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martedì 14 Luglio 2020
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    La guerra (telecomandata) al terrore

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    A solo un anno dal targeted killing dell’uomo che ha costretto Washington a mettere piede nel pantano afghano, gli States sembrano intrappolati in un altra guerra, stavolta segreta, molto simile all’impegno silenzioso proprio contro l’occupazione sovietica in Afghanistan negli anni ’80. In Yemen accantonato il raìs Saleh, niente sembra essere cambiato, con il suo vice, nonchè uomo di Washington, al-Hadi a vigilare sulle divisioni etnico-claniche delle forze di sicurezza nazionale, divise tra seguaci e oppositori dell’ex despota. Inutile dire che il Golfo di Aden continua ad essere un vero e proprio punto strategico per la flotta e gli interessi geopolitici degli Stati Uniti e che i loro gioielli telecomandati continueranno a colpire ancora a lungo

     

    IL GATTOPARDO A SAN’A – “Bisognava che tutto cambiasse, perchè tutto restasse com’era” con queste parole 50 anni fa Tomasi de Lampedusa delineava la tendenza conservatrice del Risorgimento italiano, ignaro che quella frase sarebbe diventata la migliore descrizione per la strategia americana per la transizione yemenita. Dopo la deposizione dell’odiato dittatore Ali Abdullah Saleh, artefice dell’unificazione tra nord e sud del paese e fautore della partnership strategica con Washington, l’opposizione riunitasi in un fronte comune ha riconosciuto Abd Rabbih Mansur al-Hadi come legittimo successore. Nessuna scelta poteva essere più gradita a Foggy Bottom e a Langley, i quartieri generali del Dipartimento di Stato e della CIA, toccati da vicino dalla labile situazione yemenita, sull’onda lunga della Primavera Araba del 2011.

     

    IT’S NOT JUST OIL, STUPID – Il patto di sangue tra il governo di San’a e gli Stati Uniti non si giustifica solamente con la necessità di controllare la strozzatura più importante del Mar Rosso, la via di comunicazione marittima che porta dal Mediterraneo al Golfo Persico e quindi al prezioso oro nero. Lo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano, conosciuto con il nome rassicurante di Porta del Lamento Funebre(in arabo Bab-el-Mandeb) separa lo Yemen da Gibuti, lo pseudo-protettorato francese, in quel lembo di mare definito come la culla del commercio globale. Il liberoscambio è da sempre il pilastro dell’ideologia dell’engagement a stelle e strisce, tanto idolatrato da giustificare la rottura dell’isolazionismo statunitense durante la Prima Guerra Mondiale e la nascita dell’Impero americano. Naturalmente quei 30 chilometri di acqua salata vanno tutelati da qualsiasi minaccia o blocco navale, per capire la gravità di tali azioni basta pensare alla serrata dello stretto di Suez praticata nel 1967 dall’Egitto di Nasser, quando la guerra dei sei giorni contro Israele era ormai alle porte.

     

    ATTENTI AL DRONE – Nonostante il patto d’acciaio in corso tra i due governi, le rispettive popolazioni non capiscono né condividono le ragioni alle basi della partnership, gli uni fedeli allo spirito islamico di rivalsa contro l’imperialismo americano, gli altri preoccupati delle spese esorbitanti di un eventuale Piano Marshall mediorientale. In questi casi gli Stati Uniti hanno sempre optato per una presenza mimetizzata o nascosta, ad esempio in Arabia Saudita i circa 500 consiglieri militari stazionano in una base lontana dai centri abitati, al confine con l’Iraq. In Yemen, l’impegno militare americano consiste nello stazionamento periodico di navi di superficie e portaerei nel porto di Aden, dove nel 2000 la USS Cole è stata vittima di un attentato. Negli ultimi tempi invece la CIA, la casa madre dei gioiellini telecomandati, ha optato per la presenza invisibile ed intermittente dei famigerati droni, aerei senza pilota per la sorveglianza e il bombardamento chirurgico in scenari di crisi. Col nome tecnico di UAV (unmanned aerial vehicules), i nuvoi gioelli tecnologici del comparto militar-industriale rappresentano la materializzazione della soluzione all’ingresso dei media nella guerra e alla soglia ormai inesorabile di sopportazione di perdite umane nei conflitti.

     

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    LA NUOVA MANIA DELLA CIA – Proprio come l’oppio afghano o il più sconosciuto qat yemenita, i droni si stanno trasformando in un vero e proprio stupefacente per gli ufficiali di Langley che ne hanno sostenuto la superiorità in termini costi-benefici persino rispetto ai caccia-bombardieri. Anche il Presidente Obama da parte sua ha più volte approvato e lodato l’impiego nei cieli di mezzo mondo dei velivoli senza pilotaCome ogni ingresso tecnologico negli apparati conservatori, anche gli UAV hanno causato lo scompiglio tra le fila di esercito, aviazione e marina, tutti impauriti di vedersi relegati a ruoli marginali in vista della definitiva deumanizzazione della guerra. La dura verità tuttavia è che se a livello tattico, ovvero in occasioni particolari e circostanziate, i droni rappresentano un’ottima alternativa alla presenza sul campo di battaglia, a livello strategico, nelle grandi campagne aeree, perdono gran parte della loro utilità. Ecco le ragioni del loro impegno additivo nelle aree tribali pakistane del Waziristan, dove proliferano i nuovi talebani, e nello Yemen meridionale nella regione di Abyian, dove il movimento Ansar al-Sharìa regna sovrano. Dal 2009 ad oggi, solo nello Yemen del sud, sarebbero più di mille gli obiettivi “terminati” dai velivoli telecomandati in grado di colpire senza essere visti, qualcosa di molto lontano dagli elicotteri Black Hawk presenti in Somalia , bersagli ghiotti per i razzi dei miliziani di Mogadiscio. Proprio l’intervento in Somalia è paradigmatico per comprendere come la presenza di soldati in scenari ad alto rischio e il rispetto del diritto internazionale possano condurre ad un inevitabile ritiro dopo la morte di 17 rangers e il ferimento di altri 73 in meno di 48 ore.

     

    NESSUNO STIVALE, NESSUNA EXIT STRATEGY – Il vero punto di forza della guerra segreta del nuovo millennio, come è stata definita la campagna aerea selettiva in Yemen, è che garantisce al governo americano un ottimo riparo dalle critiche per le perdite di soldati in azione o per le spese logistico-operative che richiedono grandi operazioni come quelle in Afghanistan. “L’approccio telecomandato” sembra essere il paradiso terrestre per i fautori della guerra al terrorismo, diretta ormai contro i singoli insorti e non più contro grandi strutture o addirittura intere entità statali. Il grosso dell’eventuale rappresaglia verrà indirizzato contro chi è costretto invece a stazionare in tali scenari di crisi, dall’esercito pakistano alle forze anti-terrorismo yemenite di Yahya Saleh, fratello dell’ex presidente e altro uomo di Washington. L’ultima vendetta jihadista in Yemen ha causato la morte di 32 soldati, l’intero contingente della base militare di Zinjibar, epicentro della guerra contro la Jihad meridionale, in risposta all’uccisione di Fahd al-Quso, leader spirituale di Al Qaeda ed esecutore del colpo alla USS Cole. Niente sembra opporsi alla continuazione dei piani della CIA in Yemen, solo un’improbabile implosione del nuovo regime di San’a potrebbe far germogliare il seme della sconfitta statunitense, ma dall’alto dei cieli nulla sembra impossibile, come gli stessi Stati Uniti hanno imparato dopo l’11 Settembre del 2001.

     

    Fabio Stella

    Fabio Stella
    Fabio Stella

    Fresco di laurea in relazioni internazionali, con il sogno della carriera diplomatica nel cassetto, la voglia di nuovo e la curiosità l’hanno spinto per fare le valigie per l’estremo Oriente, da dove non sembra voler più tornare. Autore del “7 giorni in un ristretto” redige per voi il calendario della Comunità Internazionale ogni lunedì anticipandovi curiosità, scandali, intrighi e retroscena della geopolitica in ogni angolo del pianeta. Citazioni altisonanti e frasi ad effetto le sue armi “preferite” insieme all’ambizione di rimanere perennemente in equilibrio sul filo del rasoio delle previsioni “da sfera di cristallo”, con una tazzina di “caffè” rigorosamente “espresso” in mano.

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