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martedì 20 Ottobre 2020
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    Oba-mah…

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    Il Giro del Mondo in 30 Caffè 2012 – Con il discorso del 24 gennaio sullo stato dell’Unione è iniziata la campagna elettorale di Barack Obama. Tra successi e fallimenti il presidente deve riconquistare un’America disincantata che deve risollevare la propria economia e ripensare al suo ruolo nello scenario globale. La necessità di ridurre il debito pubblico rende le scelte dell’amministrazione ancora più delicate, anche in vista delle elezioni presidenziali del prossimo autunno

     

    LO STILE – Non esiste alcun dubbio circa le abilità oratorie dell’attuale presidente degli Stati Uniti, la voce profonda, il carisma, l’autorevolezza e la familiarità con cui si mostra al popolo americano restano la sua arma vincente. In questo campo è quasi imbattibile. Il discorso sullo stato dell’Unione ne ha dato l’ennesima prova. Lo stile è squisitamente obamiano, esponendo i fatti in modo chiaro, con dati semplici ed evocativi, ricordando ciò che è stato fatto e ciò che si farà. Delinea così il metodo di azione, inscrivendolo in uno scenario di ampio respiro ma senza dimenticarsi dell’uomo comune: questa volta è toccato a Jackie, madre single e disoccupata che è tornata sul mercato del lavoro grazie al sistema educativo made in USA, a Bryan che ha trovato occupazione grazie allo sviluppo delle energie pulite, e alla segretaria di Buffett, costretta a pagare più tasse del suo capo per colpa dell’amministrazione precedente. Infine arriva il momento della speranza, che caratterizza l’eccezionalità americana, con la celebrazione della lezione impartita dai padri (i veterani che hanno ricostruito il paese dopo la seconda guerra mondiale) e l’appello all’unità e allo sforzo comune, citando l’esempio dei SEALs (le forze speciali della Marina il cui blitz ha portato alla cattura di Osama bin Laden) che, lavorando come una squadra e non da solisti, hanno eliminato il nemico numero uno degli Stati Uniti.

     

    LE EREDITA’ DI BUSH – Probabilmente l’uccisione di Osama Bin Laden è stato il più grande successo in politica estera dell’amministrazione Obama. L’incursione delle forze speciali nel villaggio di Abbottabad in territorio pakistano, nel maggio scorso, ha permesso di decapitare una delle maggiori organizzazioni terroristiche e di dare una svolta, perlomeno mediatica, alla guerra al terrore. Altro risultato di sicuro impatto mediatico è il ritiro delle truppe regolari statunitensi dall’Iraq. Infatti la “fine della guerra in Iraq” era uno degli obiettivi programmatici dichiarati nel 2008, durante la campagna elettorale. In Iraq sono ancora presenti parecchie compagnie di sicurezza privata, pagate anche dai contribuenti americani, ma l’aver portato a casa i propri ragazzi ha sicuramente giovato all’immagine del presidente. Ovviamente questi risultati sono stati evidenziati in più passaggi del discorso sullo stato dell’Unione, evitando invece i temi più spinosi. In particolare Obama ha solo accennato alla questione afghana (il ritiro delle truppe è previsto entro il 2014 secondo l’ultima exit strategy) e non ha sapientemente trattato di un altro dei suoi cavalli di battaglia del 2008, la chiusura del campo di detenzione di Guantanamo, ben lontano da essere portato a termine per questioni sia politiche sia giuridiche relative allo status dei prigionieri.

     

    USA NEL MONDO – La politica estera americana sta cercando di trovare una nuova dimensione poiché i tagli al budget della difesa (tra il 2013 e il 2023 si potrebbe arrivare ad un taglio di quasi 1000 miliardi di dollari, anche se per ora ci si è accordati su una riduzione temporanea di “soli” 350 miliardi) e il pericolo di overstretching, che già contribuì a condannare l’impero britannico alla scomparsa, obbligano la prima potenza mondiale a ripensare il suo impegno nei numerosi teatri in cui è coinvolta. L’amministrazione Obama, su questo fronte, ha dato però segnali contraddittori. Da un lato sta cercando di definire dove e quali siano gli interessi vitali della nazione. In questo senso il passaggio del discorso di Obama in cui dichiara “we have made it clear that America is a Pacific power e l’articolato intervento del Segretario di Stato Clinton sul periodico Foreign Policy permettono di capire in che direzione nel medio e lungo periodo la politica estera americana sarà orientata. Dall’altro lato l’operazione Odyssey Dawn, seppur non abbia portato ad un dispiegamento diretto delle forze militari americane sul suolo libico, e il sostegno dato dal governo statunitense ai movimenti insurrezionali nel mondo arabo, che hanno portato al rovesciamento dei regimi autocratici, storicamente vicini agli Stati Uniti e garanti della stabilità mediorientale, si allontanano dal principio di razionalizzazione degli sforzi verso gli interessi vitali americani. Tanto che la copertina dell’ultimo numero di The national interest ha sullo sfondo la figura di Obama e l’eloquente titolo Triumph of the new wilsonism, a voler criticamente sottolineare come la politica estera obamiana si basi più su principi etici che sul perseguimento degli interessi statunitensi. Queste contraddizioni potrebbero far pensare che non esista una vera e propria strategia generale che guidi le mosse del presidente americano, sullo scacchiere internazionale. In realtà la grand strategy di Obama è bene riassunta da Drezner sul numero di luglio di Foreign Affairs. Drezner sintetizza in due espressioni la concezione della politica estera di questa amministrazione: multilateral retrenchment e counterpunching. Il primo fattore indica la condivisione dei costi economici e politici di un impegno in teatri lontani dal suolo americano. Un valido esempio è stato l’intervento in Libia del maggio 2011. A differenza di quelli precedenti gli Stati Uniti hanno volutamente ricoperto un ruolo secondario di supporto, lasciando maggiori responsabilità alle potenze regionali dell’area interessata (Regno Unito e Francia). Questo metodo si riconferma nel caso di un maggior coinvolgimento turco nella normalizzazione della situazione mediorientale, in particolare dell’Iraq e, in un futuro non molto lontano, della Siria. Il secondo fattore, il counterpunching, è strettamente legato al primo e indica la volontà di promuovere attivamente l’influenza e gli ideali americani quando sfidati dalle potenze emergenti, sempre attraverso il rafforzamento del rapporto con gli alleati nella regione o la creazione di nuove partnership.

     

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    CINA E USA… IN ROTTA DI COLLISIONE? – Il caso più eclatante è la presenza cinese nel quadrante del Pacifico che rischia di minacciare la supremazia americana. Per tutto il 2011 sia il segretario di Stato Clinton che il presidente Obama si sono impegnati in tour asiatici per rinsaldare le relazioni con alleati come il Giappone, la Corea del Sud e l’Australia oppure per stringere nuovi trattati economici e strategici come con l’India. La ferma volontà di mostrare la presenza attiva degli Stati Uniti è dovuta anche alla più assertiva politica di Pechino che, attraverso l’incremento poderoso del budget relativo alla difesa, all’innovazione tecnologica in campo militare e le diverse esercitazioni militari dell’esercito cinese, minaccia l’influenza americana e dei suoi alleati nel quadrante asiatico-pacifico. Se il Pacifico sarà sicuramente il futuro, anche prossimo, su cui si concentrerà lo sforzo americano, non si può comunque tralasciare l’area del Vicino e Medio Oriente, con le implicazioni che ne derivano per i rapporti tra USA e Israele. Uno dei punti focali del programma di Obama era la ripresa del processo di pacificazione nella questione israeliana e palestinese. Anche quest’aspetto della politica obamiana non ha avuto i risultati sperati; anzi, la primavera araba, sostenuta politicamente anche dal governo statunitense, è stata un fattore di destabilizzazione dell’area. Inoltre lo sviluppo del programma nucleare iraniano sta provocando un ulteriore stato di allarme nella regione. Le sanzioni internazionali comminate all’Iran sono state solo il primo passo verso l’isolamento internazionale della potenza persiana e alcuni autorevoli strateghi americani non escludono un attacco circoscritto ai siti di arricchimento dell’uranio e ad alcuni obiettivi militari, con lo scopo di evitare che Teheran si doti dell’arma atomica. Come già accennato le prossime scelte in campo internazionale dipendono, per gli Stati Uniti, dal rischio dato dall’overstretching ma soprattutto dalle scelte economiche interne. Si rivela importante, nel calcolare i prossimi equilibri internazionali, la posizione che Obama ha preso e intende prendere sulle questioni domestiche. E qui arrivano le note più dolenti.

     

    POLITICA INTERNA – Prima di entrare nel merito di qualsiasi considerazione è necessario tenere presente che i margini di manovra sono molto stretti per via del debito pubblico americano (circa 15 mila miliardi di dollari). Il Congressional Budget Office (CBO) ha preventivato inoltre una riduzione del budget federale di circa 1.200 miliardi di dollari in dieci anni, restringendo parecchio l’autonomia di spesa governativa. Durante il discorso sullo stato dell’Unione il presidente Obama ha spiegato che i cardini su cui vuole incentrare la ripresa americana sono l’industria made in USA, il sistema scolastico, la tecnologia e l’autosufficienza energetica. Tutti temi già affrontati nel 2008 ma che non hanno ancora fatto ripartire la macchina economica americana. I progetti sono ambiziosi: sgravi fiscali per chi investe nel settore manifatturiero negli Stati Uniti, una maggior flessibilità per le scuole e un miglioramento della condizione del corpo insegnante, insieme ad un sistema educativo che non deve essere un lusso per i cittadini ma una base solida per costruire il futuro americano. È evidenziata poi la necessità dell’innovazione tecnologica come motore trainante dell’economia e in particolare la sua applicabilità nello sfruttare le risorse energetiche presenti nel territorio americano e nello sviluppo di energie pulite, anche in termini di aumento dell’occupazione. Il vero problema è la sostenibilità economica delle riforme. Basti pensare all’unica vera e propria riforma implementata, quella del sistema sanitario nazionale, la cosiddetta Obamacare. Se è vero che il CBO ha previsto un risparmio del Medicare, il sistema assicurativo governativo per gli anziani, di circa 150 miliardi di dollari è anche vero che ha calcolato una spesa netta per i contribuenti americani di circa 800 miliardi di dollari nei dieci anni successivi l’entrata a regime del nuovo sistema e ha stimato la perdita di circa 650 mila posti di lavoro. La riforma rende obbligatoria l’assicurazione per tutti, mentre prima la salute era affare dell’individuo e non dello Stato (anche se da metà anni ’60 il presidente Johnson introdusse il Medicare e il Medicaid, affievolendo questo principio). Le assicurazioni rimangono private ma i prezzi sono garantiti a livello politico, in modo tale che la maggior parte dei 30 milioni di americani non coperti da assicurazione sanitaria possano stipulare una polizza con una compagnia. In questo senso molti critici della riforma hanno evidenziato come il provvedimento somigli più a un enorme sussidio alle compagnie di assicurazione piuttosto che alla rivoluzione del sistema sanitario percepita in Europa.

     

    O”BIS”AMA? – La tenuta dei conti americani non è stato l’unico fattore che ha impedito l’applicazione rigorosa del programma di Obama. Infatti le elezioni di midterm dell’autunno 2010, con il trionfo del Grand Old Party che ha raccolto i voti anche di molti democratici scontenti, hanno portato a una maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti, rallentando di fatto il processo legislativo federale. Il presidente Obama sta cercando di sfruttare al massimo questa paralisi, come già fece Clinton nel 1996, in modo da addossare la maggior parte delle mancate promesse all’ostruzionismo del parlamento nei suoi confronti. Le prossime elezioni presidenziali hanno, per ora, un esito incerto. L’attuale presidente non ha migliorato sensibilmente le condizioni di vita della classe media, la disoccupazione è rimasta a livelli molto alti (anche se nell’ultimo discorso Obama dica di aver creato più di tre milioni di posti di lavoro) e il tasso di crescita stenta a decollare. Insomma l’America che andrà a votare a novembre è delusa e disillusa. Dall’altra parte però non sembra esserci un candidato con le stesse qualità comunicative di Obama e nemmeno un partito repubblicano con una ricetta solida che porti alla svolta decisiva gli Stati Uniti, i quali nei prossimi anni dovranno affrontare sfide regionali e globali, sostenibili solamente da un paese con ferme basi politiche ed economiche.

     

    Davide Colombo

    Davide Colombo
    Davide Colombo

    Sono laureato in Relazioni Internazionali con una tesi sulla politica energetica. Ho frequentato un master in Diplomacy. Mi interesso e scrivo soprattutto di Stati Uniti. Le opinioni espresse negli articoli sono personali.

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