manifestazioni di piazza. Il motivo risiede anche nel fatto che buona parte della popolazione rurale e dei Bazarji non ha partecipato alle rivolte; il regime però, per evitare che la protesta si estenda anche a queste categorie, deve mantenere un’immagine di grande forza. Dunque accanto alla repressione delle forze di sicurezza va abbinata una propaganda che mantenga la pretesa di poter affrontare da pari a pari le grandi potenze. Altrimenti, è il ragionamento di fondo, risposte deboli porterebbero la popolazione a riprendere la via delle proteste. Già le ultime sanzioni e l’inflazione galoppante stanno minando il morale della popolazione e le proteste aumentano.

     

    LINEARE NO? – Tutte queste cose sembrano complicate, ma hanno invece una importante linearità: per sopravvivere all’accerchiamento (vero o presunto) internazionale l’Iran deve raggiungere la tecnologia nucleare, che a sua volta è a rischio e quindi deve proteggerla tramite minacce di altro genere, come quelle riguardo allo stretto di Hormuz. Per questo motivo le potenze occidentali sono obbligate a rispondere con altre minacce e a sua volta l’Iran non può lasciarle cadere perché significherebbe perdere la faccia con la propria opinione pubblica interna e rischiare dunque la propria sopravvivenza interna. Da qui la necessità di rispondere con altre minacce alzando ulteriormente i toni: l’annuncio di nuove esercitazioni e nuovi armamenti schierati. E’ chiaro che una spirale di questo genere, se viene proseguita, può arrivare soltanto allo scontro nel momento in cui, a forza di rialzi, uno dei due contendenti arriva infine, consapevolmente o meno, ad attraversare una linea (tramite un’azione particolarmente aggressiva) alla quale l’altro può rispondere solo con un intervento armato. Un errore di valutazione su cosa l’altro consideri vitale può risultare fatale.

     

    STEMPERIAMO GLI ANIMI – In quest’ottica vanno visti due eventi: uno è stata una dichiarazione di un alto comandante dei Pasdaran che ha espresso come l’Iran non abbia davvero l’intenzione di chiudere lo stretto. L’altra è stata la decisione USA di non far attraversare lo stretto alla portaerei americana USS John C. Stennis e la lettera diretta rivolta al governo iraniano tramite la Svizzera. Nessuno di questi gesti va visto come causati da paura dell’altro, ma dal timore che, appunto, l’escalation giunga a livelli inaccettabili. In particolare gli USA qui possono permettersi di essere parzialmente più flessibili in quanto la loro opinione pubblica è più interessata alla situazione globale e non alle singole provocazioni, mentre Teheran potrebbe vedersi costretta a rispondere a ogni gesto avendo molto meno spazio in tal senso. Non solo: l’avanzamento del programma nucleare è comunque una provocazione al quale l’Occidente (e Israele) prima o poi potrebbe decidere di rispondere, mentre la lotta interna alla repubblica islamica tra Ahmadinejad e Khamenei (anche qui una questione di sopravvivenza del regime nella sua forma più religiosa rispetto all’avanzata di tendenze dittatoriali basate più sull’economia) rischia di aggiungere un’altra incognita: e se una delle due fazioni iraniane cercasse di screditare l’altra facendo precipitare il conflitto o creando un incidente ad hoc? A volte l’istinto di sopravvivenza porta a compiere gesti imprevedibili.

     

    Lorenzo Nannetti

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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