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    Gemelli diversi

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    Il primo luglio scorso, nel pressoché totale silenzio della stampa internazionale, le repubbliche di Burundi e Ruanda, che tanto fecero parlare di sé negli anni Novanta, hanno celebrato il cinquantenario della loro indipendenza. Nonostante la prossimità e le innumerevoli somiglianze, lo sviluppo dei due paesi ha preso strade spesso diverse e, per certi versi, speculari. La storia ne ha comunque intrecciato i destini, talvolta drammaticamente. Al centro, in entrambi i casi, la questione etnica, che ancora oggi, in modo più o meno esplicito, influenza la situazione politico-economica dei due “falsi gemelli”

    LA SVIZZERA DELL’AFRICA – Approssimativamente delle stesse dimensioni (poco più grandi della Sicilia), Ruanda e Burundi sono due piccoli paesi confinanti dell’Africa centro-orientale, che condividono la stessa composizione etnica (circa l’85% di Hutu, il 14% di Tutsi e l’1% di Twa) e che compongono la regione che ai primi esploratori europei era nota, per il suo territorio prevalentemente montuoso e collinare, come “Svizzera dell’Africa”. Ad accomunare Ruanda e Burundi, oltre al discorso etnico e alla topografia, ci sono la densità della popolazione (le maggiori in tutto il continente) e la lingua (il Kinyarwanda e il Kirundi sono molto simili tra loro). Anche la storia ha fatto da collante tra i due paesi: se infatti, prima della colonizzazione, tra gli antichi regni di Ruanda e Urundi esisteva un confine, tra il 1885 e il 1918 entrambi divennero parte integrante dell’Africa Orientale Tedesca, insieme al Tanganyika (grosso modo l’odierna Tanzania). Dopo la Prima Guerra Mondiale il Ruanda-Urundi divenne un protettorato del Belgio: una legge belga del 1925 li unì amministrativamente al Congo, mentre un’ordinanza del 1949 delimitò nuovamente il confine tra i due paesi. Entrambi divennero indipendenti il 1º luglio 1962, rispettivamente con i nomi di Repubblica del Ruanda e Regno del Burundi. Indipendenti non solo dai loro colonizzatori ma, almeno in teoria, anche l’uno dall’altro. Tuttavia, in seguito ai lunghi anni di colonialismo, le due storie si sono inevitabilmente intrecciate, con gli eventi di un paese che hanno finito per influenzare sempre ciò che accadeva nell’altro.

    IL DISCORSO ETNICO, TRA COLONIZZAZIONE E INDIPENDENZA – La maggior parte degli articoli odierni inizia spesso con l’affermare, in maniera legittima, che la composizione etnica dei due paesi sia la stessa, lasciando intendere che anche la storia e lo sviluppo dei due paesi sia stato simile. Pur essendo impossibile negare la somiglianza delle popolazioni, ciò non è propriamente esatto. In Ruanda, l’amministrazione belga cambiò alcune delle sue pratiche a metà degli anni Cinquanta e, dopo aver per decenni sostenuto il dominio della minoranza Tutsi, cominciò a permettere agli Hutu di assumere un ruolo più ampio nella vita pubblica. Appena prima dell’indipendenza, gli Hutu ruandesi si rivoltarono contro il dominio Tutsi, eliminando la monarchia, e tra il 1959 e il 1962 pressoché tutte le posizioni amministrative furono trasferite: all’indipendenza il governo del Ruanda era diventato una prerogativa Hutu. Ciò spinse i Tutsi del Burundi (dove i belgi non avevano operato il medesimo trasferimento di poteri) a escogitare tutti i modi possibili per evitare la stessa fine degli omologhi ruandesi. La violenza etnica scoppiata in Burundi nel 1972, contro gli Hutu, ispirò una nuova ondata di violenza etnica in Ruanda nel 1973, contro i Tutsi. Con la fine del governo coloniale, dunque, le tensioni fra Hutu e Tutsi in ambedue i paesi, seppur in maniera speculare, degenerarono in una spirale di violenza, che in trent’anni provocò la morte di circa 500.000 persone. La situazione esplose definitivamente nel 1994. Nel 1993 l’assassinio del presidente burundese Melchior Ndadaye (il primo eletto liberamente e primo Hutu a ricoprire tale carica) convinse molti Hutu in Ruanda che il compromesso con i Tutsi era pericoloso. Così, mentre il Burundi precipitò in una guerra civile che avrebbe provocato altri 300.000 morti in 12 anni, in Ruanda si profilava una delle carneficine più sistematiche nella storia dell’umanità: 800.000 Tutsi vennero massacrati a colpi di machete; quasi il 20% della popolazione ruandese fu sterminato in soli 100 giorni di follia collettiva, mentre il mondo intero stava a guardare.

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    LUGLIO 2012: KIGALI… – Oggi, sia il Burundi sia il Ruanda sono relativamente in pace, ma vi sono giunti in modi differenti. In Ruanda, dopo trent’anni di dominio Hutu, dal 1994 è al potere il Fronte Patriottico Ruandese (FPR) del Tutsi Paul Kagame, che ha provato ad eliminare, o quanto meno a nascondere, lo “spettro” dell’etnicità. Il paradosso politico consiste nel fatto che, sebbene da tutte le carte d’identità sia stata rimossa la voce che distingueva Hutu da Tutsi sostituendola con “ruandese”, la distinzione razziale si nota dal fatto che l’unico partito esistente in Ruanda (il FPR, appunto) è composto esclusivamente da Tutsi. Lo stato di salute della democrazia ruandese è dunque precario: le elezioni di agosto 2010 hanno visto vincitore il presidente uscente Kagame col 93% dei consensi. Troppi per un Paese ufficialmente libero, che nei mesi precedenti il voto ha assistito a pesanti pressioni sull’informazione, all’arresto di candidati dell’opposizione, allo scoppio di alcune bombe nella capitale, ad inquietanti omicidi eccellenti. Sul piano dello sviluppo, tuttavia, il governo ruandese ci sta mettendo del suo, anche nascondendo “sotto il tappeto” quello che non va: la povertà delle zone rurali, o le sacche di miseria che sussistono nei quartieri poveri della capitale Kigali. Il programma d’interventi è effettivamente massiccio e su tutti i fronti: dal sistema sanitario alla diffusione dell’energia elettrica e dell’acqua potabile, dal sistema stradale all’impetuosa informatizzazione, dalla scolarizzazione massiccia agli investimenti in infrastrutture produttive. Merita una sottolineatura importante il discorso di genere. Le donne, nel Parlamento ruandese, occupano 45 seggi su 80, oltre il 56%: la percentuale più alta del mondo. Ci sono leggi che impongono il 30% di rappresentanza femminile in ogni organismo pubblico. Sono donne il ministro dell’Economia, degli Esteri, delle Infrastrutture, il presidente della Corte suprema, il responsabile dell’Agenzia delle entrate, il capo della polizia.

    …E BUJUMBURA – In Burundi, seguendo la “solita” logica speculare, dopo più di quarant’anni di potere Tutsi, l’attuale presidente è Pierre Nkurunziza, Hutu. A conclusione della guerra e dell’accordo di Arusha per la pace e la riconciliazione (2000), firmato grazie a una lunga mediazione dell’ex presidente sudafricano Nelson Mandela, l’esistenza delle due etnie non è stata negata, come poco più a nord, ma esplicitamente rivendicata. Tale rivendicazione ha dato vita a una politica di quote: l’Assemblea Nazionale è composta per il 60% di Hutu e per il 40% di Tutsi, il Senato è diviso in parti uguali, mentre l’esecutivo è diretto da un presidente affiancato da due vicepresidenti di etnie e di formazioni politiche diverse. A sua volta l’esercito, un tempo “monoetnico”, è attualmente composto per metà da rappresentanti delle due comunità e comprende anche soldati provenienti da ex movimenti ribelli. Ma mentre la situazione politica resta instabile (con alcuni gruppi di ribelli che ancora impugnano le armi), il Burundi è il terzultimo paese al mondo in base all’Indice di Sviluppo Umano (ISU), che combina reddito, speranza di vita e scolarizzazione. Le strutture sanitarie sono mediocri. La situazione della sicurezza è, in generale, precaria. Sembra dunque che il tentativo di apertura (che sembra restare tale, viste le percentuali “sovietiche”, superiori al 90%, con cui Nkurunziza ha riguadagnato il secondo mandato presidenziale nel giugno 2010), alla fine, non “paghi” in termini di sviluppo.

    Giorgio D'Aniello

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Giorgio D'Aniello
    Giorgio D'Aniello

    Sono nato nel 1985 a Cuneo (sì, esiste davvero), dove vivo con mia moglie Agnese. Africano a tempo determinato, dopo la laurea magistrale in Studi Afro-Asiatici conquistata presso l’Università di Pavia, ho vissuto per un anno a Goma (Rep. Dem. Congo) e per un altro anno a Freetown (Sierra Leone), lavorando nel campo della cooperazione e, in particolare, dell’educazione dei giovani. Attualmente continuo a lavorare come educatore a stretto contatto con giovani cuneesi e immigrati di prima e seconda generazione. La mia Africa, adesso, si chiama Piemonte.

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