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lunedì 2 Agosto 2021

Economia e politiche anti-Covid: una relazione complicata

In breve

  • Le politiche di contrasto alla diffusione della Covid-19 hanno avuto un forte impatto sull’economia mondiale, rallentando i processi produttivi e provocando una significativa contrazione del PIL globale.
  • Non tutti i Paesi però hanno seguito lo stesso percorso: mentre alcuni, come l’Italia, hanno sofferto molto, altri, come il Vietnam, hanno superato con successo la crisi, registrando una buona crescita annuale.
  • In generale l’aumento del tasso di mortalità non ha coinciso necessariamente con un forte rallentamento produttivo, mentre i Paesi che hanno adottato restrizioni più leggere hanno spesso avuto risultati economici migliori del previsto.
  • Il 2021 dovrebbe essere l’anno della ripresa globale, ma molto dipenderà dalla produzione e distribuzione dei vaccini anti-Covid.

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Analisi Da una valutazione sui dati economici e sanitari globali si può affermare che l’economia di ciascun Paese è cresciuta in maniera inversamente proporzionale al tasso di letalità (rapporto tra decessi e malati da Covid -19). Un alto valore è stato accompagnato da un aumento delle restrizioni sanitarie emanate dai diversi Governi. 

LE INFLUENZEDELLA PANDEMIA  SUI MERCATI INTERNAZIONALI 

Le politiche di contrasto alla diffusione del coronavirus hanno avuto un deciso impatto sull’economia mondiale perché hanno fortemente rallentato i processi produttivi, finanziari ed economici. Il risultato è stato un’inevitabile crisi globale. 
Secondo il report della Banca Mondiale non sono molti i Paesi che hanno saputo affrontare le difficoltà economiche e sanitarie causate dalla pandemia di Covid-19. Ad aprile del 2020 il tasso di letalità aveva superato il 6%, ma a fine anno si era abbassato di quattro punti percentuali. Ciò è dipeso dalle politiche sanitarie, da una maggiore preparazione medica e dai bassi dati statistici di alcuni Paesi.
Con esclusioni di pochi Stati, nelle aree comprese tra le fasce equatoriali, come in Africa centrale (per esempio Eritrea, Guinea, Costa d’Avorio) e nelle aree del Sud-est asiatico (tipo Vietnam, Malesia, Brunei) il tasso di mortalità è molto basso.
In Africa è stato registrato un tasso medio di mortalità dello 0,4%, mentre l’indice nei Paesi della fascia tropicale è stato prossimo allo zero. Secondo un report dell’Africa Centres for Disease Control e Prevention i fattori che hanno contribuito a tale risultato sono stati la bassa età media (19,4 anni contro i 40 anni dell’Europa) e le differenze climatiche. Il tasso di letalità globale è risultato quindi meno alto delle previsioni assestandosi attorno al 2,15%.
A conferma del legame tra i vari indici, anche l’economia mondiale ha registrato una performance migliore delle aspettative. A ottobre del 2020 il Fondo Monetario Internazionale aveva stimato una contrazione del PIL globale al 4,4%. Lanno però si è chiuso con una riduzione del PIL del 3,5%, con una differenza di quasi un punto percentuale. 

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Fig. 1 – Due operatori sanitari conducono test anti-Covid in un mercato di Ahmedabad, nell’India occidentale, marzo 2021

REGOLE E DATI

A confermare tali dati sono, per esempio rispetto all’Europa, l’Italia: con un indice di letalità a fine anno del 3,5% e una riduzione del PIL dell’8,8%. In America Centrale il Messico ha registrato un tasso di letalità tra i più alti del mondo al 9,3% e un reddito pro-capite negativo dell’8,5%. Le Filippine hanno avuto un indice di letalità tra i peggiori del Sud-est asiatico, pari al 2,09%. Il suo PIL è il peggiore registrato dal dopoguerra, -9,5%.
In Brasile a una letalità del 2,42% ha corrisposto una riduzione del PIL reale del 4,8%, mitigata grazie alle esportazioni di prodotti agroalimentari. 
A eccezione di alcuni Paesi, in generale le misure sanitarie prese dai Governi asiatici sono state meno restrittive rispetto a quelle europee o australiane. Ciò ha permesso dal terzo trimestre dello scorso anno di non fermare completamente i settori produttivi. Il reddito medio pro capite dell’area si è assestato così attorno al -0,4%.
La Cina, dopo aver rafforzato il proprio sistema sanitario e attuato rigide politiche, è stata tra i primi Stati al mondo a sviluppare nei propri laboratori i vaccini anti-Covid. A novembre aveva avviato i primi test a volontari mentre a dicembre aveva già somministrato tre milioni di dosi. Ciò ha creato una percezione positiva sulle aspettative sanitarie e una maggiore stabilità socioeconomica. A fine 2020 il PIL cinese ha registrato una crescita di +2,3%.
Solo il Vietnam ha saputo fare meglio: il PIL di Hanoi è cresciuto del 2,9%, incremento più elevato in Asia. Non a caso su una popolazione di oltre 95 milioni di persone si sono registrati solo 35 decessi. 

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Fig. 2 – Due donne per strada ad Hanoi, marzo 2021. Grazie alla sua ottima gestione della pandemia, il Vietnam ha avuto una solida crescita economica nel 2020

ECCEZIONI CHE CONFERMANO LA REGOLA

Ma un esponenziale incremento del tasso di letalità non coincide necessariamente con un forte rallentamento del sistema produttivo. Gli Stati che non hanno applicato rigide politiche di restrizioni sanitarie hanno avuto ripercussioni meno pesanti sulla produzione di beni e servizi. Ne sono un esempio gli Stati Uniti: il Paese, primo in classifica per casi fatali da Covid-19, ha avuto una contrazione del PIL solo del 3,5%
Altre aree dove sembra non esistere un legame tra pandemia ed economia sono gli Stati dove la principale fonte di ricchezza è legata alle risorse naturali. Ne è un esempio la Guyana, uno dei Paesi più poveri nel Sud America. Se nell’America Latina l’economia è stata in recessione, con una riduzione del PIL del 4,6%, la Guyana nonostante un indice di letalità al 2,29% ha chiuso il 2020 con un vertiginoso aumento del 26,2%. La causa è la scoperta di una enorme riserva di petrolio al largo delle coste, che ha fatto crescere investimenti nazionali ed esteri e creato molte aspettative di business e di occupazione. 
Anche il Myanmar ha chiuso con PIL in positivo dell1,7% circa, nonostante la crisi politica interna che sta affliggendo il Paese. Il Governo ha attuato un primo rigido lockdown nel secondo trimestre 2020, ma grazie alle esportazioni, in particolare di gas e derivati da idrocarburi, il Paese è riuscito a recuperare in pochi mesi le perdite subite.  

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Fig. 3 – Regent Street, una delle grandi vie londinesi dello shopping, completamente deserta a causa del lockdown, marzo 2021

2021, L’ANNO DEL TORO  

Il 12 febbraio scorso ha coinciso con l’anno cinese del bufalo o toro. In Borsa il termine “toro” indica una fase di rialzo dei mercati azionari e previsioni finanziarie ottimistiche. Questo animale ben rappresenta le prospettive dell’economia mondiale di quest’anno. 
Infatti, secondo il FMI, nel 2021 il PIL globale potrebbe crescere quasi del 5,5%, mentre per il 2022 si prevede una crescita intorno al 4,2%.
La Commissione Europa calcola che la crescita nei Paesi dell’Eurozona potrebbe attestarsi attorno al 3,7% nel 2021 e al 3,9% nel 2022. Le stesse stime di crescita sono state elaborate dalla Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi per gli Stati appartenenti a quest’area.
Mentre la Banca Mondiale prevede che l’Asia sarà una delle aree con la maggiore crescita economica e stima per i Paesi ASEAN una crescita del 6% circa, guidata dal Vietnam. Quest’ultimo vanta diversi accordi commerciali internazionali siglati lo scorso anno, come quello con l’UE, ed è meta preferita delle imprese cinesi per le triangolazioni commerciali con gli USA, allo scopo di evitare i dazi statunitensi che gravano sui loro prodotti. Secondo gli economisti la Cina sarà il Paese che avrà la maggiore crescita economica, circa il 7,9%. La Banca Mondiale non esclude però che il suo PIL possa registrare un aumento del 9%.  
Le più grandi potenze mondiali però ora puntano a produrre e perfezionare il vaccino contro la Covid-19. Come ha affermato recentemente il Presidente americano Biden, mettere in sicurezza la situazione sanitaria permetterà all’economia mondiale una ripresa bilanciata.  

My Ding Hua

Photo by TayebMEZAHDIA is licensed under CC BY-NC-SA

My Ding Hua

Nata nella città di Ho Chi Minh sono residente in Italia da quando avevo 5 anni. Ho una laurea triennale in Lingue, Culture e Società dell’Asia Orientale e una Laurea magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (Asia-Europa) conseguito presso L’Università Ca’ Foscari di Venezia. In coerenza con i miei studi, mi interesso di relazioni economiche, sociali e politiche tra i paesi asiatici  e i paesi membri dell’Unione Europea.

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