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    Il Giro del Mondo in 30 Caffè – L’Europa sta affrontando un periodo di profonda crisi. Le problematiche di carattere economico-finanziario affrontate durante il 2011 (e non ancora risolte) non solo hanno dimostrato che l’Eurozona, sotto il profilo della credibilità internazionale, soffre di pesanti debolezze; quanto piuttosto hanno messo a nudo l’esilità dello “scheletro” istituzionale, sociale e culturale, lo stesso che dovrebbe sostenere l’enorme macchina politica che chiamiamo Unione Europea. E’ questo il segno di un esperimento ambizioso giunto al capolinea? Oppure l’Europa (unita) ha ancora la forza per ritornare a giocare un ruolo essenziale nel panorama internazionale?

     

    25 MARZO 1957 – Sono passati ormai 55 anni da quel giorno. Giorno in cui sei degli attuali paesi membri dell’Unione Europea diedero vita all’ambizioso (nonché innovativo) progetto di una comunità economico-politica che potesse essere il fondamento di un regime di cooperazione permanente tra gli Stati del centro Europa. Dopo secoli di atroci conflitti e rivalità, finalmente il vecchio continente, non senza qualche indecisione, si trovava a gettare le basi per una coesistenza pacifica (sotto il profilo della sicurezza) e mutualmente proficua (dal punto di vista commerciale). Nell’arco di mezzo secolo, l’influenza di questa istituzione transnazionale è andata estendendosi a macchia d’olio da occidente verso oriente, inglobando anche molte di quelle repubbliche che, poco alla volta, uscivano dalla sfera d’influenza dell’Unione Sovietica ormai in declino, trascinate dall’appeal della democrazia rappresentativa e del libero mercato. Con l’allargamento a 27 paesi membri, un unione monetaria (UEM) che ha coinvolto 17 paesi e oltre 320 milioni di cittadini europei, e un sistema giuridico comune in pieno sviluppo, il grande progetto della UE sembrava procedere, sebbene lentamente e con qualche difficoltà, nella giusta direzione.

     

    UNA MACCHINA INCOMPLETA – Nonostante le proiezioni degli analisti mostrassero già da tempo come l’Europa, nel medio e lungo periodo, avrebbe potuto risentire di problemi legati all’invecchiamento progressivo della sua popolazione, alla forte concorrenza di economie in pieno sviluppo e alla sempre crescente domanda di energia, nessuno pensava che nel giro di quattro anni, dallo scoppio della “bolla” immobiliare americana (e la successiva contaminazione dei crediti in occidente), l’economia e la stabilità dell’Eurozona sarebbero state ad un passo dal cedere. Nessuno immaginava che la paura generata dal serio rischio di default di paesi europei fortemente indebitati (e con una bassa crescita) avrebbe prodotto un effetto domino tanto devastante sulle piazze finanziarie internazionali. Nessuno ipotizzava un declino tanto repentino. Non avremmo mai creduto che nell’arco di soli quattro anni avremmo sviluppato un così profondo senso di sfiducia verso le istituzioni comunitarie fino al punto di credere (come molti hanno ipotizzato) che saremmo stati meglio mantenendo il vecchio sistema di valute differenti e tassi di cambio variabili. Eppure il 2012 si apre proprio all’insegna di questa sfiducia. La diffidenza in un processo, come lo definisce il  direttore di “Limes” Lucio Caracciolo, “a tempo indeterminato e geografia imprecisata, noto come integrazione europea. Un work in progress scaduto a work in regression”. Uno stato d’animo che non è più prerogativa solo dei cittadini ma che ormai sembra aver preso il sopravvento anche nelle istituzioni. Il rianimarsi di sentimenti nazionalisti e  anti-europeisti – dal Belgio all’Ungheria di Viktor Orbán  – è solo uno dei segnali che dimostrano come l’obiettivo di realizzare uno spazio europeo forte (e unito) si stia man mano allontanando da una prospettiva possibile. Nel frattempo, le previsioni per i prossimi mesi non lasciano trapelare nulla di buono: stagnazione dei consumi, recessione e disoccupazione diffusa sono diventate il cliché degli analisti. Può l’Europa reggere l’impatto di una crisi economico-finanziaria così duratura? Gli stati membri percepiscono ancora il meccanismo della UE come vantaggioso, o hanno cominciato a considerarlo superfluo? Quanto davvero sarebbe sensato tornare ad un’Europa di stati nazione? In breve, l’Unione Europea è a rischio di crollo?

     

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    UN LEGAME INDIVISIBILE – Sebbene le previsioni, come abbiamo visto, non siano delle più rosee, la possibilità che il 2012 ci riservi la sorpresa di vedere il definitivo affondamento della UE o l’abolizione della moneta unica, rimane molto bassa. In primis, la dissoluzione di questo organismo porterebbe caos politico (nonché economico) in un contesto nel quale la priorità è ripristinare la stabilità. I rischi sarebbero altissimi: non dimentichiamo che tra le cause concorrenti dello scoppio del secondo conflitto globale c’era proprio la questione legata ai tassi di cambio della moneta “fluttuanti”. Ancora più importante poi, è l’aspetto legato al ruolo genuinamente geopolitico che l’Europa gioca oggi nel sistema internazionale. La sua ipotizzata dissoluzione non solo acuirebbe le possibilità di destabilizzazione in scenari quali i Balcani o il Caucaso (legati sempre più all’influenza di Bruxelles) ma potrebbe addirittura far cessare quel fenomeno di “emulazione democratica” al quale si sono ispirati molti dei movimenti che hanno scosso il Maghreb nello scorso anno. In questo senso, la revisione dei Trattati in discussione durante questi giorni (peraltro molto contestata) è la prova che le istituzioni stanno cercando di posticipare  l’imposizione delle regole più rigide per gli stati (soprattutto in materia di deficit) in modo da assicurare “la tenuta” del sistema. Infine, è bene ricordare che la maggior parte dei paesi membri dell’Unione, nonostante siano economie “che contano”, non hanno la capacità di imporsi singolarmente sul mercato globale, e questa realtà è ben nota a Bruxelles. La stessa Germania (che conserva un attivo esorbitante in esportazioni e rimane la prima economia d’Europa) sarebbe fortemente penalizzata dalla caduta del mercato comune europeo (o dalla reintroduzione del Marco tedesco) visto che cinque dei suoi sei maggiori partner commerciali sono proprio stati del vecchio continente. Ciò che risulta ancora problematico però, resta la scarsa volontà ad intraprendere misure condivise di coordinamento politico e, in particolar modo per quanto concerne la sicurezza comune. Il congenito problema dell’Unione non cessa di esistere, nemmeno in momenti di profonda crisi collettiva. La difficoltà a sentirsi parte di una comunità unica, l’incapacità di agire in maniera coordinata e coerente (anche quando lo richiedono situazioni di massima urgenza) rimangono la radice del problema e, allo stesso tempo, la peggiore delle conseguenze. Resta da sperare (almeno sotto il profilo dell’integrazione) che le fatiche che attendono l’Unione favoriscano, per ciò che sarà possibile, una sempre maggiore collaborazione tra le parti. L’Europa potrà superare la crisi solo attraverso l’unità e, se così sarà, forse domani saremo testimoni della nascita di un organismo più efficiente e più credibile, in grado davvero di interpretare il ruolo che l’eredità europea (alla base della cultura politica dell’Unione) gli conferisce.

     

    Paolo Iancale

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Redazione
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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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