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    Abbiamo visto nella prima parte della nostra analisi come la spesa pubblica in educazione e sanità sia cresciuta sensibilmente negli ultimi anni nei Paesi latinoamericani. E le spese militari? Anche il capitolo Difesa è generalmente cresciuto, ma in maniera decisamente inferiore. Gli estremi sono rappresentati da Cile e Colombia da una parte, più inclini a spendere per le proprie Forze Armate, e dal Costa Rica dall'altra, che addirittura non possiede un esercito. In mezzo, un continente che ha forse capito che è il momento di puntare soltanto sullo sviluppo economico e sociale

    (2. continua) BURRO O CANNONI? – Era, questa, una domanda ricorrente nella retorica dei regimi conservatori e autoritari a cavallo tra la fine dell'800 e i primi decenni del '900. In altre parole, gli Stati come avrebbero dovuto spendere le proprie risorse? Privilegiando “servizi sociali” (intesi nel senso più trasversale possibile e tenendo ben presente che ai tempi non esisteva un “welfare State” come lo si intende oggi) oppure destinando più fondi per la Difesa? A quei tempi, molto spesso, era la seconda opzione a prevalere. Questo breve cappello introduttivo serve per spiegare con una efficace metafora un concetto abbastanza semplice: un dollaro speso in armamenti non è “fungibile”, ovvero non può essere riutilizzato per scopi di pubblica utilità. E viceversa: un dollaro speso in più nella sanità, o nell'educazione dei propri cittadini, comporterà la rinuncia ad un dollaro per l'acquisto di un nuovo “cannone”. Tale problema può essere mitigato in periodi di rapida crescita economica: grandi entrate nelle casse statali, che possono derivare da forti rendite petrolifere o dallo sfruttamento di altre materie prime (di cui appunto gli Stati sono monopolisti) oppure da maggiori introiti fiscali che derivino da continui surplus commerciali (tasse sull'export o altre barriere), consentono di aumentare la spesa pubblica in ogni settore, raggiungendo così lo scopo di non scontentare nessuno. È un po'quello che è avvenuto in America Latina nell'ultimo decennio: la crescita sostenuta ha infatti consentito ai Governi di aumentare la spesa in salute, educazione, ma anche per la Difesa.

    ALL'ARMI? NON PROPRIO… – Vi abbiamo spiegato questa dinamica nella prima parte della nostra analisi. Ora ci concentriamo sull'andamento delle spese militari in America Latina, basandoci essenzialmente su un'analisi condotta dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) volta a determinare le priorità nella spesa pubblica dal 1995 ad oggi. Il primo risultato è che la spesa è cresciuta in tutti i settori presi in considerazione (sanità, istruzione, Difesa), ma in quest'ultimo settore l'aumento è stato complessivamente molto meno importante. Se per i primi due le risorse destinate ammontano tendenzialmente al 4% del PIL di ciascun Paese, le spese militari non superano in genere un ben più modesto 1,5%, registrando un trend pressochè piatto che ha registrato una ascesa solo dopo il 2003, quindi in linea con la stabilizzazione della crescita economica. Un altro importante risultato è che la spesa destinata a scopi militari non ha creato effetti distorsivi, deviando risorse utili per gli altri settori di spesa sociale. La spiegazione può dunque essere ascritta solamente a ragioni “fisiologiche”?

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    CILE E COSTARICA… MARTE E VENERE? – Il paragone può sembrare senz'altro ardito, ma serve per dare un'immagine immediata di due Stati che, nella regione, destinano rispettivamente ingenti e scarse risorse pubbliche per la Difesa. Santiago riserva circa il 4% delle risorse statali per finanziare questo settore, mentre dall'altra parte San José non investe neppure un centesimo: già, perchè la piccola repubblica centramericana è totalmente sprovvista di un esercito. In realtà, è fondamentale analizzare i dati in profondità per scoprirne il reale peso. Il Cile oggi non è affatto un Paese “bellicoso” e, a dispetto di alcune tensioni sociali che hanno avuto luogo nel 2011 a causa delle proteste studentesche, è una delle nazioni più stabili e prospere di tutta l'area. Allora come si spiegano tutti questi soldi per la Difesa? Da una parte non va dimenticato il tuttora esistente retaggio del regime militare di Pinochet, che implica l'applicazione di un trattamento “privilegiato” per i militari, i quali ricevono pensioni molto sostanziose. Inoltre viene catalogata come spesa per la Difesa anche la gestione del corpo dei Carabineros che, al pari dei carabinieri italiani, pur facendo parte delle Forze Armate si occupano in realtà di ordine pubblico. Diverse sono invece le situazioni di Colombia e Messico. In questo caso le necessità di investire in spese difensive sono più pressanti, non per contrastare eventuali aggressori esterni bensì per combattere nemici interni, che sono rappresentati dai cartelli del narcotraffico e, nel caso colombiano, dai guerriglieri delle FARC. Tuttavia, la spesa militare relativa in rapporto al PIL non è elevata come si potrebbe pensare: intorno al 4% per la Colombia, addirittura inferiore all'1% per il Messico.

    CONCLUSIONI – In definitiva, a nostro avviso si possono trarre due conclusioni principali dall'analisi del SIPRI. La prima: l'America Latina sta imparando a investire maggiormente in spesa sociale. La seconda: le spese militari non sono considerate prioritarie, nemmeno da quegli Stati a cui piace, di tanto in tanto, “mostrare i denti” con i vicini, come il Venezuela di Hugo Chávez. La stabilità politica ed economica, trovata dopo decenni di tribolazioni, ha indubbiamente fornito il clima ideale per l'innestarsi di questa dinamica, che potrà influire positivamente sullo sviluppo e l'inclusione sociale delle fasce disagiate della popolazione latinoamericana.

    Davide Tentori redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Davide Tentori
    Davide Tentori

    Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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