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    Esigenze difensive

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    Al giorno d'oggi le Forze Armate svolgono simultaneamente operazioni militari e di tipo umanitario; sono impegnate in missioni eterogenee che spaziano dalle attività di combattimento, alla prevenzione sino al ripristino delle infrastrutture e servizi nelle fasi post-conflitto. Questa molteplicità di azioni e modalità operative è una esigenza o una strategia?

    DALLA DIFESA CONVENZIONALE ALLA HUMAN SECURITY – L’attuale contesto operativo, caratterizzato da una varietà di scenari di impiego tipologicamente diversificati e numericamente superiori al recente passato, ha determinato un nuovo concetto di impiego delle Forze Armate. Queste ultime, infatti, oltre ad operare nei tradizionali contesti di guerra, sono sempre più frequentemente coinvolte nelle “operazioni militari diverse dalla guerra”, altrimenti definite Military Operations Other Than War (MOOTW). L’impostazione convenzionale della difesa, fondata sul potenziale degli armamenti posseduti, ha ceduto il passo ad un dinamismo del sistema che ha ridefinito gli obiettivi delle politiche di difesa ed obbligato i governi a tenere conto della dimensione sociale. Inquadrati in questa nuova prospettiva, gli elementi militari propri della sicurezza statale sono integrati dalla formulazione dello human security che, introdotto per la prima volta nel 1991, individua un ampio spettro di elementi che concorrono a rafforzare sia il mantenimento che la percezione della sicurezza collettiva. Utilizzato dall’UNDP (United Nation Development Programme) nello Human Development Report del 1994, il concetto di sicurezza viene aggiornato e rivisto alla luce delle dimensioni socio-politiche delle comunità umane. Così, i parametri dello human security, pur mantenendo lo Stato come protagonista delle relazioni internazionali, spostano l’attenzione sulle collettività umane, gruppi etnici e culturali la cui geografia spesso non coincide con i confini degli Stati. Per quale motivo è necessario valorizzare la dimensione civile negli affari militari?

    L’INCLUSIONE DELLA DIMENSIONE CIVILE – Il punto alla base di questa integrazione è il riconoscimento del fatto che senza sviluppo non si possa garantire sicurezza. Pertanto, un discontinuo sviluppo sociale o differenziali di sviluppo troppo elevati sono riconosciuti come elementi propedeutici all’esplosione di crisi e conflitti. Inoltre, il fattore dello sviluppo è rilevante alla luce della crescente integrazione fra gli Stati fondata su vincoli sempre più interdipendenti di tipo energetico, ambientale, economico e finanziario. Il riconoscimento del valore della dimensione sociale procede di pari passo con l’identificazione di nuove forme di combattimento che, perdendo il connotato tipico della guerra di posizione, si caratterizzano per la mancata individuazione certa delle parti in lotta. Questo genera conflitti asimmetrici rispetto agli schieramenti in campo. Ne sono un esempio le nuove forme di eversione e terrorismo che raggiungono facilmente livelli inaspettati di distruttività rivolti contro le stesse popolazioni civili. Il recente intervento in Libia, operato con la missione NATO Unified Protector (avviata il 23 marzo ed ultimata il 31 ottobre 2011), si inserisce in questa casistica in quanto alle Forze aereo-navali dei Paesi partecipanti sono stati assegnati compiti di imposizione della No-Fly Zone e dell’embargo navale per isolare gli attacchi di gruppi armati e tutelare l’incolumità della popolazione civile dai combattimenti.

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    GLI ESEMPI DEL CAMBIAMENTO – La variegata gamma di operazioni che le Forze Armate sono chiamate a compiere su mandato della Comunità Internazionale con interventi di interposizione armata, di ricostruzione post-conflittuale, di stabilizzazione, è diretta espressione della complessità di un tale mutamento in cui convergono elementi militari e sociali, volti ad un coinvolgimento di attori, istituzionali e non, impegnati in una strategia di sicurezza e prevenzione dei conflitti. Ai rapidi interventi nei momenti di crisi si alterna dunque una policy di prevenzione che, agendo nel lungo periodo, può sperare di influire positivamente sulla stabilizzazione di aree compromesse. Ne è un esempio significativo la missione operata sotto l’egida delle Nazioni Unite a Cipro (United Nations Peacekeeping Force in Cyprus) che, dinnanzi all’impossibilità politica di risolvere la questione territoriale fra greci e turchi sta operando ancora oggi sia come forza di interposizione che di sostegno umanitario. Un caso più recente è fornito dalla missione di assistenza in Afghanistan (United Nations Assistance Mission in Afghanistan, UNAMA) istituita nel 2002 dal Consiglio di Sicurezza ONU su richiesta del governo afgano per agevolare il processo politico-istituzionale. Merita rilevare che mandato, rinnovato con la Risoluzione 1974 fino a marzo 2012, prescrive alle Forze Armate anche azioni di monitoraggio per garantire la protezione dei civili e di assistenza alle istituzioni locali nell’implementazione delle fondamentali libertà (…”to monitor the situation of civilians, to coordinate efforts to ensure their protection…” RIS. 1974).

    LA RIORGANIZZAZIONE DELLE FORZE ARMATE : L’ESEMPIO ITALIANO – Al pari di quanto è avvenuto negli altri Paesi europei, anche le Forze Armate italiane sono state impegnate in questo profondo cambiamento rivolto verso cinque direttrici ben definite. In primo luogo, esse hanno dovuto acquisire la caratteristica di uno strumento operativo che fosse in grado di proiettarsi in tempi rapidi al di fuori del contesto nazionale. Si è successivamente passati da una visone prevalente di singola Forza Armata ad uno strumento interforze. In terzo luogo, il cambiamento in atto entro le Forze Armate ha comportato una maggiore attenzione per le qualifiche professionali e per le competenze tecniche dei singoli componenti. Si è, poi, abbandonata la concezione di Forze Armate “di quantità”, numericamente consistente, mentre si è progressivamente affermato il concetto di Forze Armate di “qualità”, operativamente flessibili e tecnologicamente evolute. Infine, la dimensione delle Forze Armate si è via via integrata alla dimensione sociale e culturale delle realtà locali. Tali ristrutturazioni si sono rese necessarie in ragione del fatto che, attualmente, non si tratta più di opporsi ad una singola minaccia, peraltro, nota nelle sue principali componenti, ma di predisporre forze integrate che siano in grado di fronteggiare minacce e rischi non chiaramente prevedibili, estremamente variabili e che potrebbero concretizzarsi con modalità operative differenti ed asimmetriche. La trasformazione nella struttura delle operazioni militari è stata visibile a partire dagli anni ’90, decennio in cui si è intensificato l’impegno dell’Italia nelle operazioni militari di mantenimento/costruzione della pace sotto egida ONU nei Balcani, nel continente africano (Somalia e Mozambico), in Medio Oriente e nel Timor Orientale.

    I TRE BLOCCHI – Le più recenti attività militari hanno evidenziato che il confine tra operazioni ad alta intensità, altrimenti note come warfighting, e operazioni di risposta alle crisi risulta essere sempre più sfumato ed indefinito. Per questo le forze militari impegnate sul campo sono state riorganizzate e dotate di una maggiore flessibilità, così da renderle idonee, nel caso più oneroso, a svolgere contemporaneamente un’ampia gamma di attività operative. Tale esigenza è sintetizzata nel concetto della Three Block War che prevede, nella medesima area di responsabilità, le attività di combattimento, per eliminare i residui focolai di forze avversarie e contrastare eventuali attentati terroristici, le attività di controllo del territorio e di pattugliamento per garantire la necessaria cornice di sicurezza e le attività di supporto alla pace (Peace Support Operations) per garantire assistenza umanitaria, il ripristino delle infrastrutture ed avviare una rapida normalizzazione della situazione post-conflitto. L’evoluzione della Three Block War, sfuggendo ad ogni classificazione netta, ben si addice anche all’esigenza strategica di esercitare un significativo controllo sul territorio e di influenzarne le fasi post conflittuali di sviluppo e ricostruzione.

    Emanuela Sardellitti redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Emanuela Sardellitti
    Emanuela Sardellitti

    Sono laureata in Scienze Politiche, indirizzo politico internazionale, ho conseguito varie specializzazioni in tema diritto internazionale e diplomatico e gestione delle risorse energetiche presso la SIOI, l’Università degli Studi di Roma Tre e l’UNEP. Lavoro come policy advisor presso il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, mi occupo di affari regolatori e politiche di natura ambientale. Sono parte delle delegazioni italiane per i negoziati sui cambiamenti climatici e le sostanze ozono lesive in ambito Nazioni Unite. Dal 2005, ho intrapreso varie collaborazioni con riviste come Equilibri, “Asia Times”,  Power and Interest News Report su temi legati alla sicurezza o con editoriali specialistici come Quotidiano Energia sulle dinamiche energetiche.

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