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    Il futuro sulle ali (II)

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    Il ministro della Difesa Di Paola intende ristrutturare l’intero strumento militare, dotando l’Aeronautica dei mezzi più sofisticati per fronteggiare minacce convenzionali e asimmetriche. Colonne portanti della componente aerea saranno – oltre al Joint strike fighter – i droni che presto saranno armati e potranno condurre missioni di attacco

     

    I PIANI – Le linee guida per la revisione dello strumento militare tracciate dal ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, illustrate il 15 febbraio scorso al Parlamento, prevedono numerose novità per le Forze armate e per l’Aeronautica (vedi la prima parte dell’articolo). Oltre alla conferma dell’acquisto del cacciabombardiere F-35, di cui però è stata ridotta la commessa da 131 a 90 unità, il ministro intende favorire la crescita qualitativa e tecnologica della componente C4I (comando e controllo, comunicazioni, computer, informazioni) legata alla difesa cibernetica e all’utilizzo dei droni. Questi ultimi, definiti come velivoli con limitate capacità decisionali comandati a distanza, stanno assumendo un ruolo fondamentale nello scenario strategico della NATO, soprattutto per lo svolgimento di operazioni di sorveglianza, spionaggio e attacco al suolo nell’ambito di conflitti asimmetrici come quello afgano.

     

    LE ORIGINI – Nati inizialmente come dimostratori tecnologici negli anni ’80, gli “aeromobili a pilotaggio remoto” (APR) sono stati utilizzati dagli USA per la prima volta in teatri operativi dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Le Forze armate americane, infatti, avevano bisogno di una classe di velivoli in grado di non essere notata dal nemico, economica e poco rumorosa, da impiegare nelle operazioni “dull, dirty and dangerous” (noiose, sporche e pericolose). La necessità di rispettare queste specifiche ha portato allo sviluppo di due tipologie di macchine, gli UAV (Unmanned Aerial Vehicle) da ricognizione e gli UCAV (Unmanned Combat Air Vehicle) per l’attacco al suolo. Dei primi fanno parte velivoli di diverse dimensioni, da quelli trasportabili a mano o a capacità biomimetiche – come lo hummingbird (colibrì) che sembra un uccello – a veri e propri aerei o elicotteri come il Predator, il Global Hawk e il Fire Scout. L’UCAV più famoso, invece, è una variante del Predator chiamata Reaper (nella foto) armata con missili “lancia e dimentica” (AGM-114 Hellfire), bombe a guida gps (JDAMJoint Direct Attack Munition) o laser (GBU-12 Paveway II).

     

    NON SOLO USA – Attualmente numerosi Stati (come la Cina, la Russia e Israele) hanno avviato programmi di ricerca e destinato consistenti finanziamenti per la costruzione di droni. In questo settore, infatti, sono state avviate collaborazioni internazionali di grande interesse, soprattutto in l’Europa, come quella del 2011 fra l’Italia e la Germania (raggruppamento Alenia ed Eads-Germania) e quella tra Francia e Regno Unito (Dassault-Bae Systems). Sia la cordata italo-tedesca con il progetto Talerion, che il gruppo anglo-francese con il programma Telemos, intendono sviluppare un UAV in grado di operare ad altitudini medie per lunghi periodi, in modo da poter compiere missioni di ricognizione, intelligence e sorveglianza.

     

    L’ITALIA E I DRONI – Nel 2004, il nostro Paese ha acquistato cinque Predator – per una spesa stimata di 47,8 milioni di dollari –, saliti ad otto e a cui poi sono stati affiancati alcuni Reaper privi del sistema di armamento. Il maggio scorso, però, il Wall Street Journal ha pubblicato la notizia in base alla quale il Congresso USA non si è opposto alla decisione del governo federale di armare sei nostri Reaper. In questo caso, l’Italia sarebbe l’unico Stato occidentale, a parte il Regno Unito, a disporre di droni americani armati, schierati dall’Aeronautica nella base del 32° Stormo ad Amendola (Foggia).

    La richiesta di armare i droni è stata avanzata della Difesa italiana nella primavera scorsa, per superare le limitazioni – per lo più politiche – legate all’utilizzo di armi da parte dei nostri APR, che molto spesso nel teatro afgano hanno sorpreso i talebani a piazzare ordigni sulle strade senza poter intervenire immediatamente. L’importanza che i droni stanno assumendo nel nostro “sistema difesa” emerge anche dalla decisione della NATO di rendere la base aeronavale di Sigonella (Catania – foto) centro di comando e controllo operativo dell’AGS (Alliance Ground Surveillance). In pratica, l’aeroporto siciliano svolgerà un ruolo centrale, consentendo all’Alleanza di potenziare il numero di voli e “orbite” – così sono chiamate le rotte seguite dagli APR – nello scacchiere mediterraneo. Infatti in concomitanza con la crisi siriana, sono state imposte alcune limitazioni allo spazio aereo civile – in vigore dal 4 giugno fino al prossimo primo settembre – che riducono l’attività dell’aeroporto civile di Fontanarossa (Catania). Queste misure sono necessarie per garantire la sicurezza delle rotte civili perché i voli dei droni pongono seri problemi al controllo del traffico aereo e secondo quanto stabilito dall’ICAO (International Civil Aviation Organization) devono avvenire in “corsie preferenziali”.

     

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    I CONTRO… – L’integrazione dello spazio aereo, infatti, costituisce un limite per gli APR, perché la tecnologia attuale non consente a chi li controlla da terra una guida in tutta sicurezza, evitando la perdita del controllo o la collisione con altri velivoli. Il numero di incidenti dei droni non è incoraggiante: secondo fonti ufficiali americane, nelle prime 100 mila ore di volo il Predator è stato coinvolto in 28 episodi, oltre il doppio di quelli relativi al caccia F-16 (solo 11). Gli altri punti deboli degli APR riguardano la possibile saturazione dello spettro elettromagnetico utilizzato per inviare i comandi, la loro vulnerabilità alle contromisure elettroniche (sistemi di disturbo del segnale) e agli attacchi degli hacker che possono prenderne il controllo (come nel caso del UAV Sentinel statunitense “dirottato” degli iraniani nel 2011). Non bisogna sottovalutare, inoltre, l’effetto “psicologico” che l’utilizzo di UCAV come il Reaper hanno sull’opinione pubblica, riducendo la percezione delle operazioni militari condotte in uno Stato straniero. Non fanno più notizia, infatti, le migliaia di missioni d’attacco compiute dai droni USA in Afghanistan e Pakistan contro le milizie talebane, anche perché l’eventuale abbattimento del velivolo non ha conseguenza per il pilota.

     

    …E I PRO – Proprio l’incolumità del pilota che dirige da remoto l’APR costituisce uno dei punti di forza nel suo utilizzo, perché si annullano i rischi di cattura – che può dar luogo a estenuanti casi diplomatici – e morte in caso di abbattimento. Inoltre, le ridotte dimensioni del mezzo e la relativa semplicità della tecnologia impiegata, lo rendono più economico di un aereo da attacco pilotato. Un drone, poi, può essere rifornito in volo e la sua capacità di sorvolare a lungo un bersaglio è teoricamente infinita, potendo essere guidato a turni da piloti differenti dalla stazione di terra. Infine, non bisogna dimenticare che grazie alla caratteristiche aerodinamiche e di progettazione, questi mezzi sono molto più silenziosi di altri e possono compiere missioni che solitamente sono assegnate alle forze speciali o infiltrate dietro le linee nemiche.

     

    UNA STRATEGIA SEMPRE PIÙ AMERICANA – In conclusione, la riorganizzazione dello strumento militare così come prefigurata da Di Paola ricalca il modello statunitense (si veda la National military strategy del 2011) basato soprattutto sul potenziamento delle forze speciali da utilizzare con il supporto sempre più incisivo dei droni. Questa scelta evidenzia la volontà politica di partecipare a future operazioni multilaterali – sotto l’ombrello ONU o della NATO – che differenzia ulteriormente l’orientamento italiano da quello dei principali Stati europei (Germania, Francia e Gran Bretagna) intenzionati a ridurre la loro presenza in missioni internazionali sia per motivi economici che di politica interna.

     

    Francesco Tucci

    Francesco Tucci
    Francesco Tucci

    Sono un giornalista professionista laureato in Scienze politiche. Specializzato in diritto parlamentare, ho lavorato alla Camera dei deputati dopo essere approdato ad alcune agenzie stampa. Da sempre interessato alle dinamiche geopolitiche e militari estranee “all’orticello di casa”, ho collaborato con il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I) e con il Caffe’ Geopolitico per cercare di svelare le strategie dei principali attori internazionali.

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