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    Rottamatori d’Africa

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    Lo scorso agosto, il Senegal è stato colpito da una delle peggiori alluvioni della sua storia. Il bilancio finale è stato di 13 morti e di decine di migliaia di sfollati. Così, il Presidente Macky Sall, adducendo la necessità di recuperare in tempi brevi i fondi necessari alla ricostruzione, ha presentato una proposta di legge per l’abolizione del Senato, approvata dal Congresso nella seconda metà di settembre. Una scelta responsabile, un colpo alla democrazia, oppure semplice demagogia?

    DUE PICCIONI CON UNA FAVA – In risposta alle tremende inondazioni che hanno colpito il Senegal nella prima metà dell’agosto scorso, il neo Ministro della Cultura e del Turismo Youssou N’Dour, cantante di fama internazionale, ha organizzato un grande concerto di beneficienza a Dakar, la capitale del paese. Il vero “coup de théâtre” è però arrivato da chi gli siede qualche gradino sopra, niente meno che il Presidente della Repubblica, Macky Sall: perché non abolire il Senato? Una decisione che si è convertita subito in proposta di legge e che, se adottata dalla maggioranza delle camere, avrebbe permesso di risparmiare tra i 15 e i 16 milioni di dollari. L’idea di Sall era quella di dirottare tali soldi nei fondi destinati alle ricostruzioni, e al tempo stesso, eliminando un’istituzione ritenuta costosa ed inutile da gran parte dell’opinione pubblica, mandare un chiaro messaggio circa le priorità del suo governo sullo snellimento della “macchina” dello Stato.

    NON SOLO IL SENATO – Procediamo con ordine. Il 28 agosto Macky Sall, di ritorno da una visita ufficiale in Sudafrica, annuncia pubblicamente l’intenzione di voler sopprimere il Senato e di utilizzare i fondi pubblici così risparmiati per far fronte all’emergenza causata dalle alluvioni. Nei giorni successivi rincara la dose, e alla lista dei tagli aggiunge la Vice Presidenza della Repubblica (carica vacante sin dalla sua creazione nel 2009) e il Consiglio Economico e Sociale. L’11 settembre si apre una sessione straordinaria dell’Assemblea Nazionale (la nostra Camera) che esamina il progetto di legge costituzionale proposto dall’esecutivo in procedura d’urgenza. Il giorno successivo il progetto viene approvato a maggioranza e passa, secondo l’iter previsto, all’esame del Senato, chiamato in un certo senso a scegliere se fare harakiri o prolungare di qualche giorno la propria agonia. Il 13 settembre il Senato rifiuta di firmare il proprio atto di morte e respinge la legge costituzionale. La parola passa allora al Congresso, che altro non è che la somma dei 150 deputati dell’Assemblea Nazionale più i 100 senatori. Per essere approvato, il progetto ha bisogno di una maggioranza qualificata pari al voto positivo dei 3/5 dei parlamentari presenti. Mercoledì 19 settembre il Congresso, con 176 voti a favore, abolisce ufficialmente il Senato, la Vice Presidenza della Repubblica e il Consiglio Economico e Sociale. Le competenze del Senato vengono devolute all’Assemblea Nazionale e il Parlamento ritrova il suo vecchio aspetto monocamerale…

    UN’IDEA POCO ORIGINALE – Ad un primo impatto, agli occhi di un cittadino della vecchia Europa, l’abolizione di un’istituzione come il Senato potrebbe sembrare clamorosa. In realtà, in Senegal, non è un’idea così originale, né si può dire che il Senato abbia radici solide e profonde nella storia del paese. Un breve excursus storico ci può aiutare. Nato soltanto nel 1999 (il Senegal è indipendente dal 1960) sotto la presidenza di Abdou Diouf, già nel 2001 l’allora presidente Abdoulaye Wade lo abolisce una prima volta tramite un referendum che introduce una nuova costituzione, adducendo ragioni economiche. Lo stesso Wade lo reintroduce nel 2007, nella forma che ha conservato fino a meno di un mese fa: 100 senatori, di cui 65 nominati direttamente dal Presidente della Repubblica e 35 eletti tramite suffragio indiretto da 12.000 rappresentanti locali  (motivo per cui i suoi detrattori l’hanno sempre considerato antidemocratico). Il ruolo era quello di votare, ed eventualmente rimandare al mittente, le leggi già approvate dall’Assemblea Nazionale. In sostanza, un “doppione” della Camera (motivo per cui gran parte della popolazione l’ha sempre visto come un’istituzione inutile). Per la cronaca, le prime elezioni senatoriali del 2007 videro, oltre ai 65 senatori nominati direttamente da Wade, altri 34 eletti tra le file del suo partito, il Partito Democratico Senegalese (PDS).

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    UN COLPO ALLA DEMOCRAZIA? – L’abolizione del Senato non sembra, come molti osservatori hanno invece sostenuto, un tentativo di mettere a tacere l’opposizione. È vero che fino alla proposta di Macky Sall la maggioranza del Senato era favorevole al capo dell’opposizione (nonché ex Presidente) Abdoulaye Wade, ma è altrettanto vero che per il 16 settembre era previsto il rinnovo dei senatori: in poche parole, il Presidente avrebbe potuto nominare 65 suoi sostenitori politici, mentre gli altri 35 sarebbero stati eletti dai rappresentanti dello stesso corpo elettorale che, in aprile, assegnò la vittoria presidenziale a Sall con il 65% dei voti, e poi, alle legislative di luglio, assegnò 119 seggi sui 150 dell’Assemblea Nazionale al suo partito, l’APR (Alleanza Per la Repubblica), contro i 12 del PDS. Eliminare l’istituzione meno democratica del paese non significa dunque minare l’architettura democratica del Senegal. Ma motivare tale scelta con il risparmio di fondi per far fronte all’emergenza alluvioni sa molto di demagogia. Si tratta di una misura politica che, come tale, non può basarsi sui cambiamenti climatici e che comunque non può costituire, da sola, una soluzione alle inondazioni. I 16 milioni di dollari costituiscono infatti una minima parte di quello che servirà effettivamente per trovare una sistemazione, un lavoro ed un futuro per le decine di migliaia di senzatetto. Di certo Sall è venuto incontro a quella fetta (abbastanza folta) dell’opinione pubblica che chiedeva tagli ai costi della politica e che anche sulla base di queste promesse elettorali lo ha votato in massa lo scorso aprile. D’altra parte, altre promesse, come quella di ridurre il costo della vita, saranno molto più difficili da mantenere.

    Giorgio D’Aniello redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Giorgio D'Aniello
    Giorgio D'Aniello

    Sono nato nel 1985 a Cuneo (sì, esiste davvero), dove vivo con mia moglie Agnese. Africano a tempo determinato, dopo la laurea magistrale in Studi Afro-Asiatici conquistata presso l’Università di Pavia, ho vissuto per un anno a Goma (Rep. Dem. Congo) e per un altro anno a Freetown (Sierra Leone), lavorando nel campo della cooperazione e, in particolare, dell’educazione dei giovani. Attualmente continuo a lavorare come educatore a stretto contatto con giovani cuneesi e immigrati di prima e seconda generazione. La mia Africa, adesso, si chiama Piemonte.

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