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    L’invincibile Hugo (II)

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    Seconda parte della nostra analisi sulla realtà venezuelana all’indomani della rielezione di Hugo Chávez. Cosa resta di questo lungo periodo al governo del leader di Caracas, e quali le prospettive per il prossimo mandato? Se in politica interna la forza del Presidente bolivariano è per il momento ancora inconfutabile, in politica estera rimangono dubbi sulla scelta degli orientamenti e l’opportunità di alcune “amicizie” scomode

     

    IL CHAVISMO, UN REALTÀ COMPOSITA – Negli anni, Chávez si è contraddistinto per grandi dosi di populismo, un’attenzione sicura ai temi sociali, ma a discapito del rispetto delle forme democratiche, un notevole interventismo, spesso maldestro in economia, con frequenti espropri d’imprese private e fughe d’investitori internazionali; un controllo assoluto dei mezzi di comunicazioni pubblici (leggendari i suoi programmi Aló Presidente, trasmessi per ore e ore dalle catene pubbliche unificate), una feroce retorica antiamericana (che convive con importanti flussi commerciali, il greggio venezuelano è esportato soprattutto negli Usa), un notevole attivismo internazionale, particolarmente penetrante in America Latina (mediante l’ALBA), eterodosso e più sterile fuori dalla regione (alleanze anti – sistema con Iran, Bielorussia, Zimbabwe, Corea del Nord). Chávez s’è ripromesso di sostituire Fidel Castro come leader alternativo, mentre è divenuto la stampella del comunismo cubano mediante la generosa assistenza economica, che ha sostituito per L’Avana quella di Mosca.

     

    La domanda dunque è: cosa resterà di tutto questo nel nuovo mandato?

     

    UNA GESTIONE ECONOMICA INSUFFICIENTE – È chiaro che la gestione economica del chavismo non può essere considerata soddisfacente: la necessaria diversificazione dell’economia venezuelana non è avvenuta: petrolio e derivati continuano a monopolizzare la bilancia commerciale, senza che altri settori produttivi vengano sviluppati. Anzi, possiamo dire che la dipendenza dal petrolio è probabilmente aumentata. Il continuo agire a colpi d’espropri, controlli e interferenze nel funzionamento del mercato ha ridotto al minimo l’efficienza economica, giungendosi al paradosso che in un paese con enormi risorse potenziali al di là dell’oro nero, sono venuti spesso a mancare alimenti e energia. Gli investitori esteri vengono scoraggiati e lasciano il paese temendo l’incertezza giuridica imperante: questo non aiuta di certo a diversificare e sviluppare l’economia in beneficio della popolazione. In conclusione, questo trend, alimentato dalla vocazione alla rottura e al confronto permanente, pare difficilmente sostenibile, e richiederà per forza correzioni, anche se per il petrolio non si prevedono riduzioni di prezzo in futuro (ma anche su un’economia mono-prodotto come la venezuelana la crisi si è fatta sentire eccome).

     

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    LA DIPLOMAZIA DEL PETROLIO E NUOVI SCHEMI D’INTEGRAZIONE REGIONALE – La diplomazia petrolifera di Chávez, tesa a fare del paese un nuovo leader alternativo dell’America latina e del Sud, sostituendo Cuba, non è stata priva di successi: Caracas ha preso il posto di Mosca come finanziatore di Cuba, ma soprattutto ha avviato nuovi processi d’integrazione regionale, come ALBA e Petrocaribe  che hanno rimescolato abbastanza le carte nella regione (vedasi anche: http://stefanogatto.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=120%3Anouvi-venti-dintegrazione-in-america-latina&catid=37&lang=it). I primi due sono fondati essenzialmente sulla fornitura di petrolio a basso prezzo e favorevoli condizioni di pagamento a paesi e interlocutori “amici” (ad esempio, municipi di sinistra nei paesi i cui governi non sono in sintonia con il chavismo).

     

    Il Venezuela è anche molto attivo in UNASUR, la comunità di nazioni sudamericane che, sotto la leadership brasiliana, ha cominciato a pesare parecchio nella regione (si pensi alle deposizioni contestate di Zelaya in Honduras e di Lugo in Paraguay, e alla fermezza in proposito da parte di UNASUR e in conseguenza di buona parte della comunità internazionale, in una chiara dimostrazione di libertà dal pensiero di Washington). La nascita di CELAC, comunità dei paesi americani che esclude Stati Uniti e Canada e che vuole progressivamente emarginare l’OEA, istituzione contestata, a lungo vista come succube a Washington e ultimamente alla ricerca di una nuova identità e credibilità con il suo segretario generale Insulza, è un’altra dimostrazione degli effetti dell’attivismo venezuelano.

     

    Importantissima anche l’entrata del Venezuela nel Mercosur, materializzatasi a seguito della sospensione del Paraguay dal blocco successiva alla deposizione di Lugo: il Mercosur è un blocco di per sé in crisi, ma che potrebbe essere revitalizzato dall’ingresso, per altro problematico in termini tecnici, del Venezuela e del suo petrolio. L’attivismo regionale di Chávez continuerà a dipendere essenzialmente dai corsi del petrolio, che lo alimenta, e dalla salute del presidente, che non gli permetterà di mantenere il ritmo frenetico degli ultimi anni. Interessante però notare come alla profonda caratterizzazione ideologica di certi schemi (ALBA, Petrocaribe) si associ poi un notevole pragmatismo economico – strategico (Mercosur).

     

    La retorica anti – americana, già indebolita dall’elezione di Obama, si manterrà in parte: di fatto, l’amministrazione democratica non tende assolutamente nessun ponte a Caracas. Ma non potrà non temperarsi ulteriormente in caso di rielezione di Obama, che pur senza riservare un interesse eccessivo all’America Latina, adotta un approccio costruttivo nei confronti di quei paesi che si dimostrano più attivi nella dimensione economico – sociale. E sia con Obama che con Romney gli Usa riscopriranno in parte l’importanza dei rapporti economici con una regione poco colpita dalla crisi globale e in franca crescita. Chávez potrà difficilmente sostenere l’immagine dell’orco a stelle e strisce.

     

    La diplomazia “provocatrice” globale di Chávez ha già perso alcuni tasselli (Gheddafi) e molti altri sono indeboliti (Iran, Bielorussia, Cuba). L’alleanza “tutti contro gli Usa” porta pochi dividendi e tanti grattacapi: risentirà per forza dell’indebolimento fisico di Chávez, di quello dei suoi partner, quasi tutti molto anziani, e dell’isolamento che essa suppone, nonchè degli scarsissimi risultati concreti.

     

    CONCLUSIONI – In conclusione, Chávez si è dimostrato una volta di più imbattibile nell’ambito politico interno, anche se forse per la prima volta dal suo avvento è apparsa un’alternativa con possibilità reali di succedergli. Il chavismo rimane un efficace collante all’interno del paese, potendo poggiare su un ragguardevole consenso. Il suo futuro senza Chávez rimane però molto oscuro, e nei prossimi anni le condizioni di salute del leader rimarranno il fattore – chiave. Probabile però che il chavismo non possa sopravvivere senza il suo carisma. Alcuni aspetti dell’ideologia chavista possono mostrare la corda sul piano internazionale, ma gli effetti della sua azione sugli equilibri latinoamericani non vanno affatto trascurati: il Venezuela è divenuto un attore di peso nelle Americhe. Chávez è personaggio complesso e contraddittorio, che attira le reazioni più disparate e radicali: ma la sua consistenza politica in patria è notevole e la sua influenza internazionale assolutamente da non sottovalutare nè tantomeno dileggiare.

     

    Stefano Gatto

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Redazione
    Redazionehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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