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    La recrudescenza del TTP in AfPak e dell’ETIM in Cina sembrarono già imprevedibili. Ma l’attualità ha saputo sbalordirci di nuovo. Vediamo come la nostra intelligence affronta gli European Fighters  

    Dopo l’11 settembre sarebbe stato difficile immaginare il massacro dell’isola di Utoya. Dopo l’epidemia dei lone wolf terrorists sembrò imprevisto dover tornare a parlare di attacchi dell’Islamic State e di Al-Qaeda in giro per il mondo

    DOPO L’AFGHANISTAN – Il disimpegno della NATO in Afghanistan, prefigurato dalla Conferenza di Bonn del 2011, ha costituito un punto di svolta anche nel panorama del terrorismo internazionale. In effetti l’anno 2011 in generale è stato uno spartiacque nella storia del terrorismo, che ha visto, oltre ad una diminuzione degli attentati dovuti all’estremismo islamico globale (ribattezzato ormai jihadismo) altri importanti fattori venire alla luce.
    Innanzitutto, con la simbolica decapitazione di Al-Qaeda dovuta all’eliminazione di Osama Bin Laden (2 maggio), l’organizzazione ha affrontato una risistemazione dei propri vertici. Al-Qaeda ha inoltre conferito sempre maggiore importanza alle cellule regionali o ad affiliati regionali (come Al-Shabaab e Ghabat al-Nusra), ma ha visto accrescere anche le file di realtà estremistiche fortemente contrarie (come lo stesso Islamic State).
    Un secondo fenomeno importante nel panorama terroristico del 2011 è stata la ribalta del cosiddetto lone wolf terrorism, ovvero la manifestazione di violenza terroristica da parte di elementi isolati, spesso borderline che agiscono soli ed al di là di ogni contesto organizzato, pur avendo una connotazione in qualche modo politica. Infatti con il massacro dell’isola di Utoya, ad opera dell’estremista cristiano nazionalista Anders Breivik, il terrore ha scosso l’Europa provenendo dalle sue stesse radici. Gli indicatori del terrorismo internazionale di matrice islamica sembravano cadere nel biennio 2010-2011 raggiungendo i minimi storici mentre nasceva, oltre al problema del lone wolf terrorism  la crisi della guerra civile in Siria ed in Iraq.

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    Fig.1 – Il primo ministro francese Manuel Valls si reca a Nantes per fare il punto sull’attentato del 23 dicembre, riconducibile ad un cosiddetto “lone wolf”.

    TERRORISMO IN EUROPA- L’Europa ha subito attacchi diretti e indiretti da questo nuovo tipo di minaccia, fino all’amaro risveglio ricevuto, come molte altri servizi di informazioni europei, con la tragedia di Parigi. I foreign fighters di per sé non sono una novità: il disagio sociale che portava negli anni Ottanta e Novanta i mujaeddin a combattere in Afghanistan è lo stesso fenomeno che ha spinto decine di migliaia di giovani islamici europei a raggiungere la Siria. Reclutati nelle aree nevralgiche della crisi sociale in Europa, dalle banlieue francesi, dalla degradata provincia inglese (quartieri esterni a Londra, Birmingham e Manchester), nelle città industriali e portuali tedesche e in Italia (dove il monitoraggio è ancora molto basso) i giovani sono partiti per il fronte siriano. Molti di questi estremisti sono poi rientrati in Europa tra il 2013 e 2014, quasi sempre grazie alla falla della frontiera italiana, con conoscenza di tecniche di combattimento e motivazioni estremistiche che ne facevano dei potenziali terroristi.
    Il problema dei foreign fighters rientrati è stato a più riprese sviscerato da istituti come l’ICCT di Le Hague (L’Aia) e dalla stessa EUROPOL. La forza motivazionale di questi giovani che hanno combattuto per una causa come la creazione di uno Stato Islamico integralista, lontano migliaia di chilometri dalle loro case e che risulta incomprensibile dalla stragrande maggioranza degli europei, nasce proprio dalla crisi economica e di certezze che si affronta nel vecchio continente. Le certezze e l’integrazione che mancava a questi musulmani in Europa, l’assistenza dell’apparato statale, è stata da loro riscontrata in Siria ed in Iraq in particolare. Infatti, per comprendere il conflitto sviluppatosi in Iraq e Siria bisogna, forse per la prima volta nella storia dell’estremismo islamico, andare oltre il tradizionale settarismo di questa ortoprassi religiosa. Il conflitto è al di là ed oltre le divisioni religiose e le alleanze settarie. Per la prima volta la umma musulmana trova una unione estremistica (solo le parti interessate all’estremismo, chiaramente e per fortuna). Il terrorismo islamico in passato è stato arginato anche perché diviso e frazionato in sette e gruppuscoli. Al-Qaeda fu rinnegata dai taleban ad esempio, così come lo scontro tra sciiti e sunniti ha spesso causato l’arenarsi o la deradicalizzazione di gruppi terroristici. Negli ultimi anni questa dinamica è chiaramente meno funzionante. Quelle cui assistiamo sono forme radicali di espressioni politiche locali (come lo Stato Islamico) nelle quali i giovani combattenti si riconoscono, perché nel suo perverso modo….funziona.
    Negli anni Settanta, i giovani della Rote Armee Fraktion che si addestravano in Yemen con i terroristi di Settembre Nero, al loro ritorno in Germania trovavano un apparato statale funzionante, nemico e da combattere, ma funzionante. I mujaeddin che combatterono i russi in Afghanistan potevano decidere di rientrare nei loro Stati di origine e tentare l’integrazione. I foreign fighters odierni sono scappati dall’Europa ed hanno incontrato un mostruoso e demagogico Stato Islamico che però li supporta meglio dei loro Paesi di origine. Al rientro nei loro Stati di provenienza trovano di nuovo un potere latente ed una forte crisi economica e sociale.

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    Fig.2 – Il direttore di EUROPOL, Rob Wainwright e il capo della polizia italiana Alessandro Pansa durante una conferenza congiunta

    [box type=”warning” align=”aligncenter” ]COSA FARE? – Da questi punti di premessa la lotta armata al potere diventa per la prima volta realmente globale. Da questa analisi appare che i mezzi sui quali l’intelligence dovrebbe basarsi per contrastare il fenomeno sono:

    • analisi di tipo politico-sociale sui fenomeni che portano allo sviluppo dei movimenti e dei perpetratori isolati;
    • monitoraggio capillare dei fenomeni a partire dalla raccolta dei segnali sul territorio;
    • incrocio dei dati raccolti con l’analisi ottenuta;
    • collaborazione stretta per la repressione del fenomeno tra le forze di polizia e la magistratura (per il successivo livello giuridico). [/box]

    I SERVIZI SEGRETI ITALIANI – I nostri servizi segreti non dispongono di nessun tipo di struttura interna deputata all’analisi politica dei problemi, come avviene per esempio negli Stati Uniti o in Israele. I servizi segreti italiani raccolgono sotto l’egida del Dipartimento Informazioni e Sicurezza (DIS), due agenzie principali:

    • l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna (AISI)
    • l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna (AISE)

    Quindi, vi è una scissione fra i servizi che operano in Italia e quelli che operano all’estero, piuttosto che una divisione di campo fra intelligence e counter-intelligence. In pratica, l’AISI si occupa sia di spionaggio che di contro-spionaggio in Italia, l’AISE lo fa all’estero, creando una separazione che rimanda ad un coordinamento superiore (il DIS) proprio nel momento più delicato per quanto riguarda il problema del terrorismo: l’ingresso o l’uscita dal suolo italiano. La divisione non è particolarmente utile nel contesto globale in cui si sviluppa la minaccia terroristica. Le due agenzie non dispongono di reparti di analisi interni, ma si rifanno al livello più alto, il COPASIR (Comitato Parlamentare per la sicurezza della Repubblica) e il CISR (Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica). Quindi non vi è un’analisi sistematica dei dati raccolti se non al livello più alto e perciò quando sono ormai lontani dalla fonte. In alcuni casi i comitati poi delegano l’analisi dei dati a professionisti civili esterni al comparto Informazioni e Sicurezza. Di conseguenza, il monitoraggio capillare di un determinato trend è particolarmente difficoltoso nei casi in cui vi sia una discontinuità fra attività sul territorio nazionale ed estero. Dal momento che l’unione degli sforzi viene realizzata al livello più alto (DIS), che però non si trova più sul terreno, l’informazione finale non è sempre capillare, aggiornata e contestualizzata in analisi.
    Per quanto riguarda la cooperazione con le Forze di Polizia, essa avviene tramite il Ministero dell’Interno, mentre manca un vero e proprio coordinamento con il Ministero della Giustizia nel CISR, in quanto è prevista solamente la presenza del Ministro ma non degli addetti. Infine, il coordinamento dello sforzo a livello europeo è solamente indiretto, tramite i ministeri italiani.
    Infine, le sfide di fronte all’incipiente minaccia terrorismo sono molte ed i nostri 007 dovranno affrontarle in maniera particolarmente brillante per continuare a mantenere l’efficienza nella raccolta di informazioni e compensare per quanto possibile le pecche organizzative che ne inficiano la loro valorizzazione nel supporto al processo decisionale.

    Francesco Valacchi

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” ]Un chicco in più

    Per chi volesse ampliare le proprie conoscenze su alcuni dei fenomeni descritti consigliamo di consultare le pubblicazioni dell’ICCT (International Center for Counter Terrorism) di Le Hague. [/box]

    Foto: AJC1

    Francesco Valacchi
    Francesco Valacchi
    Nato a Siena nel 1980, laureato in Scienze Strategiche nel 2004 presso l’ateneo di Torino ed in Studi Internazionali presso quello di Pisa nel 2013. Abita a Livorno.
    E’ appassionato di geopolitica e strategia e ufficiale in servizio permanente effettivo nell’esercito italiano.
    Passa il suo scarsissimo tempo libero leggendo di geopolitica, scrivendo di geopolitica, saltando fuori da aerei perfettamente funzionanti ed insegnando a farlo, e arrampicandosi sulle montagne.

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    5 Commenti

    1. Ciao Francesco, grazie della risposta. Ne approfitto per spiegare meglio il mio punto di vista.
      La compartimentazione Interno/Esterno e I/CI purtroppo è una problematica complessa che non investe solo l’Intel italiana, ma un po’ tutti quei paesi in cui le agenzie sono “sdoppiate”; da noi in particolar modo perché abbiamo risentito della necessità post-guerra di dividere le competenze militari da quelle civili, nelle quali le prime avevano competenze sull’esterno affinché non interferissero in maniera “golpista” all’interno, mentre la controparte civile doveva proteggere l’interno maggiormente “politico”.
      Il problema del terrorismo ora si pone come un problema di competenza, essendo non più terrorismo politico interno, ma un terrorismo proveniente da fuori, al quale comunque l’aise è maggiormente preparata per via della tradizionale interazione col mondo arabo anche attraverso quella sorta di “secondo MAE” costituito da ENI secondo la tradizione di Mattei, ma che comunque colpisce l’interno.
      La soluzione sarebbe un coordinamento ad hoc. Ma non esistono le risorse, e se anche ci fossero, verrebbero impiegate male, come da tradizione italica.
      Purtroppo va detto anche che in Italia posizioni delicate come quelle dei servizi sono sotto una eccessiva influenza politica, con tutti i contro del caso.
      Buona serata

    2. Il coordinamento con le Forze di polizia è senza dubbio forte e collaudato, ma questo lo riconoscevo anche nell’articolo, affermando che quello verso l’alto (Ministero Giustizia in particolare) mi sembra un po’ scarso). GRAZIE MILLE

    3. articolo interessante, ma non rende molto giustizia all’intelligence nostrana, il cui coordinamento è molto migliorato nell’ultimo decennio. C’è un grande flusso di info tra le varie sezioni intel di FF.AA. (i c.d. II reparto di CC, EI, AI, MI e anche GDF) e i servizi, che comunque sono dotati sia di capacità di analisi interna (differentemente da quanto detto nell’articolo) che a livello superiore. C’è un forte scambio anche con l’antiterrorismo della PS, e il coordinamento comunque non manca (non è perfetto, ma si vedono ampiamente i miglioramenti).
      Inoltre dal 2007 è stata avviata una riforma che ha portato l’intel sia generale che delle singole FF.AA. ad avvalersi di specialisti e professionisti esterni.
      Sicuramente è criticabile l’approccio eccessivamente ingegneristico ed economico che hanno costituito l’intelligence failure americano in A’stan e Iraq, ma si sta provvedendo anche alla ripresa di specialisti più “sociopolitici” per così dire.
      Qualche spinta direttamente dal sito dei servizi:
      http://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/approfondimenti/poverta-e-terrorismo.html
      http://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/approfondimenti/lafinanza-islamica.html
      http://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/approfondimenti/cultural-intelligence.html

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