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    Conosciuta ai più per la produzione di cocaina, i rapimenti delle FARC e la violenza dei narcos, la Colombia sta vivendo in questi ultimi anni di una crescita economica sostenuta. Ciononostante, i problemi tradizionali rimangono: buona parte della popolazione vive tuttora al di sotto della soglia di povertà, narcos e guerriglia sono comunque attivi e la politica ferma del governo non si fa scrupoli nell’usare metodi illegittimi. La situazione dei diritti umani nel paese rimane comunque insoddisfacente

    UN’ECONOMIA IN SALUTE – La Colombia è attualmente il quarto Paese dell’America Latina in termini di PIL, dopo giganti come Brasile, Messico e Argentina. Negli ultimi anni il PIL ha continuato a crescere: +4,4% nel 2010, +5% nel 2011, con stime simili per gli anni a venire. Gli investimenti esteri sono in aumento, totalizzando 15 miliardi di dollari nel 2011, a fronte di meno di un miliardo nel 2001. Lo sviluppo dei settori minerario e petrolifero ha in parte contribuito alla crescita di un’economia comunque in salute: la Colombia produce oggi 800.000 barili di petrolio al giorno, e l’impennata dei prezzi dell’oro ha dato un forte impulso all’estrazione del metallo. L’estrazione è talmente redditizia che i cartelli della droga hanno avviato imprese minerarie in varie regioni del paese.Inoltre, la crescita ha permesso al nuovo presidente Juan Manuel Santos di disporre di maggiori risorse economiche. Data la diminuzione dei livelli di criminalità, frutto della politica di “sicurezza democratica” messa in atto dall’ex presidente Uribe, Santos ha dato il via ad una politica fondata sulla “prosperità democratica”, con l’obiettivo di risolvere almeno in parte le sperequazioni di questo paese: in Colombia il 45 % della popolazione vive tuttora al di sotto della soglia di povertà, ed il paese è il secondo Stato più diseguale dell’America del Sud con un indice di Gini pari a 0,56. LA VIOLENZA –  Generalmente, la Colombia è indicata come uno dei Paesi più pericolosi al mondo: la microcriminalità e l’azione congiunta di narcos, guerriglia, esercito e gruppi paramilitari hanno da sempre fatto balzare il paese ai vertici delle classifiche di violenza e criminalità mondiale. La Colombia odierna rimane sicuramente un Paese pericoloso: solo nel 2011 ci sono stati oltre 13.000 omicidi. Rimanendo in America Latina, l’unico paese con un tasso di omicidi superiore è il Venezuela: anche il Messico funestato dalla violenza dei cartelli della droga ha un tasso di omicidi inferiore. Ciononostante, se si raffronta questo dato con il trend storico del Paese i progressi sono evidenti: nel 2001 i morti furono oltre 27.000, più del doppio dell’anno appena trascorso. Lo stesso Presidente Santos ha ricordato in più occasioni questo successo: il 2011 è stato infatti l’anno con il minor numero di omicidi degli ultimi 27 anni. L’effetto sulla percezione della sicurezza in Colombia è stato sicuramente notevole, e premia gli sforzi del governo in questo senso. Chiaramente la strada da percorrere è ancora molta, ma al di là delle legittime polemiche sui metodi impiegati la politica ferma di Uribe e del suo successore sembra aver portato i suoi frutti. D’altro canto la violenza politica e quella statale rimangono inquietanti, e impediscono di parlare della Colombia come di un paese pacificato e pienamente democratico: Amnesty International ha denunciato oltre 3000 casi di civili uccisi dall’esercito e spacciati per guerriglieri. La violenza politica non è da meno: nelle elezioni del 2011 sono stati assassinati 41 candidati, e non si contano i casi di minacce, aggressioni e violazioni dei diritti umani. La Colombia rimane uno dei paesi più pericolosi al mondo per sindacalisti e giornalisti.

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    LE FARC – Direttamente collegato alla violenza è il ruolo delle FARC ed il conflitto tra il movimento e l’esercito. Giova ricordare che l’attuale presidente Santos era ministro della Difesa del governo Uribe, e deve la sua candidatura prima e l’elezione poi anche alla sua politica contro le FARC. Le operazioni Felix e Scacco, che portarono rispettivamente all’uccisione del numero due delle FARC Raul Reyes e alla liberazione di Ingrid Betancourt, sono ottimi esempi della politica condotta da Santos: poco spazio per la negoziazione e massiccio uso di fonti di intelligence e mezzi militari. Il fatto che l’operazione Felix si sia concretizzata in un bombardamento aereo su territorio ecuadoriano e abbia scatenato una violenta crisi diplomatica tra Colombia, Ecuador e Venezuela testimonia come Santos non abbia mai impiegato guanti di velluto contro le FARC. L’omicidio del leader Alfonso Cano del novembre scorso conferma che l’orientamento governativo è prettamente militare: proprio Cano era considerato un fautore del dialogo, tanto da aver portato avanti numerose trattative per la liberazione di ostaggi in mano alle FARC. Va detto che numerosi uomini di punta delle FARC sono morti negli ultimi anni per la pressione governativa, ma il movimento ha comunque continuato la propria azione rimpiazzando i vertici dal basso. Il nuovo leader, Timochenko, uomo della linea dura, oppositore del dialogo propugnato da Cano, ha infatti rinnovato la sfida al governo colombiano ed escluso ogni possibilità di dialogo. Francesco Gattiglio redazione@ilcaffegeopolitico.net

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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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