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    Continuano i negoziati tra il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Affari Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif per definire un accordo conclusivo sulla controversa questione nucleare di Teheran. A gennaio le parti hanno ripristinato a Ginevra il dibattito interrotto a novembre, quando allo scadere dell’accordo interinale la decisione unanime è stata quella di rinviare per la seconda volta il termine ultimo per il verdetto. Entro il 26 marzo dovrebbe delinearsi una preliminare intesa politica, mentre le tensioni interne continuano a premere verso il fallimento dei negoziati. Facciamo il punto…

    L’EREDITÀ DI VIENNA 2014 – Il sipario viennese si era chiuso lasciando la comunità internazionale e quanti si fossero interrogati sul futuro del programma nucleare iraniano con una serie di importanti interrogativi. La possibilità di definire un’intesa dopo un anno di trattative era sfumata ancora una volta, non solo per questioni puramente tecniche. La delegazione internazionale (i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la Germania, i P5+1) e quella iraniana hanno così posticipato di un semestre il termine ultimo per la stesura di un accordo, sperando di poter sciogliere quei nodi tecnici, ma anche politici, che ancora rallentano e allontanano il raggiungimento di un accordo. I principali motivi di scontro rimangono, tuttora, il definire la capacità e il numero di centrifughe lasciate agli iraniani e le tempistiche entro cui sospendere le sanzioni economiche attribuite al Paese.

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    Attualmente l’Iran disporrebbe di 10mila centrifughe, soggette, secondo i termini del Joint Plan of Action (l’accordo interinale firmato a Ginevra nel novembre 2013) all’osservazione degli ispettori internazionali. Teheran aveva infatti accettato di sottoporre l’impianto di Natanz e il reattore ad acqua pesante di Arak al monitoraggio esterno, senza però rinunciare al «legittimo diritto di sviluppare un programma nucleare». Ciò che le controparti richiedono – e in special modo gli Stati Uniti – è la limitazione del programma di arricchimento dell’uranio e la diminuzione del numero di centrifughe, inizialmente stabilito a 2.000 unità e poi modificato a 4.500. La comunità internazionale (e Israele in primis) teme che Teheran possa sviluppare uranio altamente arricchito (quindi oltre il 90%) per ottenere un ordigno nucleare. Timore corroborato dalla sfiducia verso la Repubblica islamica, alimentata soprattutto durante il più che decennale dibattito sulla complessa questione. La tecnologia impiegata viene definita, infatti, dual use, ovvero in grado di produrre sia energia che armi nucleari, in base al grado di arricchimento del materiale fissile. Un numero inferiore di centrifughe avrebbe pertanto l’effetto di ritardare il processo di arricchimento dell’uranio, uno degli aspetti più controversi e complessi ancora al centro delle trattative in corso.
    L’Iran, tuttavia, ha più volte sottolineato la propria volontà di produrre energia nucleare per scopi civili (ad esempio per l’industria medica), in risposta alle costanti accuse di scarsa trasparenza nel suo programma. Il regime sembra aver cambiato la strategia comunicativa, tanto che il presidente Hasan Rohani, in un discorso tenuto il 4 febbraio nella storica piazza Naqsh-e Jahan di Esfahan, ha dichiarato che il Paese «non ha bisogno di una bomba atomica. È invece una grande nazione unita, che è stata capace di mettere in orbita un satellite nonostante le sanzioni economiche».

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    LA POSIZIONE DEL CONGRESSO – Proprio il tema delle sanzioni accende il dibattito interno agli Stati Uniti, con un Congresso a maggioranza repubblicana che ha subito adottato una posizione di rottura rispetto all’uscente maggioranza democratica. Mentre quest’ultima è incline a una parziale riduzione dell’embargo sull’Iran, lo scorso 27 gennaio i senatori Mark Kirk e Robert Menendez hanno presentato il Nuclear Weapon Free Iran Act of 2015, che dovrebbe comminare ulteriori sanzioni al Paese qualora non venisse ratificato l’accordo definitivo entro il 30 giugno. È chiaro che le pressioni sul presidente Obama, che ha comunque posto il veto sulla proposta, siano tanto di carattere interno, quanto di natura esterna. Sulle prime, per l’appunto, ci si riferisce all’atteggiamento diffidente e ostile dei repubblicani, molti dei quali vicini a potenti lobby israeliane, che premono per il pugno duro con l’Iran, adducendo lo scetticismo sulla finalità pacifica del programma nucleare iraniano. A motivazione delle sanzioni, che colpirebbero soprattutto l’export petrolifero e le transazioni finanziarie, emergono anche la diffusione di armi di distruzione di massa e il sostegno al terrorismo (accusa tuttavia generica e non ben circostanziata). Qualora l’accordo sfumasse anche in questi ultimi mesi di trattative, i 54 repubblicani avrebbero bisogno di 13 voti dai democratici per firmare la condanna all’ennesima rottura diplomatica con Teheran. Quanto alle pressioni esterne, bisogna considerare l’urgenza dell’accordo con la Repubblica islamica alla luce della crescente instabilità in Medio Oriente. L’Iran continua a contrastare sul campo i combattenti dell’autoproclamato Stato Islamico, potrebbe influire positivamente nella nuova fase politica in Afghanistan (soprattutto in termini di controllo dei traffici e stabilizzazione delle linee di confine) e potrebbe diventare un interlocutore privilegiato in prospettiva di una ridefinizione dell’ordine regionale mediorientale.

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    L’IRAN VUOLE L’ACCORDO – Anche a Teheran la voce dei conservatori, tra cui membri del clero, delle Guardie della Rivoluzione (pasdaran) e della minoranza ultraradicale continuano a esercitare pressioni all’interno dell’establishment politico iraniano. La critica mossa al ministro Zarif  è quella di piegarsi troppo ai compromessi imposti dagli Stati Uniti, ripristinando la proverbiale retorica anti-statunitense. La Guida Suprema, il Rahbar ‘Ali Khamenei, tuttavia, non si è mai dichiarato contrario ai negoziati, consapevole della necessità per il Paese di uscire dall’isolamento internazionale e, sebbene abbia sottolineato la volontà del regime di procedere con il programma nucleare, auspica sicuramente il raggiungimento di un’intesa. Il crollo vertiginoso (quasi il 45%) nel prezzo del greggio, unito alle sanzioni internazionali, rischia di paralizzare l’economia iraniana, con effetti consistenti anche nella sicurezza regionale. Un motivo che dovrebbe indurre le parti a definire celermente un’intesa sul nucleare. Alla prova dei fatti, l’Iran ha bisogno di sanare la sua economia, uscire dall’isolamento indotto e aprirsi ai mercati esteri, un vantaggio anche per l’Unione europea in termini di approvvigionamento energetico e diversificazione dei Paesi fornitori, che andrebbe a confluire nel percorso di affrancamento completo dalle fonti russe.

    Giorgia Perletta

    [box type=”shadow” align=”aligncenter”] Un chicco in più

    Per chi volesse approfondire consigliamo il testo completo del Nuclear Weapon Free Iran Act of 2015.

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    Foto: IAEA Imagebank

    Giorgia Perletta
    Giorgia Perletta

    Accento abruzzese e occhi di mandorla, un mix che dalla nascita (un Martedì del 1990) mi ha tatuato addosso le forti radici e l’esotismo d’Oriente. Sono dottoranda in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica di Milano dove ho conseguito una laurea in Sociologia e Giornalismo, una (magistrale) in Relazioni Internazionali e, (non c’è due senza tre), un Master in Middle Eastern Studies. Ho vissuto per 5 mesi a Seul -quando da Nord schieravano i missili al confine dichiarando lo stato di guerra- e lavorato a Milano in una redazione tele-giornalistica nazionale. La mia rosa dei venti punta verso il Medio Oriente e, soprattutto, verso l’Iran, Paese che mi ha fatto innamorare di una molteplicità dei suoi aspetti; tra questi il Persiano, che ho iniziato a studiare un’estate all’Università di Teheran.

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