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martedì 27 Ottobre 2020
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    America Latina, un anno vissuto pericolosamente (II)

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    Concludiamo il nostro viaggio in America Latina con due Paesi che hanno dominato la scena nel 2014: Brasile e Cuba. Il primo per aver ospitato i Mondiali di calcio e per le elezioni Presidenziali che hanno riconfermato al timone Dilma Rousseff, il secondo per l’annuncio storico del “disgelo” con gli USA

    Seconda parte

    L’INCOGNITA BRASILE – Lo stillicidio del doppio turno nel corso delle elezioni presidenziali brasiliane 2014, iniziato il 5 ottobre, e terminato il 28, ha infine visto il successore dell’ex-presidente Lula, Dilma Rousseff, vincere al fotofinish, dopo una campagna elettorale tutt’altro che brillante. Per sua fortuna, Lula è sceso in campo nei minuti di recupero, e il suo carisma, unito ai voti degli indecisi che si erano astenuti al primo turno, ha garantito alla sua pupilla quei tre milioni di voti extra, sufficienti a portare a casa il “gol” della vittoria. Un’inezia, su una popolazione che sfiora i 200 milioni. Una vittoria di Pirro, però; il PSDB dello sconfitto Aécio Neves, ha già annunciato che farà ostruzione continua in Parlamento, potendo contare su una opposizione che rappresenta oggi quasi la metà del Paese. Nel trasformismo brasiliano, che ha visto icone del conservatorismo classico assurgere al ruolo di riformisti, tutto è possibile; sta di fatto che i fasti collettivi, conseguenza della forte crescita negli anni del Lulismo migliore, sono finiti; non è un caso se nel corso del primo mandato Rousseff, dal 2010 al 2014, la crescita sia diminuita. Le cause vanno ricercate nella competizione perdente con la Cina riguardo l’export manufatturiero, per i prezzi di produzione piú bassi  che il gigante di Pechino può sostenere, e tra gli scandali che hanno costellato il PT (Partido dos Trabalhadores) culminati con quello della PetroBras, il Moloch che monopolizza l’estrazione nazionale del petrolio, sul quale molti piccoli risparmiatori avevano investito. Ne è conseguenza il ritorno alle disuguaglianze che ha separato per decenni la popolazione, con quel 20% rappresentato da imprenditori rampanti, immobiliaristi e politici, in prevalenza di razza bianca, sul podio più alto della scala sociale, e tutti gli altri, classe media indebitata fino al collo e proletariato delle favelas, distaccati nei gradini inferiori. Una tendenza che si era attenuata durante i due mandati di Lula, permettendo al ceto medio di emergere, e alla working class di vivere in maniera più degna, grazie all’indipendenza energetica e all’accesso generalizzato ai consumi, consentito da un costo della vita ragionevole. Negli ultimi anni i prezzi dei beni primari sono raddoppiati, e il livello dell’assistenza sanitaria pubblica e istruzione di Stato scaduto, lasciando campo aperto a quel liberismo economico delle finanziarie, che hanno privatizzato ospedali, scuole e trasporti, allargando la forbice del potere d’acquisto e contraendo i consumi medi. La ciliegina sulla torta è costituita da un razzismo strutturale, che relega afro-brasiliani, indios, e meticci al livello di paria urbani, sui quali certi settori della  infieriscono con frequenza , macchiandosi a volte di omicidi basati sul colore della pelle (dei 2000 omicidi commessi mediamente dalle forze dell’ordine negli ultimi anni, 1500 sono neri). Il Paese attende una boccata d’ossigeno dalle Olimpiadi 2016, ma dovrebbe prima emanciparsi da questo sistema a caste, foriero di rivolte sociali.

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    Obama, Rousseff, Castro: protagonisti di nuove relazioni tra gli USA e l’America Latina?

    DISGELO POST – MORTEM? – Se la tanto attesa ripresa dei rapporti Cuba-Stati Uniti darà seguito a cambiamenti sostanziali nelle relazioni bilaterali, lo sapremo presto; la prova del nove è quel Congresso che troppe volte, nel corso dei due mandati di Obama, ha cercato di sabotare riforme strutturali, come l’Obamacare che mira ad estendere a tutti i cittadini statunitensi l’assistenza sanitaria. I due leader stanno beneficiando di un ritorno, in termini d’immagine, storico. Il fratello di Fidel, Raúl, può giustamente rivendicare, dopo aver allentato i vincoli dello statalismo 4 anni fa con l’apertura alla piccola imprenditoria privata, sancita dal licenziamento di circa 500.000 dipendenti, una visione politica adeguata ai tempi che cambiano. Obama, dal canto suo, potrebbe lasciare alla fine del suo mandato un’eredità epocale, quella di aver messo fine a 53 anni di embargo, che farebbe il paio con l’uccisione di Osama bin Laden. Molte tappe devono esser ancora percorse; per ora si è trattato di uno scambio di prigionieri, che ha concesso la libertà ad Alan Gross, il consulente informatico, reo di aver importato tecnologia nell’arretrata isola caraibica, condannato a 15 anni. Cuba è sull’orlo del collasso economico, dovuto all’embargo e a un’avida burocrazia statale, che succhia le ampie risorse di un turismo internazionale. Il suo collegamento alla rete è obsoleto, complice anche la censura politica che controlla la cittadinanza. L’opposizione al castrismo è confinata a blogger come Yoani Sánchez, e molti dissidenti sono ancora in galera. Il balletto sulla presunta morte di Fidel Castro in questi giorni, smentita dal nipote Alejandro Castro, ma rinfocolata dagli anti-castristi di Miami, tiene con il fiato sospeso i media internazionali, fagocitati per ora dai fatti di Parigi. L’America, malgrado una innegabile ripresa economica, è ancora invischiata in un razzismo che continua a mietere vittime tra i neri e in un sistema finanziario in mano alle solite corporations, che fremono per rimettere le mani sulle bellezze dell’ isla bonita. Al di là dell’operazione di cosmetica, i cambiamenti reali saranno sanciti solo dalla rinuncia a questi presupposti incivili. Il 22 gennaio all’Havana dovrebbero incontrarsi, finalmente, a livello ufficiale delegazioni politiche e diplomatiche dei due Paesi. Se Fidel ce la farà.

    (Fine)

    Flavio Bacchetta

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    Un chicco in più

    La dipendenza irreversibile dell’America Latina dalle materie prime, principalmente gas e idrocarburi, è una croce/delizia che continua a contraddistinguere l’economia locale; è gioco forza da parte dei colossi nord americani e orientali (Cina in testa) cercare di infiltrare i governi locali. Come nel passato coloniale era la coltivazione della canna da zucchero a tenere le economie inchiodate a schiavitù e latifondo, (tendenza protrattasi fino al periodo cubano legato ai destini dell’ex-URSS) il petrolio, con il suo corollario legato all’estrazione, genera continui conflitti d’interesse, legati al rapporto con l’ambiente, che subisce inevitabilmente danni e devastazioni. Ecuador, Brasile e Venezuela ne pagano lo scotto più alto, provocando anche rivolte delle etnie indigene, che dall’ambiente ricavano la sopravvivenza. Il crollo dei prezzi del crudo, causa recessioni e infligge tagli ai programmi sociali. La ricerca di economie alternative appare essere l’unica soluzione per sfuggire a questa spada di Damocle e ai suoi fendenti, inferti da coloro i quali ne impugnano saldamente il manico.

    Rileggi la prima parte dell’articolo. [/box]

     

     

     

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    Flavio Bacchetta
    Flavio Bacchetta

    Ho lavorato come agente di commercio in Italia, alternando la mia attività con il lavoro di fotoreporter free lance. Ho collaborato con il settimanale L’Espresso, Panorama, Oggi e altri ancora, tramite l’agenzia di Milano Laura Ronchi. Dal 1994 ho aperto nei Caraibi una mia azienda, che si occupa della produzione e distribuzione di prodotti grafici ricavati dalle mie immagini. Ho collaborato anche con quotidiani caraibici, quali The Gleaner in Giamaica, fornendo loro testi e foto. Scrivo sulla politica e i problemi sociali delle Americhe, dal 2010, come collaboratore esterno di quotidiani nazionali italiani, quali il Manifesto, e magazine online. Il Fatto Quotidiano ospita anche un mio blog di opinioni.

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